Allontanarsi dalla linea gialla – Stefania Giammillaro - É permesso? Autorizzazione ad entrare
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| Allontanarsi dalla linea gialla |
Capita
quasi sempre che tra la penultima e l’ultima fermata o, comunque, la fermata di
arrivo e quindi, nella fattispecie, tra Firenza Rifredi e Firenza Santa Maria
Novella o tra Pontedera e Pisa Centrale, il treno si fermi.
Sei
già in piedi, con zaino in spalla, tracolla, sciarpa, cappotto, berretto
indossato e la fretta di arrivare già in ritardo a lavoro o la stanchezza di
una giornata alle spalle e il treno tutto ad un tratto, ti frega, e si ferma.
Il
capotreno al microfono avvisa: “Stiamo attendendo l’autorizzazione ad entrare
in stazione”.
Ed è
lì che mi fermo anch’io a pensare che: “toh guarda! Persino il treno deve
chiedere permesso per entrare in casa!”
E
proprio lì s’innesca il tranello, si cade in errore perché, sebbene possa
sembrare assurdo che il treno chieda permesso per entrare in quella che possiamo
assimilare a casa propria, il treno è un’entità autonoma che vive e opera nel
rispetto della propria identità indipendente e ciò lo legittima a viaggiare per
il mondo e anche a tornare, sì, ma quando torna, deve a sua volta rispettare le
regole di casa, di quella casa, posto che di volta in volta sarà diversa la
stazione del capolinea.
Quanto
è bene che una persona diventi per noi “casa” al punto tale da far venire meno
le regole da rispettare?
O
meglio, non sarebbe fantastico che noi tutti ci considerassimo reciprocamente
delle case in cui chiedere permesso per entrare?
Citando
Maria Luisa Spaziani: “Entro in questo
amore come in una cattedrale” (da “La traversata dell’oasi”, poesie d’amore
1998-2001, Milano, Mondadori, 2002), non sarebbe stupendo che ciascuno di noi
accedesse nella vita dell’altro con lo stesso devoto contegno che si assume
quando si entra in Chiesa o in qualsiasi luogo di culto?
In
una delle prime lezioni di Diritto Costituzionale mi fu insegnata una legge
fondamentale: “la mia libertà finisce quando inizia la libertà dell’altro”.
Ma
quando e in che misura siamo in grado di riconoscere i confini o di agire di
conseguenza quando vengono delineati da altri?
L’invasione
di campo è a rischio ogni minuto di ogni santo giorno e credo che sia un
problema da ricondurre ad una progressiva incapacità di ascolto, di rivolgersi
anche di piegarsi verso l’altro. Seguirlo sì, imitarlo, invidiarlo, magari,
anche se lo riempiamo di like ed apprezzamenti vari, ma raramente ci
avviciniamo all’altro per ascoltarlo. Ci muoviamo alla stregua di pedine non
più in grado di essere sicuri delle nostre determinazioni.
Come
quella volta che ad Empoli si svuotò del tutto il vagone dove mi trovavo, a tal
punto che s’insinuo in me il dubbio atroce se dovessi scendere anch’io: Empoli,
40 minuti da Pisa. Credetemi, è successo. Invece, no, era giusto stessi in quel
vagone da sola ad attendere il mio turno, la mia stazione e che il treno
dovesse attendere l’autorizzazione per entrare in stazione.
Pasolini, in
quello che è diventato uno dei suoi più celebri aforismi, diceva: “. La
mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia
debolezza.” – e proseguendo: “Odio – come ho tante volte detto –
l'indipendenza politica. La mia è quindi una indipendenza, diciamo, umana. Un vizio. Non potrei farne a
meno. Ne sono schiavo. Non potrei nemmeno gloriarmene, farmene un piccolo
vanto. Amo invece la solitudine. Ma essa
è pericolosa”.
Ritorna, dunque, il tema dell'indipendenza, che implica la solitudine, che produce pericolo,
che richiede rispetto.
