VOCI D'ALTRI, ALTRI SGUARDI - Ermira Shurdha - A Marzo si va a scoprire lo specchio e il suo doppio a Ferrara.
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| Ferrara - Credits Ermira Shurdha |
Non si può parlare di Ferrara senza nominare Giorgio
Bassani e Il giardino dei Finzi-Contini.
Mi piace ricordare che certi giardini esistono solo nel ricordo, con muri così
alti che non vedi cosa c'è dentro finché qualcuno non ti invita a entrare. E
poi, una volta che sei entrato, capisci che non è un rifugio ma una prigione
dorata, un Eden illusorio che la Storia presto spazzerà via, senza pietà. Questo
ho scoperto quando ho letto Il giardino
dei Finzi-Contini per la prima volta,
e ne ho avuto la conferma quando mi sono trovata ad ammirare il giardino sul
retro del Museo di Casa Ariosto, sede della Fondazione Giorgio Bassani,
nata nel 2002 per onorare e mantenere viva la memoria dello scrittore. Dalla
finestra spalancata entravano i profumi dell’estate che stava per finire e
davanti ai miei occhi le immagini dell’intellettuale che confessa di «aver
cercato di attenersi sempre di più e meglio alla verità oggettiva, storica».
Il 2026 segna il 110° anniversario
della nascita di Bassani. La sua conoscenza spesso avviene negli
anni liceali, quando a scuola si entra a contatto con la Storia. A quell’età,
pochi conoscono il Bassani poeta e militante antifascista, o il Bassani discepolo
di Giorgio Morandi, né hanno ancora scoperto il suo amore per Dante, o la
passione per il tennis, condivisa in gioventù con Michelangelo Antonioni, e per
il pallone, con Pier Paolo Pasolini, o l’amore per il teatro e il cinema, «lavoro
subalterno» coltivato nella maturità grazie allo sprone di Mario Soldati. A
taluni sfuggirà la passione per le moto, Guzzi e Lambretta, e in tanti si
stupiranno davanti al Bassani scopritore di talenti. È Citati a ricordarci che
«aveva un fiuto letterario straordinario nell’intuire la grande poesia e
scovare poeti esordienti». Chissà che fine avrebbe fatto Il gattopardo se non fosse stato notato da Bassani! La veste da letterato, giornalista, poeta,
traduttore, redattore contiene anche l’ambientalista che sostiene la difesa
delle coste contro la speculazione edilizia e la tutela dei parchi nazionali. Se
dovessi scegliere tra tutte le sue opere, opterei per l’incipit di Dietro la porta, un testo che
tutti i docenti delle superiori dovrebbero far leggere ai propri ragazzi.
Sono stato molte volte infelice, nella mia vita, da bambino, da ragazzo,
da giovane, da uomo fatto; molte volte, se ci ripenso, ho toccato quel che si
dice il fondo della disperazione. E tuttavia ricordo pochi periodi più neri,
per me, dei mesi di scuola fra l'ottobre del 1929 e il giugno del '30 quando facevo
la prima liceo. Gli anni da allora non sono serviti a niente, tutto sommato:
non sono riusciti a medicare un dolore che è rimasto là, intatto, come una
ferita segreta, sanguinante in segreto. Guarirne? Liberarmene? Ormai so bene
che non è possibile. Se adesso ne scrivo, dunque, è soltanto nella speranza di
capire e far capire. Non vado in cerca di altro.
Quello che
rende questo incipit così potente, e così necessario in un’aula liceale, è il
paradosso che lo attraversa. Un uomo adulto confessa di non essere guarito
dall'adolescenza; pertanto, non la celebra, non la rimpiange con nostalgia, non
la mitizza ma la porta ancora addosso come una ferita aperta. Per ragazzi
abituati a sentirsi dire che «passerà tutto», che «questi sono gli anni più belli»,
che il dolore giovanile è per definizione provvisorio, è un messaggio forte.
