POESIA E ALTRE FORME - Massimo Maggiore - L’amore per Milano racchiuso in un'opera archivio

 

Massimo Maggiore



C’è un anno nella mia vita che ricordo con una certa tristezza. È il 2009 quando Ramak Fazel, il mio carissimo amico americano di origini iraniane, decise di ritornare per sempre negli Stati Uniti.

Era arrivato in Italia da New York nella primavera del 1994. È una delle pochissime persone di cui ricordi la data esatta del primo incontro: era il primo maggio. Lo conobbi perché ospite temporaneo a casa di un altro mio carissimo amico. Cercava una stanza da condividere a Milano a partire da settembre di quell’anno. Fu così che diventammo “room mates”, coinquilini in quel di Piazza Wagner n. 4, io studente di giurisprudenza, lui fotografo.

Ramak ha uno stile fotografico molto particolare. Non ho mai conosciuto nessuno così interessato come lui alle persone e all’antropizzazione, alla presenza dell’uomo - spesso solo evocata dagli oggetti, dagli artefatti umani. Ma su questo tornerò a breve. Per finire questo prologo, devo tornare al 2009, l’anno in cui come dicevo lui mi disse che dopo 15 anni in Italia a Milano sarebbe tornato “for good” (per sempre) negli Stati Uniti.

Quei 15 anni trascorsi in Italia ci unirono in maniera fortissima. Ancora oggi, a distanza di 17 anni da quella partenza, considero Ramak una delle persone più importanti della mia vita, una persona con cui ho condiviso tantissimo e continuo a condividere tanto, anche a distanza di tempo e nonostante l’Atlantico ci divida.


Non sapevo ancora, quando lui mi disse che se ne sarebbe andato, che aveva combinato qualcosa di straordinario: aveva costruito un intero archivio, fatto con le strutture tipiche degli archivi da ufficio di un tempo, in cui aveva raccolto le testimonianze della sua vita milanese di 15 anni. Quell'archivio non aveva ancora un nome. Lo vidi per la prima volta all’interno del suo meraviglioso spazio-studio creativo di Alzaia Naviglio Grande 42, il mio rifugio serale, la fuga dal mondo del lavoro da avvocato dove spesso e volentieri andavo per condividere con Ramak il mio tempo perduto.


Ecco la fotografia di quell’archivio, come si presentava all’interno del suo studio, ormai svuotato per lasciarlo libero in vista del suo ritorno negli Stati Uniti:

Ramak Fazel, Milan Unit, 2009, mixed media Courtesy Viasaterna Arte Contemporanea, Milano



Che cos’è gli domandai? E la mia domanda era già significativa del suo andare oltre l’apparenza funzionale di semplice scaffalatura, di ordine dato alle cose che lo compongono. Come dicevo, quella cosa non aveva un nome e non ricordo bene quando le fu dato. Un altro amico comune mio e di Ramak, Michael Loos, di recente mi ha detto di essere stato lui a suggerire a Ramak di non limitarsi a chiamarlo archivio, ma “Unit”, “Milan Unit” per la precisione.


Molto efficace questa scelta, che significa la concentrazione di un tempo di 15 anni nella vita di uomo. L’Unità di un tempo irripetibile nella città che è la mia ormai da oltre 35 anni e che tanto mi ha dato e continua a dare e che per questo amo.

Se sia un’opera d’arte in sé, questa combinazione spazio-temporale, ovvero un semplice archivio o un’opera archivio o cos’altro è da lungo tempo oggetto di discussione. In particolare da quando ad averne acquistata la proprietà qualche mese fa è stato il prestigioso museo MAXXI di Roma, che a fine maggio dedicherà una mostra a Milan Unit.

Per me Milan Unit, come dice la felice denominazione, è molto di più della somma dei suoi componenti. Aprendone i cassetti e i raccoglitori si trova la documentazione non solo fotografica (tantissime immagini, fotografie stampate, provini, vecchie polaroid), ma anche libri, riviste, oggetti di uso comunissimo (come il gattino orientale che saluta con la zampa che si vede nella fotografia sullo scaffale superiore), opere di altri artisti, quaderni di appunti come questo:


Immagine che contiene testo, libro, calligrafia, carta

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Questo quaderno d’appunti è il frutto delle lezioncine di italiano che mi divertivo a dargli durante la nostra convivenza milanese. Nel tinello “maron” del nostro appartamento di Piazza Wagner, gli scambi cultural-culinari - io cucinavo piatti ambiziosi con più o meno successo presi da ricette tratte da La Cucina Italiana, lui deliziosi manicaretti iraniani, come i dolma, foglie di vite ripiene di riso e carne e servite con una salsa allo yogurt:

Dolma

Dicevo, spesso durante la preparazione dei piatti, gli spiegavo come funzionasse la nostra lingua. Come si vede dalla foto dei suoi appunti, come molti stranieri, aveva difficoltà nel comprendere la concordanza di genere tra sostantivo e articolo o aggettivo, sicché come si legge nei suoi appunti “another type” diventa “un altra tipo”. Due errori in tre parole.


