A PROPOSITO DI LUCCIOLE - Francesca Romana Rotella - Storie di donne nei versi di Marco Masciovecchio
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| Francesca Romana Rotella |
Masciovecchio è una pelle tesa di tamburo che vibra al soffio delle
altrui storie e le sue poesie sono il suono che ne deriva.
[Anna Segre]
…c'è un’empatia di fondo con i più deboli
a marchiare a fuoco i versi di Masciovecchio
[Davide Toffoli]
Ho conosciuto Marco Masciovecchio alcuni anni fa a Roma, nel noto locale Lettere Caffè, e da subito sono rimasta affascinata dai suoi affreschi poetici. La poesia di Masciovecchio si sente ma è soprattutto visibile: si staglia nitida, cinematografica e caravaggesca, con i suoi chiaroscuri. Lo sguardo del poeta non ha cedimenti, fedele ai propri valori, mantiene la pupilla saldamente ancorata sull’Altro, prediligendo un’umanità ai margini, trascurabile e diseredata. Ma Masciovecchio non rimane mero osservatore della realtà che lo circonda, è a pieno titolo all’interno del quadro che dipinge: è presente insieme al protagonista e, nel suo eclissarsi tra i versi, gli copre le spalle, lo stringe a sé.
L’effetto consolatorio che arriva dalle sue poesie è dovuto a questa compenetrazione tra il poeta-osservatore e l’ultimo-osservato: il lettore attento percepisce che non esiste una vera solitudine a questo mondo, non si è mai davvero soli.
Le poesie che vi propongo hanno tutte protagoniste femminili: le prime tre sono tratte da “Poco più di niente” (Edizioni Ensemble, 2025), le ultime tre sono, invece, in romanesco e fanno parte della raccolta “Roma sotto a ‘sto celo” pubblicata da Delta 3 Edizioni nel 2025.
ricordo il gesso sulla lavagna d’asfalto, tracciavi con perizia la campana quadrata, interi pomeriggi a tirare il sasso guardavo dall’angolo degli occhi volteggiavi come la farfalla di fiore in fiore sei ancora lì leggiadra batti le ali sui miei ricordi e lì ferma, rimani. ***
lo sai, soffro quando mi guardo ho sempre odiato il mio riflesso a casa ho distrutto qualsiasi specchio mi guardo attraverso l’ago della bilancia intacca e segna il mio stato d’ansia il – dai su mangia – di mia madre,
a scuola ero troppo grassa
all’università ero troppo magra
adesso non vado bene più a me stessa,
mi odio, vorrei morire e mi riduco all’osso
mangio e vomito dentro al cesso,
oggi l’ho vista la faccia della morte
riflessa dentro occhiali a specchio
del prof. coglione che segna medicine,
non si può mica prescrivere l’amore.
amare, nessuno te lo insegna,
mia madre metteva in fila le sue attese,
in fin dei conti vorrei morire
non ho il coraggio di scriverla la fine
volando dalla finestra oppure dal terrazzo
e mi restringo dentro questo strazio
chiamata in medicina anoressia
un lento abbraccio che mi porta via.
***
ora è rimasta sola
sola com’era sempre stata
il suo linguaggio esile
un flebile sussurro tra le labbra
la lingua nell’abisso della bocca
difficile capire le parole
negli occhi trasparenti come il mare
c’è l’ombra del demonio, il suo male,
le mani scorticate, ferite a sangue,
chinando il capo continua a recitare
preghiere sconosciute, prive dell’amen.
***
GRASSA COME ’NA VACCA
Grassa come ’na vacca da macello,
li gommiti poggiati sur davanzale
aspiri er fumo e ciancichi parole.
La foto, sur commodino, nun cià pietà de te
quanno a vent’anni eri la più bella puttana der paese.
A Roma ce sei arivata maritata.
Cór poro invalido de guera co’ ’na cianca sola
la pensione e un ber lavoro,
ma tu pe’ sfizio e pe’ piacere
arrotonnavi la mesata, ricevevenno a casa.
Mó confessi tutto senza pudore.
L’invalido piagne e beve
quarche vorta urla, quanno, sortanto pe’ dispetto,
j’annisconni la cianca de legno
sotto ar letto.
***
LA PROFESSORESSA
Me la ricordo bene la professoressa.
Viveva da barbona tra li barboni
anniscosta tra li giardini de la chiesa
sur lato lungo, quello co’ la porta chiusa.
La professoressa, e chi l’avrebbe detto!
Chiacchierava tutto er giorno co’ se stessa
e un soriso je dipingeva er viso
se ’no studente la salutava.
Tutta rossa come un peperone se faceva
quanno che la tosse er fiato je tojeva.
Poraccia! Aveva perso la raggione
quer giorno che tornanno a casa troppo presto
trovò er marito cór fijo drento ar letto.
Quer regazzino che sembrava strano,
a casa nun parlava co’ nessuno
annava male a scòla, stava sempre solo…
mó tutto è chiaro, e tutto se fa’ nero.
Pe’ la vergogna er marito scappò de casa.
Er fijo drento a ’na clinica privata.
E lei, ’na bestia drento la tana, s’aritrovò da sola.
Nun ritornò più a scòla, manco più a casa.
Se ciocchi co’ attenzione la vedi ancora,
t’appare all’improvviso come un fantasma.
A vorte la poi sentì ancora canticchià,
antre, invece, sortanto bestemmià.
De lei c’è arimasta sortanto la professione.
Impressa su la panca, senza er nome.
***
L’INFERNO SUR TERAZZO
Hai preso li panni da la lavatrice
poi sei salita pe’ infinite scale
facenno rumore co’ la chiave.
Ma chi l’ha detto che in arto ce sta’ er Paradiso?
Aprenno la porta in fero der terazzo
sei entrata ne la panza dell’Inferno.
Hai steso sopra ar filo le camicie e le majette,
le chiavi l’hai ariposte nel cesto de le mollette,
’na nuvolaccia nera copre er sole.
Nun aspettavi antro, era er segnale.
Scavarchi er parapetto
er sole riappare, te fa’ l’occhietto.
Chiudi l’occhi e spicchi er volo
a braccia aperte, un crocifisso che cade sull’asfarto.
Hai fatto in tempo pell’urtima preghiera?
Er botto arisveja er condominio,
er silenzio rotto dar pianto d’un bambino
er celo s’aricopre, se rifà nero.
Sopra l’asfarto c’è arimasto er corpo
tu, libbera te ne sei annata,
schiodata da quella Croce.
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Marco Masciovecchio, nasce a Roma nel 1967, ha frequentato la facoltà di Architettura di Roma, svolgendo contestualmente le più svariate attività lavorative. Vive a Ciampino e si occupa di Salute e Sicurezza sul lavoro per una multinazionale. Marco è un fotoamatore, ha partecipato a concorsi nazionali e internazionali e a mostre collettive; nel 2023 ha pubblicato il suo primo libro di poesia: Poco più di niente con la prefazione di Renzo Paris (Edizioni Ensemble). Alcuni dei suoi testi poetici sono presenti in raccolte e antologie. Roma, sotto a ’sto celo (Delta 3 edizioni, 2025) è la sua seconda pubblicazione in versi.


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