Bassani restituisce dignità a ciò che stanno vivendo, senza consolazione né
esagerazione Scrivere, dice, non serve a guarire ma a capire. È forse la
definizione più onesta che la letteratura abbia mai dato di sé stessa.
Da tardo
seguace del Novecento, Giorgio Bassani non scrive romanzi su Ferrara ma scrive «incerte
pagine giovanili» su «F.», la cittadina di provincia degli anni turbolenti
tra il 1929 e il 1945, dal consolidamento del fascismo alla Liberazione, con al
centro l'incubo delle leggi razziali del 1938 e della deportazione degli ebrei
ferraresi. Quando nel 1974 raccoglie le sei opere narrative, pubblicate tra il
1956 e il 1968 sotto il titolo unitario Il Romanzo di Ferrara, compie
un'operazione che ha precedenti illustri ma pochi eguali nella letteratura
italiana del Novecento. Il Romanzo contiene
Dentro le mura (1956), una rielaborazione
della raccolta di racconti pubblicata in origine con il titolo Cinque storie ferraresi, i romanzi Gli occhiali d'oro (1958), Il giardino dei Finzi-Contini (1962), Dietro la porta (1964), L'airone (1968) e la raccolta di
racconti L'odore del fieno (1972).
Sono «passeggiate» costruite secondo uno schema preciso, come
ricorda Jean Nimis: «una raccolta di racconti lunghi, quattro romanzi di varia
amplitudine, una raccolta di racconti brevi, in cui Il giardino dei Finzi-Contini occupa una posizione centrale, per
via di una organizzazione in prologo, epilogo, parti e capitoli relativamente
complessa, e per l’importanza della poetica dell’assenza che organizza il libro».
L’opera omnia, dunque, trasforma la città
in un organismo narrativo autonomo, dove personaggi, vicende e topografia si
intrecciano secondo una logica storica originale, «con la pacatezza e la
serenità disincantata dei sopravvissuti». Cinque storie ferraresi, premio Strega nel 1956, costituisce
l'ouverture del ciclo. Cinque
racconti apparentemente autonomi che rivelano, a una lettura attenta, una
struttura reticolare dove personaggi, luoghi e temi creano un tessuto narrativo
denso come quello di un romanzo tradizionale ma frammentato nella forma. Geo Josz,
il triestino ebreo protagonista di Una
lapide in via Mazzini, riappare fugacemente ne Il giardino dei
Finzi-Contini come compagno di tennis al Circolo degli Estensi. Elia
Corcos, il protagonista di La passeggiata
prima di cena, è il ritratto del nonno materno, Cesare Minerbi, e condivide
con i Finzi-Contini la stessa illusione di integrazione borghese che le leggi
del 1938 spazzeranno via. Clelia Trotti, la maestra dalle idee socialiste di Gli ultimi anni, ispirata alla figura storica di Alda Costa, abita
in via Colomba a pochi passi da via delle Volte, dove il giovane narratore,
alter ego di Bassani, si aggira cercando iniziazioni che la rispettabilità
borghese gli nega.
Persino la topografia bassaniana ha una rilevanza
che non è mai decorativa ma strutturale. Corso della Giovecca, tracciato al
tempo dell'Addizione Erculea,
opera urbanistica voluta da Ercole I d'Este e progettata da Biagio Rossetti nel
1492, primo esempio europeo di pianificazione urbanistica moderna, diventa
nella prosa di Bassani il luogo della «passeggiata prima di cena», rito
borghese dove si esibiscono le gerarchie sociali e dove si consuma il
progressivo ostracismo verso le famiglie ebree dopo il 1938. Via Mazzini, nel
cuore del ghetto istituito nel 1627, porta la lapide commemorativa per Geo
Josz, deportato e mai tornato. Via Cisterna del Follo, dove la famiglia Bassani
abitava, ospita il giardino con la magnolia della lirica «Le leggi razziali»,
tratta dalla silloge «Epitaffio» (1974), come testimone
vegetale della Storia. Via delle Volte, con i suoi archi medievali in mattoni
rossi, è la Ferrara popolare che la borghesia ebraica frequenta solo di
nascosto e dove il desiderio si libera dalle convenzioni sociali per seguire il
vizio «d'andare avanti con le teste sempre voltate all'indietro». E quando si
attraversa Corso Martiri della Libertà, davanti alla Fossa del Castello, gli
occhi volgono sulla finestrella sopra l’antica farmacia e si ha l’impressione di
passare sotto lo sguardo scuro e smarrito del dottor Pino Barilari che fissa i
passanti dopo aver assistito alla strage degli undici corpi nella notte del 15
novembre del 1943.
