Alessandro Falconi - Tjutčev e Bonaviri, due poeti ascensivi
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| Alessandro Falconi |
Pure distanti cronologicamente, e geograficamente, Fëdor Tjutčev e Giuseppe Bonaviri, il primo nobile russo dell’ottocento, il secondo cardiologo siciliano della nostra contemporaneità, attivo soprattutto come romanziere, celebratissimo per la sua poesia, sono uniti oltre tempo e spazio dai loro moti poetici “ascensivi” — e qui rubo direttamente da Ripellino, nella sua introduzione all’opera tjutčeviana edita Einaudi – l’uno per un motivo paradossalmente uguale e opposto all’altro. Mi rifaccio proprio al magistrale, non immediatissimo, commento di Ripellino, quando affermo che Tjutčev, comicamente noto per il suo quasi proverbiale “oblomovismo” tipico del nobile russo, incarna una poesia dello sguardo vano, disilluso, con radici profondamente innestate in un sottobosco di filosofia, che proprio ai suoi tempi stava pian piano sempre più prendendo piede; notevole, intendo dire, è il suo debito nei confronti di Schelling, con cui sappiamo intrattenne un certo rapporto di scambio, da “conversatore”, abilità quest’ultima che lo rese celebre nell’intelligencija sua contemporanea, prima ancora della sua abilità lirica, scoperta e amatissima da Turgenev, che spinse per la pubblicazione delle opere del compatriota, che ne era in realtà disinteressato. È questo infatti un punto da avere ben chiaro se si prende in analisi l’opera tjutčeviana: la sua indolenza e la sua noia — mi si perdoni la durezza — che sono in realtà una faccia della stessa medaglia della sua inquietudine e irrequietezza. A tal proposito Aksakov, il primo suo biografo, racconta: << Egli non riusciva a trovare acquietamento del pensiero né pace per l’anima. Evitava di restar solo con se stesso, non sopportava la solitudine e, per quanto lo irritasse l’”immortale volgarità umana”, secondo un suo detto, tuttavia non aveva la forza di far a meno degli uomini, della società, foss’anche per un breve periodo>>. A partire da questa prima, esemplare contraddizione se ne possono articolare di molte e diverse, come d’altronde dimostrano alcune sue scelte prettamente tecniche: Tjutčev è di fatto continuatore della tradizione settecentesca, ma fortemente proteso verso il simbolismo di Baudelaire (proprio i simbolisti lo sapranno apprezzare infatti). In definitiva Tjutčev è un poeta della contraddizione, della tensione, dello streben (e in quest’ottica non c’è da meravigliarsi del suo immediato successo dopo la dolce spinta di Turgenev).
Ho
avuto la fortuna nel corso delle mie letture poetiche, che ammetto essere
ancora se non altro acerbe, di incontrare, proprio dopo aver concluso la
lettura di alcune liriche scelte del poeta russo, il nome di Giuseppe
Bonaviri, su un libretto che un anno prima avevo acquistato senza troppo
farci caso, attirato dal titolo: “Cavalli Lunari”. La loro
consequenzialità è stata determinante perché io potessi apprezzare l’uno e
l’altro autore in modo completo e definito, perché è, quello di Bonaviri, un
approccio di segno opposto a quello tjutčeviano: Bonaviri fa poesia verace e al
contempo mistica, fatta di simboli, asperità e dolcezze, una continua tensione
tra la verità della scena di genere di paese, un quadretto bucolico, e un certo
misticismo teologico, antico, che ivi risiede, come fantasma. La sua è una
poesia profondamente terrestre, che rispolvera le radici piantate ferme e dolci
nella terra natia, l’altopiano di Camuti, ma che traspira di un senso del mondo
più alto e profondo. Al burbero e solitario Tjutčev si contrappone nella
ricerca e nell’indagine ascensiva, un mondo fatto di espressioni vernacolari,
onomatopee e risa e pianti di bambino. È proprio da Camuti che il viaggio
attraverso l’ultimo sforzo poetico di Bonaviri deve partire, poiché là, nel
paesino di nascita, riposa ancora la “pietra della poesia”, che afferma lo
stesso autore, essere stata il luogo fondamentale per lo sviluppo della sua
sensibilità poetica: là si racconta si ritrovassero poeti provenienti da tutta
la Sicilia, fino a prima dell’Unità d’Italia, per gareggiare in agoni poetici
scrivendo e recitando versi. È questa Arcadia luogo naturale della poesia ed è
da qui che attinge la quasi totalità dei componimenti raccolti sotto il nome “Cavalli
Lunari”. Altro polo fondamentale della poetica bonaviriana è poi la
famiglia, specie nella dimensione vissuta durante la sua giovinezza siciliana,
prima di trasferirsi a Frosinone, che rappresenta nelle sue liriche un perno
non solo tematico ma anche semantico: una famiglia fatta ormai di mancanze e
vuoti, di passati, ricordi vividi e scoloriti, immagini, detti, vernacolo,
gioco e scoperta, ma anche di epiteti e tradizione seguita religiosamente, i
ruoli dei familiari e la loro posizione nell’albero genealogico è sempre chiara
e segnalata, quasi un titolo d’onore.
