CERCANDO LE CHIAVI - Anna Segre - Intervista a Fabio Di Rosa su "La prima volta che mia madre è morta"
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| Anna Segre |
Ma parliamo dell’utopia della scrittura.
Che significa desiderare dire.
Che significa non poter rinunciare, a dispetto
dell’improbabilità di riuscire. Perché sappiamo che non arrivare non significa
non valere. E perciò c’intestardiamo. Voglio parlare di Fabio Di Rosa e
della sua opera La prima volta che mia madre è morta.
Che lui ha scritto inizialmente dietro le liste della
spesa, sull’argentata dei pacchetti di sigarette, su foglietti volanti che
teneva stropicciati in tasca. E ce li leggeva dopo cena mettendoli man mano
accanto al piatto sporco, prima del dolce.
Ascoltare La prima volta che mia madre è morta
letta da lui era una grande commozione, chiedevamo battendo le mani “Ancora!
Ancora!”, e lui generosamente continuava con la saga nibelungica della sua
famiglia e noi dietro, come i bambini di Hammelin.
Oggi io intervisto Fabio Di Rosa sul suo cassetto gonfio di
romanzo non ancora pubblicato perché lo conosco quasi a memoria e ho perfino
ipotizzato di fondare una casa editrice per pubblicare quello e solo quello.
Perché a me non interessa se un testo è biografico, memoir,
riferito a persone esistenti. A me importa l’efficacia letteraria, ciò che quel
testo mi fa provare, l’immediatezza del coinvolgimento, la semplicità che non è
affatto povertà, anzi. L’arte fiorisce ovunque, si serve di ogni materia, è
necessaria per chi la crea e per chi ne fruisce. Perciò io considero l’opera di
Fabio Di Rosa degna di pubblicazione. Ancora ne fremo e ne piango.
Fabio, raccontaci come è iniziata la scrittura di La
prima volta che mia madre è morta
“La prima volta che mia madre è morta”, nasce
accidentalmente. Circa una decina di anni fa, un pomeriggio di inizio estate,
uscito da scuola dopo aver terminato di tenere lezione, provai a contattare mia
madre, ricoverata da un paio di settimane in una clinica psichiatrica. Nessuna
risposta dal suo cellulare, né dal telefono fisso della corsia, che pure sapevo
costantemente presidiata. Feci una fantasia: mia madre sta morendo.
Provai a contattare mio padre, senza risultati. Fu la
conferma che mia madre stava morendo. Di fronte a quella tragica conclusione
non ebbi alcuna reazione emotivamente forte, come se (realizzai in quel
momento) mia madre mi avesse abituato al fatto che sarebbe morta, allenato a
questo evento. Sì, non era la prima volta che io sperimentavo la morte di mia
madre e, tornando indietro nel tempo, mi resi conto che la prima volta era
successo quando io avevo più o meno otto o nove anni.
Mia madre morì nel suo letto, davanti ai miei occhi, per
poi resuscitare dopo qualche minuto. Queste morti si succedettero poi, via via
più frequenti e drammatiche, e ogni volta per me era una morte definitiva. Solo
così potei spiegarmi il fatto che non mi stesse succedendo niente.
Scrissi di getto un post su Facebook. Arrivarono alcuni
commenti, tra cui il tuo, con cui mi invitavi ad andare avanti.
Lo accolsi come un invito serio e lusinghiero, senza sapere
però dove esattamente andare. Guardai più avanti nel tempo e con uno sguardo
più ampio, fino ad arrivare a comprendere i cinque anni delle elementari e ad
estendere lo sguardo, oltre alla mia famiglia, composta da mia madre, mio
padre, me e mio fratello (risalendo fino ai nonni paterni e materni), anche al
quartiere e al periodo storico che hanno fatto da cornice alle mie vicende di
bambino.
Cosa significa insistere per te?
Credo che l’insistenza sia una delle mie peculiarità, una
mia cifra distintiva. Insistere nel tentativo di raggiungere un obiettivo
importante per me, cioè attinente alla mia identità, realizzazione.
Insistere è una modalità di esistere, di distinguermi dal
caos, di definirmi, indipendentemente dall’esito finale. Succede nelle cose
piccole, anche, per esempio, la ricerca insistente di un tipo di marmellata, o
di un gusto di gelato.
Insistere, quindi il contrario di cedere, di desistere, è
il modo in cui mi affermo.
Del resto sono nato di sette mesi. Come racconto anche in Lpvcmmem,
mia madre, stanca di aspettare che i tempi fossero maturi, si procurò le
doglie, ma non poté collaborare minimamente alla mia nascita: fu la mia insistenza
e quella dei medici a farmi venire al mondo.
Insistere è esistere.
Mollare è morire.
Come definiresti La prima volta che mia madre è morta?
Dal punto di vista dell’opera in sé, direi (soprattutto
nella stesura iniziale) un collage di episodi, scritti a metà tra prosa e
poesia, in cui si narra di questa famiglia disfunzionale, di meccanismi
tossici, di relazioni al limite della follia, in un arco di tempo di 5 anni,
con delle zoomate sul presente, che ‘rispondono’, per cosi dire, agli stessi
movimenti emotivi evocati dal passato.