Il metodo narrativo di Bassani merita un’attenzione
filologica. Il tempo verbale dominante è l'imperfetto indicativo, tempo della
durata e della ripetizione: «si passeggiava lungo il Corso», «la città dormiva»,
«i Finzi-Contini non uscivano mai». Un imperfetto che crea un effetto di
sospensione temporale, come se la F. bassaniana esistesse in una dimensione
parallela dove il passato non finisce mai di passare. La sintassi procede per
accumulo e digressione. Una frase si apre, introduce un ricordo, il ricordo ne
suscita un altro, e quando finalmente il periodo si chiude il lettore ha
attraversato interi quartieri, grazie a una prosa che mimetizza il
funzionamento della memoria. Le frasi si
distendono con la lentezza della nebbia padana, s’avvolgono attorno ai ricordi
di chi sa che la memoria è l'unica resistenza possibile all'oblio. Le parentesi
diventano stanze segrete dentro le frasi, le digressioni divagazioni, eppure
sono dettagli essenziali. Bassani ti fa rallentare, ti costringe a guardare
ogni angolo di quel mondo un istante prima di scomparire, usando la
punteggiatura con meticolosa esattezza. La
presenza strategica dello scrittore-narratore (quasi sempre «io» che racconta «loro»)
diventa testimonianza parziale, mediata dal tempo e dalla colpa del
sopravvissuto. «Io» sono quello che è rimasto e che può raccontare perché non è
stato deportato, e questo privilegio comporta un debito morale che si paga in letteratura.
La memoria privata si trasforma in cronaca collettiva, ma senza mai fingere
oggettività. Ferrara, per Bassani, è quella vista da via Cisterna del Follo, dal
giardino con la magnolia, dalla casa borghese-ebraica trasformata in prigione
domestica.
Cinque storie ferraresi inaugura anche il tema del
muro. Basti pensare alle mura lunghe nove chilometri, le più estese d’Europa
ancora ben conservate, che stringono la città ma possono anche «abbracciare»,
come si legge in Gli occhiali d'oro. Dentro le mura c'è il mondo
ferrarese, autosufficiente e claustrofobico. Fuori c'è il nulla, ovvero,
Fossoli, Auschwitz, i campi dove i ferraresi deportati sono diventati fumo. E
subito viene in mente la poesia di Paul Celan, Todesfuge, scritta in tedesco, la lingua del popolo che gli aveva ucciso i genitori.
La sua Fuga mi è sempre piaciuta
leggerla in senso musicale, come tema che viene riprodotto, reiterato e
riecheggiato, e riprende il tentativo di fuga della morte che insegue i vivi sotto
forma di supplizio. Wir schaufeln ein
Grab in den Lüften, «scaviamo una fossa nell'aria». Non ci sono fosse per
chi viene bruciato. Il fumo è tomba, l'aria cimitero di ceneri. E in quella
tomba da liegt man nicht eng, «non si
giace stretti». Finalmente un po’ di spazio, dopo il sovraffollamento dei treni
e delle baracche. A Ferrara, invece, se
le mura nel Rinascimento estense proteggevano dal nemico esterno, nel Novecento
fascista restano, incrollabili, a delimitare uno spazio geografico che è anche
spazio della memoria.