Sono
evidenti, dunque, le differenze d’approccio alla lirica; eppure non ho potuto
fare a meno di considerare provvidenziale questa coincidenza tematica, questo
legame con la natura, questa smaterializzazione dell’io nel paesaggio e nei
suoni, nei colori, che avviene nel caso di Tjutčev con una certa austerità e distacco,
una integrezza che si adagia e riposa nei confini delle colline, alla luce
crepuscolare, mentre è tesa, nell’esperienza bonaviriana, in pieno accordo con
un’intimità — talvolta freudiana — di una memoria che mischia e confonde i
bordi dei corpi, li rende labili e fallaci, proiezioni del passato, ricordano.
Il moto verso l’alto, quello della fontana e dei suoi guizzi, destinati
inesorabilmente, ce lo racconta Tjutčev, a cadere e ritornare al luogo di
partenza, certo non abbandonando la loro propria leggiadria, è la realtà
dell’”arido vero”; il poeta russo riconosce ed è frustrato dall’impossibilità
di cogliere questo Oltre, questo Assoluto a cui tende in ogni sua lirica, sia
questa altisonante o colma di dolore lacerante — si veda a tal proposito “Silentium!”,
la sua lirica più famosa, proverbiale, sentenziale, lapidaria —, quella di
Tjutčev è quasi una poesia metodica, esemplare dello streben romantico.
Bonaviri dal canto suo recupera dalla poesia del novecento tutta quella verità
sottile e sotterranea, inconscia e mistica, il suono dell’infante la saggezza
del vecchio, il proverbio, scaramanzie apotropaiche, innestati e inscindibili
dalla sua terra, il caro altopiano di Camusi, che assume davvero il profilo
dell’Arcadia e permette non solo al poeta di toccare con mano il Cosmo,
l’aldilà, grazie proprio all’armonizzazione di questi frammenti di profumo, ma
di ridiscenderne con leggerezza e morbidezza.
Trovo
specialmente esemplificative di queste congruenze, in chiusura, le poesie che
seguono, che sono in fondo anche quelle che più ho apprezzato, nella mia
lettura. Con la speranza che vi suscitino le stesse emozioni.
La
fontana
Guarda
come qual viva nube leva
volute
la fontana risplendente,
come
fiammeggia, come franto
al
sole è l’umido suo fumo.
Alzandosi
nel cielo col suo getto,
la
recondita altezza sfiora, ed ecco,
in
polvere color di fuoco, pure
è
condannata a ripiovere in terra.
O
tu fontana del pensiero umano,
inesauribile
fontana!
E
qual è mai l’imperscrutata
legge
che t’agita e t’incalza?
Come
avida ti lanci verso il cielo!...
Ma
una mano invisibile e fatale,
frangendo
il getto pervivace,
lo
precipita in polvere dall’alto.
Silentium!
Taci,
nasconditi ed occulta
i
propri sogni e sentimenti;
che
nel profondo dell'anima tua
sorgano
e volgano a tramonto
silenti,
come nella notte
gli
astri: contemplali tu e taci
Può
palesarsi il cuore mai?
Un
altro potrà mai capirti?
Intenderà
di che tu vivi?
Pensiero
espresso è già menzogna.
Torba
diviene la sommossa
fonte:
tu ad essa bevi e taci.
Sappi
in te stesso vivere soltanto.
Dentro
te celi tutto un mondo
d'arcani,
magici pensieri,
quali
il fragore esterno introna,
quali
il diurno raggio sperde:
ascolta
il loro canto e taci!...
Il
vento
Il
vento a Camuti nasceva dai sassi
con
un gridolino e sternuti percepibili appena.
Formiche
volanti ne seguivano i passi,
cardellini
e fior di ginestra con lena.
Circuiva
noi fratelli e sorelle tanto che, buffi,
Turi
Ida Vincenza Maria me stesso,
ci
tramutavamo in ventilanti buffi
misti
a pappi, moscerini, granelli di gesso.
Ora
essendo noi soltanto mulinelli indefessi,
strisciando
sui tronchi ingravidavamo albicocchi,
stinchi
di mandorli, ripette di finocchi
selvatici,
e nostra madre: «O figli, vi siete dispersi?»
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Alessandro Falconi è uno studente del liceo classico Carducci Ricasoli di Grosseto, sofista; scrive poesie, legge poesie, ama poesie e asseconda in tutto quello che fa il suo daimon, intransigente. Attore per diletto, pensa che la beltà sia oltre il paesaggio, ma non chiedetegli la parola.


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