In Milan Unit ci sono anche diverse fotografie di me e dei miei genitori, quando venivano a trovarmi a Milano. Mi fa sorridere pensare ora di essere in una opera d’arte, consegnato con essa alla custodia di un museo. 

Milan Unit è non solo descrizione di una parte della vita di un artista a Milano, ma anche un omaggio a questa città. Milano non ha chiesto a Ramak chi fosse. Ha dimostrato a Ramak il volto di una città che semplicemente ti invita a viaggiare sul terreno privo di dislivelli e asperità che caratterizza la città, un piano perfetto su cui muoversi, lasciandosi guidare solo dalla propria voglia di camminare. Milano, la città in mezzo alla immensa pianura (Mediolanum) ha una posizione geografica che di per sé ha fatto prevalere il desiderio di essere raggiunta da chiunque, piuttosto che di non esserlo.

In Milan Unit di questo atteggiamento di apertura di Milano si trovano moltissime tracce. Ramak si è impossessato della città, dai grandi designer (Sotsass, Castiglioni, Mari, Mendini, De Lucchi, Magistretti e tanti altri), alle persone comuni al mercato rionale, ai frequentatori delle edicole, agli utenti dei mezzi della rete di trasporto milanese – uno degli orgogli dei milanesi – agli avventori dei bar, agli amanti per strada e ovviamente il Duomo.

Quel che traspare è una Milano che si lascia apprendere. Che sa anche sorridere a uno sconosciuto che fa le foto senza chiedere il permesso. Curiosa di se stessa in fondo, sorpresa che qualcuno possa dimostrarle interesse.

Alla fine di questo pezzo riporto alcune delle moltissime foto di Milano e di milanesi presenti in Milan Unit. Prima voglio concludere con una nota sulla timida bellezza di Milano e sul mio amore per la città.

Milano mi ha completato, mi ha fatto crescere e affinato nella distanza rispetto alla mia terra d’origine alla quale sono pure molto legato. Mi sollecita a una continua (ri)conquista di me stesso, mi dice di non essere necessaria, proprio perché lo spazio che lei offre è uno spazio che si può attraversare, se si vuole, senza che lei pretenda una fedeltà assoluta. La città e la sua pianissima orografia che non oppone ostacoli è metafora di libertà. Il campanilismo a Milano non esiste o non s’avverte. Forse perché di milanesi d’origine ce ne sono ormai pochissimi, ma raramente si sentono i milanesi parlare della propria città con quell’eccesso di piccato orgoglio e senso di protezione che s’avverte in tutte le altre città italiane. 

Come ha scritto Maurizio Cucchi nel suo bel libro “La traversata di Milano”, la città è disseminata di meraviglie, spazio ideale per andare a passaggio, senza aggredirti con l’esibizione delle sue molte bellezze. Ciò nondimeno i milanesi, che probabilmente amano la città “non amano darlo a vedere, o semplicemente non se ne curano. Se qualcuno sentenzia: “Milano è brutta, è grigia, è fatta solo per lavorare”, il milanese medio alza le spalle, non batte ciglio e tira dritto, “Ho altro da fare, pensa, giudica in fondo che l’autoelogio sia volgare, che per educazione sia bene assecondare lo straniero, e che in fin dei conti ognuno può pensare come crede, anche perché la cosa non ha molta importanza”.


La bellezza di Milan Unit sta proprio nel fatto che questa città discreta, aperta, si sia lasciata guardare da un grande artista (uno dei molti che ne ha respirato l’aria nel tempo), il mio amico caro che solo grazie a Milano ho potuto conoscere, che ha amato la città ed è stato dai lei subito ricambiato, “in the blink of an eye” (in un battito di ciglia) come dicono dalle sue parti. 


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Immagine che contiene vestiti, persona, calzature, edificio

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