Scrivere,
per Bassani, consiste nell’essere «il più possibile poeta in proprio, insomma a
esprimersi con assoluta e totale pienezza e libertà nella lingua che solo è sua». Nella
F. di Bassani ogni strada ha una storia, ogni palazzo un segreto, ogni famiglia
un destino che si intreccia con quello di altre, secondo logiche che solo la
letteratura può restituire. Non c’è nostalgia nei suoi libri ma una deliberata
operazione di resistenza: finché c'è un libro che li nomina, i deportati
continuano a camminare per via Mazzini, i Finzi-Contini a giocare a tennis nel
loro giardino murato, e F. continua a esistere secondo uno schema in cui «il
cuore ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà», vale a dire «appena
un poco di quello che è già accaduto».
***
POESIA
- Ludovico Ariosto e la cantica cavalleresca che fonda la Ferrara estense
Ludovico Ariosto è ferrarese di nascita, di
formazione e di servizio. Tutta la sua vita adulta trascorre a corte: prima
come familiare del cardinale Ippolito d'Este, poi come funzionario del duca
Alfonso I. Il rapporto con i signori di Ferrara è complesso, fatto di
dipendenza economica, gratitudine culturale e insofferenza personale. Ippolito d’Este
lo paga poco e pretende molto; l’Ariosto sogna l'indipendenza letteraria ma non
può permettersela. Da questo conflitto nasce l'Orlando Furioso,
poema che omaggia la dinastia estense ma con un'ironia che mina dall'interno
ogni retorica encomiastica.
Inserito
nella grande vitalità della tradizione romanzesca, l’Ariosto costruisce un
immagine totale del mondo in cui spiccano le contraddizioni dell’esistere e
tutti i rapporti vari dell’esistenza. C’è una vera e propria antropologia nel
poema, un’interrogazione continua sulla modalità di vivere i rapporti umani che
si proietta attraverso l’immagine dell’avventura, della contraddizione comica,
del gusto del gioco e persino del fantastico. Tutto questo mira a costruire un
organismo che vuole essere di per sé perfetto, che deve essere lavorato come
emblema di bellezza e vuole dare una definizione essenziale sul mondo, pur
partendo dal mero divertimento. Una scrittura che scorre con grande scioltezza
e nello stesso tempo studiatissima, dove le cose più complesse si presentano
come spontanee.
L'Orlando Furioso viene pubblicato in tre
edizioni: la prima nel 1516 (quaranta canti dedicati a Ippolito d'Este), la
seconda nel 1521 (revisione stilistica), la terza e definitiva nel 1532
(quarantasei canti). Quarantaseimila versi in ottave, centinaia di personaggi,
tre trame principali che si intrecciano: la pazzia di Orlando per amore di
Angelica, la guerra tra cristiani e saraceni, le avventure della coppia Ruggiero
e Bradamante, mitici antenati degli Estensi. Il vero protagonista è Ferrara, centro
gravitazionale di una cosmogonia cavalleresca dove il castello, la corte e la
dinastia diventano archetipi.
Il canto terzo contiene la celebre «profezia di
Bradamante». Il mago Merlino evoca davanti all'eroina la discendenza estense,
elencando tutti i signori di Ferrara da Obizzo II (1264) fino ai contemporanei
di Ariosto. Non è un semplice omaggio di corte ma un’operazione che colloca la
dinastia estense nella stessa dimensione leggendaria di Artù e Carlo Magno.
Ferrara, una delle tante signorie padane quattrocentesche, diventa la nuova
Camelot, dove la cortesia cavalleresca raggiunge la sua moderna forma
rinascimentale. Ercole I d'Este viene descritto come «il giusto Ercole»,
Alfonso I come «il saggio Alfonso». L'adulazione è trasparente ma funziona,
perché inserita in un sistema narrativo in cui il confine tra storia e mito è
già dissolto.
