UMAMI, DHARMA E BARBABIETOLE - Pietro Edoardo Mallegni - “Nessun crimine è come il presente” (una strana geografia di citazioni e mancanze)
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| Pietro Edoardo Mallegni |
“Van Gogh non ‘godeva’ nel dipingere, ma la sua pittura era un atto di sofferenza e necessità interiore.” Argan, uno dei massimi storici dell'arte, definisce la pittura di Van Gogh come un'esperienza "viva fino al parossismo, al delirio, alla morte". Il quadro non si riduce a rappresentare la realtà, ma "è" la realtà stessa, vissuta con un'intensità quasi insopportabile; Van Gogh non si limita a dipingere ciò che vede, ma deforma strutture e colori per esprimere i propri sentimenti, anticipando, così, l'Espressionismo.
Questo non vuole essere un pezzo sulla figura dell’artista sopra citato, non sarei capace di argomentare nel modo consono la sua arte e la sua vita. Ma rimane il fatto che l’amato Vincent rappresenta una sorta di epifania per l’arte in genere. Per chi crea. Per chi decide, storpiando una citazione, di voler sconfiggere "l'inconsapevole paura di saper dire IO”. Talvolta riflettendo sull’idea di artista o per lo meno di identikit di artista mi chiedo: “se lo incontrassimo per strada, lo sapremmo riconoscere? E, nell’era dell’adesso, sapremmo distinguere i millantatori di se stessi da coloro che invece hanno ancora qualcosa di concreto da dire? Da dare al mondo?” La chiave? Quel buco negli occhi, utile a riconoscere il vuoto dentro di noi in qualcun altro. È la sofferenza e la restituzione della stessa al mondo che definisce l’artista. Conoscete la famosa frase di Welles: “In svizzera in 400 anni di pace e amore fraterno inventarono l’orologio a cucù, nel mentre in Italia sotto i Borgia…” A voi il compito o la curiosità di vedere la conclusione qualora non la conosciate. L’essere umano, per dare l’impronta di sé al mondo, deve vedere una parte della sua identità distrutta, umiliata, mutilata e/o tutto il peggio si può pensare di fare alla parte intangibile del nostro essere. Certo, posso essere smentito, sbugiardato e se volete “sputatemi addosso”, ma non ho mai letto o trovato un’opera interessante che si intitolasse: “Oh mio Dio quanto mi sento bene”. Citando sempre “se siete di quegli idioti che devono sentirsi bene, bè, fatevi fare un massaggio ai piedi”. Passando per la Duras o Carver, giungendo a Frida o Egon Schiele, Mahler o Etta James (la lista potrebbe essere lunghissima) l’artista con i suoi strumenti spesso logori, socialmente avulsi, schifosamente criticati prova a dare contezza del proprio dolore ed il dolore è sempre un presente. Nel senso che il dolore ha una dimensione da rimettere sempre all’adesso. Non possiamo in nessun modo dare contezza, con certezza matematica, dello sviluppo del dolore vissuto oggi nel tempo; invece il dolore di ieri trova una dimensione precisa nell’adesso. Facciamo un esempio: ricordiamo molto bene il male che ci ha fatto il nostro primo amore alle superiori, ma non riusciamo immaginare se nostro marito o nostra moglie, lasciandoci oggi di punto in bianco, sarà capace di scavare una trincea da permettere alla nostra memoria di ricordarlo fra diversi anni con la stessa intensità dell’innamoramento vissuto in adolescenza Un “ottimo dolore” è come un’ottima bottiglia di vino, con il tempo può costare di più, ma è quando la stappate e non quando la comprate che si concretizza il suo vero prezzo. Giungiamo così alla spiegazione del titolo (tutto sto discorso per arrivare alla spiegazione del titolo???) Il titolo è una citazione. La frase, nella sua catastrofica bellezza, è affidata a un burocrate o per lo meno ad un attore che lo interpreta, all’interno di un futuro in cui gli ideali desideri di adesso si sono concretizzati nella loro forma antiumana migliore: “e ve sto a parlà de sentimenti, mica de salsicce”. Ve sto a parlà de “I crimini del futuro” di quel mostro visionario di Cronenberg, un film passato in sordina (maledetti voi e tutto ciò che avete messo in quel sacco chiamato Mainstream che vi piace tanto ingurgitare tutti i giorni). Piccolo sunto: un futuro molto prossimo. Il mondo sembra essere sopravvissuto ad un grande conflitto. Il dolore fisico sta scomparendo. L’essere umano sta cominciando ad evolversi in risposta a tutta la merda sintetica che ha deciso di chiamare casa. Diviene capace di digerire la plastica, o per lo meno un certo numero di esseri umani. Ovviamente, la