“All’inizio
mi pareva un insulto
l’idea stessa di
rassomiglianza,
poi
pian piano
ho sperimentato la
solitudine
e l’orgoglio si è
dissolto
come cera
in attesa del
suggello.
Adesso
vorrei somigliare a
qualcuno
ovvero che mi si
somigli,
ma sia prima,
sia dopo
la cifra Uno
è notte”
Così la straordinaria Ana Blandiana in Rassomiglianza
(da L’orologio senza ore – traduzione a cura di Bruno Mazzoni, Elliot, 2018) ci
riporta alla dimensione della solitudine ritrovata nella somiglianza. Ecco la
chiave, o un’altra chiave di volta nella possibilità dell’ascolto: ricordarsi
che l’altro siamo noi, così simili, così prossimi nelle esigenze, nelle ferite,
nelle caducità, nelle inutilità.
Quattro.
Pesanti
come un colpo.
«A
Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio».
Ma
uno
come
me
dove
potrà ficcarsi?
Dove
mi si è apprestata una tana?
S’io
fossi
piccolo
come
il Grande Oceano,
mi
leverei sulla punta dei piedi delle onde,
con
l’alta marea carezzando la luna.
Dove
trovare un’amata
uguale
a me?
Angusto
sarebbe il cielo per contenerla!
Oh,
s’io fossi povero!
Come
un miliardario!
Che
cos’è il denaro per l’anima?
Un
ladro insaziabile si annida in essa.
All’orda
sfrenata dei miei desideri
non
basta l’oro di tutte le Californie.
S’io
fossi balbuziente
come
Dante
o
Petrarca!
Accendere
l’anima per una sola!
Ordinarle
coi versi di struggersi in cenere!
E le
parole
e il
mio amore
sarebbero
un arco di trionfo:
pomposamente,
senza
lasciar traccia, vi passerebbero sotto
le
amanti di tutti i secoli.
Oh,
s’io fossi
silenzioso
come
il tuono,
gemerei,
stringendo
con un brivido il decrepito èremo della terra.
Se
urlerò a squarciagola
io
con
la mia voce immensa,
le
comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi
a capofitto sulla malinconia.
Coi
raggi degli occhi rosicchierei le notti
se
fossi
appannato
come
il sole!
Che
bisogno ho io
di
abbeverare col mio splendore
il
grembo dimagrato della terra!
Passerò,
trascinando
il mio enorme amore.
In
quale notte
delirante,
malaticcia,
da
quali Golia fui concepito,
così
grande
e così
inutile?
Vladimir
Vladimirovič Majakovskij in All’amato
se stesso dedica queste righe l’autore, (da "Delle parole io so la forza",
traduzione a cura di Guido Carpi, Bur, 2018) ci ricorda, non tanto che tutti
siamo importanti, ma nessuno è indispensabile, ma, solletica, piuttosto – a mio
modesto avviso - il concetto di “creatura” di franceschiana memoria: siamo
tutti “creature” amabili per ciò che siamo nonostante le nostre inutilità,
anzi, proprio per le nostre inutilità.
Quello è il punto di partenza, non il punto
di arrivo.
Se fosse il punto di arrivo, ci saremmo già
fermati in attesa dell’autorizzazione ad entrare in stazione.
***
Ha
un che di malinconico
nel
cenno il dondolio
che
arranca al passo del carrello
uno
zig-zag estremo
fino
al cambio di turno
notturno
che tramonta all'alba
la
chioma bianca con meches celesti
avanza
appoggiando
la
scopa sui binari:
ha
finito adesso di pulire i rinali.
L'ombra
aperta sulle costole
saluta
di spalle il putrido animale
soffiarsi
il naso è il gesto imposto
per
accettare un nuovo odore tra gli umani.
[Cambio Turno] – da Allontanarsi dalla linea
gialla – silloge inedita – S. Giammillaro


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