Il castello estense compare nell'Orlando Furioso
sotto forma metamorfica. Nel canto dodicesimo e tredicesimo compare il «palazzo
di Atlante», castello incantato dove i cavalieri entrano credendo di inseguire
ciò che più desiderano e si perdono in un labirinto di illusioni. Ogni eroe
vede apparizioni diverse: Ruggiero vede Bradamante, Orlando vede Angelica,
Ferraù vede il suo elmo perduto. Il castello è una trappola architettonica che
sfrutta i desideri per imprigionare. È difficile non leggervi una metafora del
Castello Estense, edificio che dal 1385 domina Ferrara con le sue quattro torri
angolari, fossati e ponti levatoi, e che per un cortigiano come l’Ariosto è una
fortezza che protegge e imprigiona, una fonte di sostentamento economico e un limite
alla libertà personale.
L'ottava ariostesca dallo schema ABABABCC è una forma
metrica perfetta per il tipo di narrazione che Ariosto costruisce: i primi sei
versi alternano rime (AB AB AB) creando movimento, gli ultimi due (CC, distico
a rima baciata) chiudono con un effetto di sospensione e di ironia. L’Ariosto
usa l'ottava come unità metrica e come unità narrativa: ogni ottava contiene un
micro episodio, una riflessione, un coup
de théâtre. La lettura procede per accumulo e digressione, una vicenda si
interrompe nel momento più drammatico, il narratore passa a un'altra storia, e
il lettore deve attendere canti interi prima di sapere come va a finire. È una tecnica
che trova equivalenti moderni nel montaggio cinematografico o nelle serie
televisive, ma Ludovico Ariosto l’inventa nel 1516.
L'ironia è la cifra distintiva dell’Ariosto. Il
poema omaggia gli Estensi ma li colloca in un mondo cavalleresco ormai
anacronistico nel Cinquecento. Gli eroi sono ridicoli e eroici perchè Orlando
impazzisce per gelosia e gira nudo per la Francia sradicando alberi, Ruggiero
fugge su un ippogrifo volante ma poi si lascia incantare da ogni bella donna
che incontra, Angelica, la principessa per cui tutti combattono, si innamora di
un fante e fugge con lui in Oriente. Ariosto sa che la cavalleria è morta, che
gli Estensi non sono discendenti di eroi ma signori che usano l'artiglieria e
la diplomazia, che Ferrara non è Camelot ma una corte rinascimentale piena di
intrighi. Eppure, finge di crederci, e proprio questa finzione consapevole
genera l'ironia che attraversa tutto il poema.
Ferrara appare nell'Orlando Furioso anche
topograficamente. I «lochi ameni» descritti nel proemio richiamano le delizie
estensi come le ville di campagna Belriguardo, Schifanoia, Belfiore. Il Po, «re dei fiumi», è una presenza
costante. La cortesia, valore centrale del poema, è quella che Ludovico Ariosto
osserva quotidianamente a corte: rituali di precedenza, duelli per questioni
d'onore, donne belle e inaccessibili. Ma tutto è trasfigurato e portato su un
piano mitico dove Ferrara diventa archetipo della città-corte rinascimentale.
L'Orlando Furioso non è solo un'opera
ambientata a Ferrara ma un'opera che fonda l'identità culturale di
questa città. Ferrara sarà la città cortese degli Estensi, la città dove si
scrive in ottave e si pensa in termini cavallereschi. Anche quando il ducato
finisce (nel1598, gli Estensi si trasferiscono a Modena per questioni di
successione), anche quando Ferrara decade a provincia dello Stato Pontificio,
l'Orlando Furioso resta come monumento letterario di una grandezza che
fu. E quando Bassani, quattro secoli dopo, scriverà la sua Ferrara ebraica e
borghese, dovrà fare i conti con la Ferrara ariostesca che continua a esistere
nella toponomastica e nell'immaginario collettivo, nella memoria culturale
della città.
Ariosto muore nel 1533 nella sua casa in contrada
Mirasole, oggi via Ariosto 67. Sulla facciata fece incidere il motto latino Parva sed apta mihi (Piccola ma adatta a
me). È la stessa umiltà ironica che attraversa tutto l'Orlando Furioso:
fingersi piccolo mentre si costruisce un mondo.