Dal punto di vista personale è stato un processo di
aggregazione di vari pezzi di me, di rielaborazione dei ruoli, di riconoscimento
di valori e responsabilità.
È anche un’azione di sputtanamento.
Di vendetta.
Credo, alla fine, di riconciliazione.
Cosa ti è stato consigliato per renderlo ‘pubblicabile’?
Ci sono stati diversi agenti che hanno dato consigli utili
alla “pubblicazione”. Inizialmente lo stile non facilmente identificabile in
prosa, ma neanche lirico, aveva spaventato i lettori specializzati. Il mio
lavoro mirava a far succedere qualcosa nel lettore, non si prestava esattamente
ad accompagnarlo.
Era tutto in sottrazione: per cui mi fu suggerito di inserire
descrizioni di personaggi ed ambienti tali da favorire il riconoscimento da
parte del pubblico ed un’identificazione con il protagonista. Questo secondo
consiglio mi risultò più accessibile, a dire la verità.
Quello sullo stile, meno. Il testo corrispondeva in quel
suo andamento esattamente allo stato emotivo di me ragazzino che capiva poco ma
sentiva molto.
Successivamente, l’intervento di un editor ha consentito di
riorganizzare le varie tessere in modo da assemblarle creando un’ossatura lungo
la quale si snoda tutta la vicenda. Diremmo una “trama”, se non fosse che
questo motivo trainante esisteva già dentro la narrazione: è stato soltanto
reso più funzionale.
E adesso cosa ne è del testo iniziale?
Mi sento di dire che tutte queste operazioni hanno avuto ed
hanno lo scopo di rendere fruibile il mio lavoro, ma negli ultimi quindici anni
c’è stato un fiorire enorme di narrativa autobiografica e di memoire che hanno
stravolto i canoni tradizionali della letteratura e i lettori hanno amato, sono
cresciuti, hanno sviluppato un’empatia naturale verso questo tipo di scrittura.
Diciamo che quasi quindici anni fa il mio testo forse apparve azzardato,
pioneristico. Oggi, non lo si potrebbe più affermare.
Inoltre, cosa curiosa, tutto quello che era stato ritenuto “sconsigliabile”
tenere (alcuni parenti, una serie di numeri civici, i rimandi al presente ecc),
uscito dalla porta, è magicamente rientrato dalla finestra.
Intendo: le varie componenti dell’opera come era stata
inizialmente partorita sono tutte lì, legittimate dal processo che ha dato
luogo alla nuova stesura del romanzo. Come se la forza unitaria e la
compattezza della storia, mutilata inizialmente di alcune parti ritenute
accessorie o inutili, avesse richiamato a sé tutti gli elementi in modo
naturale,
Parlami della trasposizione teatrale che avete realizzato
nel maggio 2019.
Un caro amico attore e regista teatrale aveva letto la mia
prima versione de Lpvcmmem. Se ne innamorò e mi propose di scegliere
insieme alcuni episodi significativi, atti a restituire l’intera drammaticità
dell’opera; ne fece un reading “teatralizzato”, ovvero inserito in una
scenografia ad hoc, con delle musiche e degli oggetti di scena, movimenti di
luci eccetera. Facemmo cinque repliche al Teatro Il Cantiere a Trastevere, la
sala gremita. Fummo obbligati ad aggiungere delle sedie. Grande commozione tra
il pubblico e grandissima per me.
Non ero più solo a sostenere il peso di quei dolori. Questa
magia compie la condivisione della propria scrittura: attraverso la tessitura
dell’umanità consente di distribuire tra simili il peso, altrimenti
insostenibile, dell’esistenza, in una relazione di reciprocità che avviene
sempre, anche quando non trova manifestazioni concrete. Ho imparato questo
dalla scrittura: attraverso il canale con cui io ti raggiungo, tu permetti a te
stessa o a te stesso di raggiungermi e si crea una possibilità nuova per
entrambi.
Estratto:
I venerdì sera si tirava su il sipario del teatrino domestico.
I ruoli erano fissi.
Mio padre faceva il padre. E il marito.
Mia madre, la madre. E la moglie.
Mio fratello ed io, i figli.
E la nostra alleanza era temporaneamente sospesa.
Le portate cambiavano.
Cambiava il pubblico.
Le battute come da copione.
Mia madre faceva la spola tra la sala da pranzo e la
cucina,
innumerevoli volte.
Insalata di polpo verace, cozze e vongole nel tegame,
salmone
affumicato.
In immediata successione, risotto alla pescatora e
spaghetti alle
vongole veraci. O, in alternativa, risotto alla crema di
scampi.
Era tutto uno sbattere di posate. Uno schioccare di palati,
uno
sgusciare di labbra.
Uhm, uhm.
A seguire, l’ampia scelta di secondi.
Mia madre rispondeva ai comandi, senza battere ciglio.
Mio padre, tronfio.