proiezione dell’essere umano ideale nel domani di un domani è di vedere la forma di sè migliore, ma pur sempre pura e attinente all’ideale immagine di sé, pertanto tutti i rappresentanti di questo “transumanesimo” vengono segregati dalla società. Il nostro burocrate è addetto alla catalogazione dei nuovi organi, che, qualora divenissero ereditari, potrebbero arrivare a cambiare la definizione di umano. E l’artista che fa in tutto questo? L‘artista soffre. Soffre dormendo e mangiando. Genera tumori che fa tatuare tramite un’operazione chirurgica e infine si fa asportare di fronte al pubblico in una sorta di strano spettacolo performante. Citando “La chirurgia è il nuovo sesso”. Non voglio dirvi troppo di questo meraviglioso pezzo di cinema (che poi Cronenberg è tutto bello), ma posso dirvi che per me è stata un’epifania. Il concetto di artista ridisegnato, messo all’interno della più concreta definizione di malato, in un mondo in cui il corpo è divenuto anch'esso materiale sintetico da modellare. La maturazione di ciò che il pubblico definisce arte è lo svilupparsi di un tumore; nonostante il percorso evoluzionistico dell’uomo, nel futuro immaginario del film, i tumori, comunque, uccidono. L’arte puramente performativa si rimette sempre ad un concetto di privazione e mai di accumulazione. Il bello consiste nel togliere il tumore, non nel vedere lo svilupparsi o il sovrapporsi delle parti che lo compongono. Di fatto, un altro artista che si cuce palpebre e bocca e installa diverse paia di orecchie su tutto il corpo viene criticato aspramente dal pubblico: “Sai non svolgono nemmeno la loro naturale funzione, ossia quelle orecchie non sentono”. Il segreto è togliersi. Soffrire. Creare in funzione del proprio dolore e donare, lasciando quanto abbiamo da dire in un'ampolla di formaldeide, per evitare che marcisca, consentire a chi si arroga il diritto di dire cosa sia arte oppure no, di osservare l’ennesimo pezzetto di noi lasciato andare. L’artista si priva di ciò che potrebbe catapultarlo nell’empireo degli uomini del domani, per chiamarlo arte con gli uomini del presente, rendendolo inadatto sia a far parte dei primi che dei secondi. Colpo di genio: a un certo punto sceglie da che parte stare, trovando sollievo e, ovviamente, la morte. Applicando la proprietà commutativa a Leopardi: “la morte non è un male perché libera l’uomo da tutti i mali e insieme coi beni gli toglie i desideri” (Pensieri VI). Viene da dire che l’uomo che riesce a privarsi di tutti i mali deve necessariamente morire. Il burocrate (che svolge un ruolo piuttosto piccolo) avrà l’onere di custodire il catalogo di tutti le opere d’arte/organi del nostro artista dopo la morte. Cioè alla fine un ometto noioso, inconcludente, verboso è il vero custode dell’opera omnia, lo stesso che con le sue regole in un qualche modo ha cercato di dare un perimetro alla definizione di arte. L’ironia più sottile sta nell’aver provato ad espellere quel tumore di sofferenza che annida il vuoto, la mancanza che affitta il nostro stomaco e vedere che tutto ciò che ci circonda farà sempre carte false per impedire che tale mancanza venga definita tale. Sarà sempre la mediocrità degli astanti a formare quel maledetto ombrello, muro, rete, oggetto che preferite, a fare in modo che il presente non possa essere un crimine, ma piuttosto un ideale. Bulgakov con “Il maestro e Margherita?” Pubblicato postumo, dopo una censura pazzesca. Kafka voleva distruggere i suoi racconti e fu Max Brod, disobbedendogli, a farli pubblicare. Dolores Prato riuscirà a vedere quel capolavoro di “Giù la piazza non c’è nessuno”, pubblicato dopo aver compiuto 87 anni, passando una vita tra rifiuti editoriali e pubblicazioni stizzite. Carver ha lasciato un pezzo di fegato per ogni riga di “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”, alcolizzato e povero in canna. Così fino all’origine dell’arte. Dalla prima parola scritta fino all’ultimo concerto jazz, dalla prima pietra pitturata all’ultima performance, il problema è sempre il solito: saper dire quella mancanza dell’adesso, che significa “IO” e, dio non volendo, riusciate a raggiungere la fama ed il successo, che poi sono “le cuginette tr**e del prestigio”, perchè per un attimo “les autres” vi hanno capito e concesso lo spazio, ricordate che (e giuro è l'ultima citazione storpiata ) “vi amano tutti, ma non piacete a nessuno”. |


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