***
3. ARVO PÄRT -
"Spiegel im Spiegel" - specchio nello specchio, riflessioni infinite
Arvo
Pärt compone Specchio nello specchio nel 1978, ultimo lavoro prima di lasciare l'Estonia per Berlino. In questa
versione per pianoforte e violino (ne esistono altre per violoncello, viola, arpa)
l'immagine della tristezza è riflessa nella natura sublime, nella delicatezza
di una giornata uggiosa con le gocce di pioggia che cadono come lacrime che
lavano l'anima. In una straordinaria comunione di immagini e suoni il piano esegue
triadi spezzate ascendenti, sempre uguali, con la mano sinistra che ogni tanto
aggiunge un Fa grave. Il violino disegna melodie lentissime che salgono e
scendono tornando continuamente alla nota La, «come tornare a casa dopo essere
stati via», dice Pärt. Ogni frase melodica è uno specchio della precedente: se
la prima sale (G-A), la seconda scende (B♭-A); se
la terza aggiunge una nota salendo (F-G-A), la quarta l’aggiunge scendendo (C-B♭-A). E così via, all'infinito.
La
struttura è pura matematica, eppure l'effetto rigoroso è associato a una completa
libertà emotiva e a uno stato meditativo profondo. Chi ascolta non può non commuoversi.
Spiegel im Spiegel è uno dei brani più usati al cinema, nei balletti,
nei funerali. Possiede una qualità sacra e laica insieme, che è triste e
serena, antica e contemporanea. Pärt lo chiama «stile tintinnabuli» (da «tintinnabulum»,
campanella): due voci che s’accompagnano, un corpo e un’anima. La voce melodica
del violino è libera ma sempre legata a quella armonica del piano che la àncora
alla triade di Fa maggiore. Una dualità perfetta tra movimento e stasi, libertà
e urgenza; in cui l'uno non può esistere senza l'altro.
Spiegel
im Spiegel esprime l’atmosfera ferrarese per
motivi che vanno oltre il titolo trasparente, anche se «specchio» già
basterebbe. Ne cattura la dimensione rarefatta, la lentezza nella contemplazione
di Ferrara, dove le nebbie costringono a rallentare, dove il silenzio obbliga
ad abbassare i toni. E quando si rallenta, s’inizia a sentire il proprio
respiro, il rumore dei passi sui sampietrini o sul lungofiume, il battito del
cuore in sincronia con il ritmo della città. La musica di Pärt inizialmente può
apparire monotona, ripetitiva. Solo dopo una manciata di minuti s’iniziano a
percepire le micro variazioni, le sfumature armoniche, gli spazi tra le note di
una musica che è attesa, pazienza, fermata. A Ferrara regna un tempo irregolare
che è Nostos, ritorno eterno del
ricordo dei nostri simili che, unito ad algos
(dolore), forma la radice della parola nostalgia.
***
FILM - Al di là delle nuvole di Michelangelo Antonioni
Antonioni
nasce a Ferrara nel 1912, cresce e studia nella sua città, poi parte per Roma e
diventa uno dei più grandi registi del Novecento senza mai lasciare Ferrara. È
lì, dentro ogni suo film, nelle architetture vuote di L'avventura, nelle
periferie desolate di Il deserto rosso, negli spazi rarefatti di L'eclisse.
Antonioni viene ricordato come il regista dello spazio come personaggio e del
vuoto come presenza. E questo l'ha imparato a Ferrara. Al di là delle nuvole
(1995) è il suo ultimo vero film, co-diretto con Wim Wenders dopo l'ictus che
gli aveva paralizzato metà corpo. È diviso in episodi tratti da racconti che
Antonioni aveva scritto negli anni '80. L'ultimo episodio, quello che chiude il
film, è ambientato a Ferrara quando Antonioni decide di tornare a casa.