Non esitava a pretendere il cavatappi, un’altra bottiglia
di vino (si
vantava di aver scoperto il Matheus), il portacenere e a
cogliere ogni
qualsiasi pretesto per esercitare la sua autorità.
Ecco, il titolo della farsa era: Sono io che comando, qua
dentro.
E poi, era tutta “robba” sua.
Il pesce fresco, la casa col mobile bar ed i puff in
similpelle, la
lampada coi fili fosforescenti. Ed i suoi abitanti.
Poi, all’improvviso.
L’uscita di scena dei figli era decretata da un lapidario:
Fabio,
Stefano, buonanotte.
Così.
Tuonato quando ancora non avevamo preso la nostra fetta di
torta,
o la pastarella, o le fragole con la panna.
Fin dove si sarebbe spinta questa rappresentazione? Quale
tributo
avremmo dovuto pagare a questo delirio? Quanto ci sarebbe
costato tutto
questo fumo negli occhi? Era proprio necessaria quella
punizione
ingiustificata, a cui, di solito, faceva seguito il
tentativo degli invitati, amici
o parenti, di dissuadere invano nostro padre?
Era la sola volta in cui mi sentivo chiamato per nome.
Non ero più uno.
Non ero giallone fracicone.
Non ero tubercoloso. O rachitico.
Ero Fabio.
Per una volta.
Da mandare a letto.
Prima. Prima del dolce. Della partita a carte. Dei giochi
coi cugini.
Degli scherzi con gli amichetti.
Delle risate.
Senza un perché.
Se non la promessa a me stesso che l’avrei strappato con le
unghie
e coi denti un perché a quella follia.
Che spalancava la porta a quel sentirmi escluso.
Mi faceva venire a trovare da quella sorpresa nera
dell’essere
messo da parte.
Persino dentro casa.
Io che già mi ero pregustato la festa. Immaginato i colori.
I salti. I
baci. Gli abbracci.
Venivo chiamato fuori.
Obbligato a saperla nella stanza di fianco.
A subirla.
A farmela correre dentro e sopra come una violenza.
Saperlo piacere, sentirlo dolore.
Poi inseguivo. Al buio, dal letto. Attraverso la parete
comunicante.
Tutto.
I passi, le voci. Li tiravo verso di me.
Mi sospendevo ad una possibilità.
Un salvataggio, la salvezza.
Ma no. Niente. Sempre quel niente.
E mi continuavo a figurare tutto, ma proprio tutto.
Con la testa bollente affogata nel cuscino.
Con la rabbia e l’odio per quell’essere che per disgrazia
avevo
come padre.
Ma un giorno, presto, molto presto, sarebbe morto.
Perché io lo volevo.
E per questo, pregavo.
53
Prima all’asilo dalle suore e poi alle elementari, la cosa
che
facevamo in classe appena entrati, tutti insieme, in piedi,
appena scostati dal
banco, era recitare il Padre Nostro, l’Ave Maria e l’Angelo
custode.
Per me, che non frequentavo parrocchie o oratori, quello fu
il modo
di impararle a memoria.
E di fatto, questo io facevo: ripetevo quella successione
di frasi, di
cui ignoravo il significato, in una specie di cantilena che
mi accomunava ai
miei compagni di classe.
La maestra ci guidava ed io mai mi sarei sognato di
disobbedire.
Eseguivo, disciplinato, fino all’ultimo.
Padre, figlio e spirito santo. Amen.
La sera, invece, sotto le coperte, appena spento il lume
sopra il
comodino, mettevo le mani giunte sopra il cuore, e mi
intrattenevo con Dio.
Con un respiro appena percepibile nelle labiali che mi
muovevano
la bocca, mi rivolgevo a lui: Padre Nostro, che sei nei
cieli, e alzavo lo
sguardo al soffitto; poi Ave Maria, piena di grazia, e mi impressionava
sempre il fatto di pronunciare insieme il nome della
Madonna e quello di
mia madre; dopo Angelo di Dio, che sei il mio custode, e mi
assicuravo di
sentire sulle mie spalle le sue ali.
Di mio, dalla morte di mia nonna, avevo introdotto l’Eterno
riposo,
dona a loro… e questo un poco mi infastidiva, perché a me
interessava
raccomandare a Dio solo lei, solo nonna Delia.
Riposi in pace, amen.
Alla fine, una preghiera tutta per me, solo mia:
Dio, fa che domani incontro Cinzia, oppure, fa che questa
domenica andiamo al cinema, o, fa che non mi faccio la pipì
a letto.
Dio fa che mamma non si arrabbi, che le clienti del negozio
non
chiedano le consegne a domicilio, che mi vengano i
pensierini.
Dio diventava il mio alleato che tutto poteva.
E ogni notte: Dio, fai morire mio padre.
Per tutto il male che ci procura.
Fallo morire.
_________________
Fabio Di Rosa ha pubblicato:
Scarto, nel 2013;
Poetesso, nel 2014;
Uomini, gatti e altre prigioni, nel
2024, ed Ensemble.



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