PLANCTON - Silvia Longo - QUALCOSA COME AMMUTINARMI
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| Pf. dal Corriere della sera |
Esterno giorno, santuario del cimitero di Minab, Iran del Sud.
Dall’alto: alcune macchine escavatrici affondano la benna nel terreno grigio, e ne ricavano fosse rettangolari e profonde. Con movimento tanto preciso e ponderato da risultare lieve, solenne: affondano, raccolgono il materiale inerte e lo depositano accanto agli scavi. Vi sono alcune tombe ancora da scavare, delineate da un disegno tracciato con calce. Rettangoli bianchi intervallati a distanza regolare. Non si fa in tempo a contarle, l’obiettivo cambia inquadratura.
Carrello laterale, a volo d’uccello: alcuni figuranti popolano la spianata. I più sono fermi a osservare, qualcuno accenna un movimento. Minimo. Non vi è traccia di concitazione. Da ogni atto, delle escavatrici e delle persone, emerge qualcosa che somiglia a un sentimento di rispetto e costernazione.
L’inquadratura si allarga, va oltre alla spianata. Un tetto blu. L’idea di una periferia.
Questo filmato è stato condiviso da testate online e telegiornali, da utenti dei social. È la narrazione dei preparativi per i funerali delle studentesse della scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, uccise lo scorso 28 febbraio, primo giorno dell’attacco congiunto statunitense-israeliano sul territorio della Repubblica islamica. Erano le dieci del mattino, e le bambine, si parla di 150/165 vittime per lo più tra i sette e i dodici anni, si trovavano nelle aule. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha condannato il raid e ha chiesto un’indagine imparziale, poiché questo attacco – come ogni altra azione violenta sui civili - si prefigura come un crimine di guerra.
Qualcuno ha parlato di “identificazione errata del bersaglio”: la scuola, fino a una decina di anni fa, era parte del complesso della base navale. Ma, allo stato attuale, non vi sono elementi per affermare che fosse utilizzata per scopi militari, e dal 2016 appariva a tutti gli effetti come un istituto scolastico.
Questi i fatti. Ma volevo dire altro.
“Non parlo di cose che non conosco” davvero. Non ho le competenze per addentrarmi tecnicamente in questioni di politica e esercizio della guerra. Anzi, mi ripugna proprio il ragionare in termini tecnici, se si parla di bambine massacrate da un bombardamento. Se si parla di bambine abusate, come si evince dagli Epstein Files. E non è questione di “ragionare con i sentimenti”, di pancia. Semmai il contrario. Mi accade che testa e cuore mai si siano trovati così concordi nel percepire l’orrore, e nell’attribuirgli un significato. Continuo a pensare a “Gli intoccabili” di Brian De Palma. Al fatto che, per colpire e affondare qualcuno che detenga il potere, prima devi spogliarlo della reputazione di intoccabile. Che si tratti di titoli nobiliari, di una carica pubblica, dei privilegi che derivano dalla ricchezza e dalla connivenza con qualche lobby. Devi denudarlo dell’istituzionalità che in qualche modo gli è stata attribuita. Un uomo potente, se gli togli l’immunità, presto cade in disgrazia. I presidenti, i petrolieri, i banchieri, i fabbricanti e i mercanti d’armi, i principi, i miliardari e tutta la folla di coloro che contribuiscono a diffondere l’idea stessa che il potere costituisca garanzia di intoccabilità.
Quindi parlo di quanto mi accade, se penso a questi fatti. Quando, per esempio, condivido in una storia di Instagram il filmato dello scavo delle fosse a Minab, e succede che la mia storia la visualizzano soltanto tre persone. Cerco di capirne la ragione, e un contatto mi informa che il cerchietto intorno alla mia foto profilo non è illuminato, non appare in alto nella home. Come se io avessi condiviso alcunché. Un altro amico mi fa sapere che ha provato a visualizzare, ma la storia non risulta disponibile. Controllo la fonte dalla quale ho condiviso, e il filmato è ancora lì. Il giorno dopo Instagram mi fa sapere che il post è stato eliminato perché la Sony detiene i diritti della musica utilizzata in sottofondo (il “Lacrimosa” del Requiem di Mozart). Tecnicamente ha un senso. Ma la mia testa giunge a diverse spiegazioni.
Utilizzo automatico di filtri che riducono la visibilità di post e storie riguardanti politica e tematiche sociali. Il fatto che sia autorizzata la diffusione di contenuti assai più violenti e potenzialmente lesivi della sensibilità individuale, ma sdoganati perché non urtano chi sta al potere. Che tra le pieghe delle pagine virtuali dei social vi sia di tutto, dalla pornografia intellettuale al commercio più bieco di prodotti fuffa e servizi mendaci, dalla celebrazione degli ego ipertrofici all’utilizzo della volgarità a tutto tondo. Posso chiamarla “censura”, quella che ho sperimentato, senza che qualcuno se ne adombri? O, quanto meno, posso parlare di “limitazione alla mia libertà di utente del servizio”? Posso ragionare, senza esser definita complottista, sul fatto che il social “più commercialmente virale”, specie tra i giovanissimi, sia Tok Tok, nato in Cina e prontamente esportato, perché da loro è soggetto a forti limitazioni di utilizzo?
Ah, c’è dell’altro. In seguito alla diffusione del filmato delle fosse a Minab, in rete è rimbalzata l’idea che fosse materiale di repertorio. Roba dei tempi del Covid o di un’altra strage. Fake prontamente smentita, e con argomentazioni ineccepibili. Ma questo resta: l’orrore della realtà intorno è bandita dai social, a vantaggio di narrazioni diverse e costruite ad arte per nutrire un pensiero unico e semplice da pilotare, per alimentare il Mercato, il consumo compulsivo, il granfalò delle vanità, come ogni reazione fosse telecomandata. La fiction che prende il sopravvento sulla verità.
So che in questo blog si parla di poesia, ma è proprio ciò che al momento mi latita. La poesia consiste nel trovare bellezza, nel provare compassione. Rileggo “Pity the nation” di Lawrence Ferlinghetti.
"Pietà per la nazione" (alla maniera di Khalil Gibran)
di Lawrence Ferlinghetti (da “Greatest Poems”, Mondadori, 2018)
Pietà per la nazione la cui gente è pecora
e i cui pastori la portano fuori strada
Pietà per la nazione i cui capi sono bugiardi
I cui saggi sono zittiti
e i cui fanatici infestano le onde radio
Pietà per la nazione che non alza la voce
ma aspira a dominare il mondo
con la forza e la tortura
E non conosce
altra lingua che la propria
Pietà per la nazione che respira denaro
e dorme il sonno di chi ha la pancia piena
Pietà per la nazione Oh, pietà per la gente del mio paese
Il mio paese lacrime verserà
dolce terra di libertà!
Ogni verso pare così attuale. Solo che io non provo più alcuna compassione per le nazioni, per i loro capi bugiardi e con la pancia piena. Provo qualcosa come l’urgenza di ammutinarmi in toto, ragione sentimento organi e carne. E tornare primordiale, sgranata, cosciente come in punto di spillo. Non so altro.
La canzone di oggi è "Wednesday's Child" della cantautrice statunitense Alice Smith. Racconta, giorno per giorno, come la violenza estirpi l’innocenza dai bambini. E se non esiste cura che possa davvero sanare questa ferita, non può esservi assoluzione per chi agisca la violenza sulle creature in stato di grazia.
https://www.youtube.com/watch?v=g0llZdDlxHU


Grazie Silvia per queste preziose informazioni, da condividere ovunque sia possibile farlo🙏❤️
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