La
trama è semplice. Un regista (John Malkovich, alter ego di Antonioni) arriva a
Ferrara per girare un film. Incontra una ragazza (Irène Jacob) in una chiesa.
Parlano, camminano per le strade vuote, attraversano le piazze deserte. Lei gli
racconta di aver ucciso il padre da bambina. Lui la ascolta, la filma
mentalmente mentre lei scompare tra le nebbie, e lui resta solo sotto i portici
infiniti di Corso Ercole I d'Este. Un film in cui non succede quasi niente ma
in cui Antonioni filma Ferrara così come la ricorda: città-fantasma dove le
persone sono presenze rarefatte, dove le architetture contano più degli
abitanti. Ferrara è città dell'assenza, degli Estensi che non ci sono più, del
Rinascimento che è passato, della grandezza che fu. Passando la vita a filmare
l'incomunicabilità, nella sua città natale Antonioni trova la scenografia
perfetta. La fotografia (Alfio Contini, Wim Wenders) trasforma Ferrara in
paesaggio metafisico: nebbie che avvolgono il Castello, portici che si perdono
nell'infinito, piazze dove la luce sembra venire da un altro secolo. È la
Ferrara riletta attraverso il cinema moderno, che non esiste più ma che
continua a sopravvivere nella memoria di chi l'ha abitata.
Il
titolo, Al di là delle nuvole, descrive Ferrara alla perfezione: sempre
al di là: al di là del Po che la separa dal resto dell'Emilia, al di là delle
nebbie che la nascondono, al di là del tempo che sembra essersi fermato. Antonioni
cerca di attraversare quel «di là», di raggiungerlo filmandolo. Ma come sempre
nei suoi film, l'attraversamento fallisce. Si resta al di qua, separati da
qualcosa di invisibile ma insuperabile. Il film venne considerato troppo lento,
troppo vuoto, troppo poco narrativo. Ma i ferraresi capirono che quello era il
ritmo di Ferrara, una città dove non succede mai niente di eclatante, dove la
vita scorre piano come il Po in magra. E proprio per questo tutto accade nel silenzio,
senza fare rumore, senza celebrazioni, semplicemente restando lì, uguale a se
stessa, ad aspettare che lo spettatore capisca che non si può mai davvero
tornare a casa, ma la casa resta il luogo da cui si misura ogni distanza.
***
PROFUMO - Eau de Verino e la magnolia di Agustí Vidal
Se si
guarda dall'alto, Ferrara ha vari giardini, polmoni verdi che diventano
metafore poetiche. Ho trovato un profumo che racconta la storia di un giardino.
Eau
de Verino ricorda una magnolia dritta
dalla base al vertice come una spada, un maestoso albero che ormai fuoriesce oltre i tetti
circostanti e può guardare la città da ogni parte e l’infinito spazio verde che
la circonda. Agustí Vidal, l’accademico spagnolo che occupa il Sillón Magnolia, è sia chimico che musicista, o meglio, un profumiere-compositore. Di
origine catalana, da quando inizia a lavorare per Symrise nel 1979, Vidal sceglie la magnolia come essenza che lo accompagnerà
nella sua carriera di profumiere, dalla sua prima memoria olfattiva del
giardino materno fino alle creazioni più complesse. «El perfume es la emoción
olfativa creada para dar poesía a la cotidianeidad y para convertir en sublimes
sus momentos importantes» [Il profumo è l'emozione olfattiva creata per dare
poesia alla quotidianità e rendere sublimi i suoi momenti importanti.]
Nel
2002 Vidal crea per il brand Roberto
Verino un mélange di fiori bianchi e una raffinata magnolia nel cuore, la Magnolia denudata, fiore dai petali
translucidi come porcellana. Alla prima nebulizzazione si annuncia la maestosità
e la perseveranza di un’essenza volitiva e pura che
si scopre a poco a poco, avvolta in una nuvola bianca sospesa e galleggiante
nella nebbia. La varietà cinese è più schiva e non ama apparire; non ha il
profumo indolente della grandifolia,
ma regala scenari infiniti di suggestioni, di sogni e proiezioni. Fiorisce prima
delle foglie, quando l'aria è ancora fredda e umida, tra febbraio e marzo.
