L’ORDINE ED IL DISORDINE - CECILIA GENTILI - Daniel Libeskind: «Etica e memoria: così l’architettura ci aiuta a risorgere dalle catastrofi della storia»
| Daniel Libeskind |
Daniel Libeskind nasce a Lodz, in Polonia, nel 1943. Trasferitosi in Israele,
Paese in cui si dedica allo studio della musica, si sposta prima negli Stati
Uniti, dove consegue la laurea in architettura presso la Cooper Union nel 1970,
dopo aver frequentato corsi tenuti da John Hejduk e Peter Eisenman,
e in seguito in Inghilterra, dove ottiene una specializzazione in storia
e filosofia presso la Essex University. È considerato uno dei più importanti
esponenti contemporanei dell’architettura decostruttivista, ruolo che gli è
stato riconosciuto da Philip Johnson in occasione della mostra “Deconstructivist architecture”, svoltasi al
Museum of Modern Art di New York.
Libeskind è un esponente chiave del decostruttivismo, con forme
angolari, linee spezzate e geometrie disorientanti che simboleggiano
frammentazione storica e umana. L’architettura per lui non è mera costruzione funzionale, ma un atto etico e
morale che intreccia storia, filosofia, letteratura e matematica per creare
spazi “magici” che elevano l’animo e raccontano storie collettive. Concetti come “vuoti” (assenze
significative) e “tra le linee” (Between
the Lines) riflettono l’esistenza umana, l’esilio e la riconciliazione tra passato e futuro.
«Considero l'ottimismo la forza
trainante dell'architettura. L'architetto è l'unica professione in cui bisogna
semplicemente credere nel futuro. Un pessimista può essere un generale, un
politico o un economista. Un musicista può scrivere in tonalità minore e un
artista può dipingere in toni neri. Ma l’architettura è un impulso, è la fede
in un futuro migliore. È questa fede che guida la società. Oggi siamo
circondati dalla propaganda del pessimismo. Ma è proprio in questi momenti che
l’architettura può diventare motore di grandi idee.»
Progetti iconici come il Museo Ebraico di Berlino (1989)
incarnano la sua filosofia: linee zigzaganti evocano l’assenza degli ebrei nella storia tedesca, con vuoti che
simboleggiano traumi irrisolti.
All’esterno, il suo volume appare cupo e minaccioso. Le pareti sono
compatte, ricoperte di lamiera zincata e aperte, o piuttosto squarciate
da finestre che si percepiscono come tagli, come ferite dell’epidermide
architettonica. Sono, anch’esse, metafora dell’orrore e sollecitano la memoria. La posizione di queste finestre-fessure
non и scelta a caso:
esse guardano, sulla scorta di una mappa della Berlino pre-bellica, verso le
case dove abitavano alcuni cittadini ebrei. All’interno una scala e un
sentiero sotterraneo collegano l’edificio antico a quello moderno. Al museo si accede, quindi, attraverso un
percorso lungo e articolato, che ricorda le difficoltà incontrate dagli ebrei
nella loro storia. Ci si ritrova all’interno, che è claustrofobico
e soffocante, simile a una prigione, quanto di più lontano dal rassicurante
contesto cui i musei normalmente ci abituano. Ma questo non è un museo come
tutti gli altri: esso è, prima di tutto, una esperienza, un percorso di
purificazione. Gli ambienti hanno muri bianchi e neri, spigolosi e
inclinati, e sono illuminati da una luce fredda al neon che crea tensione e
angoscia. Molte stanze sono anche prive di finestre: l’aria entra da fori che richiamano “le docce” con cui
si mandava il gas nelle camere della morte. Perfino il pavimento a volte è
lievemente inclinato, per provocare una sensazione di disagio: chi è dentro
vorrebbe uscire immediatamente dalla struttura.
L’opera d’arte più suggestiva, all’interno del museo, è un’installazione che riempie tutto il pavimento di uno dei grandi vuoti interni. Si chiama Shalechet, cioè “foglie cadute” in lingua ebraica, ed è stata realizzata dall’artista israeliano Menashe Kadishman. È composta da 10.000 volti in acciaio che rappresentano tutte le vittime di guerre e di violenze, non solo quelle della Shoah.
Similmente, il masterplan per Ground Zero integra memoria
dell’11 settembre con speranza simbolica, riducendo l’impatto ambientale.
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| Vista aerea del Ground Zero (2002-2021) |
Per la ricostruzione del sito delle Torri Gemelle a New York dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001.
Il progetto, selezionato nel 2003 dalla Lower
Manhattan Development Corporation (LMDC), si basa sul concetto di “Memory
Foundations”, equilibrando memoria e rinascita. Libeskind mirava a creare uno “spazio di memoria”
che preservasse il vuoto delle torri cadute come luogo di riflessione,
destinando metà del sito a spazi pubblici e sostenibili.
Il masterplan di Daniel Libeskind per Ground
Zero (World Trade Center Master Plan) include elementi chiave come torri disposte a spirale attorno al
memoriale, spazi pubblici estesi e un hub di trasporti, progettati per
bilanciare memoria e rinascita.
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| Schizzi del Ground Zero |
Ma il suo cuore batte forte per Ground Zero, la
cui riprogettazione, partita nel 2004, è ormai alle battute finali: «Forse sarà per i
miei trascorsi da immigrato ma questo progetto per me ha un significato tutto
particolare: le vite perse in questo luogo ma lo sguardo volto al futuro con
speranza. La mia architettura vuole rappresentare la pienezza della vita, gli
aspetti di positività tipicamente americani come l'energia, la convinzione del
valore del progresso e della libertà».
Per Daniel Libeskind il futuro è una fiamma che
brucia nel passato: “Innovazione e tradizione non si possono separare. Solo
la trasformazione è in grado di introdurre qualcosa di nuovo, dice. In
architettura se fai qualcosa di astratto, senza riferimenti al passato, il
risultato non avrà senso. Devi guardarti indietro per comprendere dove andare.
Nelle nostre società sempre più complesse e frammentate, impreparate ai grandi
eventi epocali come le recenti ondate migratorie verso l'Europa, rivendica il
ruolo attivo dell'architettura: Lo definirei anzi indispensabile, in
accordo con le politiche di accoglienza. L'architettura deve essere il modo
creativo e innovativo con cui le nostre società, i nostri governi possono
rispondere alle domande più profonde così come a quelle più urgenti.”




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