Vidal vi aggiunge note di ozono, che ricordano la neve che sta per cadere, per
dare a Eau de Verino la qualità rarefatta
dell'odore di petricor nell'aria dopo
una giornata di pioggia. Una fragranza delicata che avvolge piano e ispira un’immagine
consolatoria della città, quasi materna, se la si contempla dal cerchio ampio
delle mura che la stringono e la avvinghiano in un abbraccio infinito, rilassante
e amorevole.
Il
Bassani poeta ricorda il maestoso albero che
sta giusto nel mezzo del giardino di casa nostra a Ferrara. È proprio la stessa magnolia che ritorna
in pressoché tutti i suoi libri e diventa memoria vivente di radici che
resistono, testimone silenzioso delle leggi razziali del ’38, quando tutto il
mondo crollava. Quando tutto viene portato via – case, dignità, vite – l’albero
denudato non viene sradicato. La
magnolia resta solida e fiorisce puntuale, testarda e coraggiosa sulla neve, quasi
indistinguibile, ma se si guarda bene si scorgono i petali bianchi morbidi, carnosi,
con quella sfumatura verde muschiata e cremosa.
Vidal, che
è direttore dell’orchestra Coral Polifónica di Granollers oltre che profumiere,
compone Eau de Verino come una fuga
musicale di voci
che si sovrappongono e dialogano senza mai sovrastarsi. Dopo le note di
apertura di bergamotto, ribes nero, pompelmo, giacinto e mandarino, la magnolia
diventa simbolo di continuità familiare attorno a cui tutte le note ruotano:
quella fruttato-floreale dell’osmanto cinese si amalgama al gelsomino egiziano e
sposa il mughetto verde-acquatico con la vibrante fresia. L’ozono delle note marine
rende il fondo più adatto al freddo ferrarese, amalgamando il legno di cedro al
muschio e all’ambra grigia.
Le note
acquatiche richiamano il fiume che ha decretato nascita e sviluppo di una città
dall’atmosfera strana, ineffabile, in cui i protagonisti sono il vuoto e
l'assenza. Nella rarefatta Ferrara il fiume è una costante che ne determina la
storia e il fascino senza tempo. Il Po, il suo delta e i suoi rami, continuano
a regalare storie ed emozioni. La magnolia, bianca, fragile, ostinata, diventa memoria
viva nel cerchio olfattivo che è protezione e libertà; come le mura della città
che si confondono con la vegetazione che li circonda. In sottofondo il ricordo
forte dei maceri e degli effluvi inebrianti che donavano ai suoi abitanti una
certa bizzarria. Nell’odore di nebbia, di pietra umida, del profumo Eau de
Verino, bianco, trasparente, quasi invisibile, si nasconde un calore familiare che
continua ad abbracciare.
Bibliografia essenziale
Narrativa
Bassani, Giorgio (2010). Il romanzo di Ferrara, a cura
di Roberto Cotroneo, Milano, Mondadori
Bassaniana https://www.fondazionegiorgiobassani.it/bassaniana/
Poesia
Ariosto, Ludovico (2016). Orlando
Furioso secondo l'editio princeps del 1516, Torino, Einaudi
Musica
Pärt,
Arvo (1999). Alina.
ECM New Series
Hillier,
Paul (1997). Arvo Pärt.
Oxford: Oxford University Press
Arvo Pärt Centre www.arvopart.ee
Cinema
Antonioni,
Michelangelo (1995). Al di là delle nuvole. Italia/Francia/Germania
Tinazzi, Giorgio (2002). Michelangelo Antonioni. Milano, Il Castoro
Chatman, Seymour (1985). Antonioni,
or The Surface of the World.
Berkeley: University of California Press
Profumo
Turin, Luca
(2007). The Secret of Scent.
London: Faber & Faber


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