LE MONOGRAFIE DI FINESTRE - CINQUE FINESTRE SULLA POESIA - Davide Cortese (a cura di Doris Bellomusto, Viola Bruno, Stefania Giammillaro, David La Mantia, Melania Valenti)

 

Davide Cortese

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Il nono appuntamento delle monografie mensili di Finestre Lit-blog, Cinque finestre sulla poesia, che il gruppo direttivo della Redazione dedica ad un autore/trice che ritiene meritevole di particolare attenzione, vede come protagonista Davide Cortese, o, per meglio dire, i suoi versiUn invito ad immergervi in una poesia apparentemente di immediata e facile cohmprensione, che in realtà cela scandagli di oscura profondità, arricchiti da un elevato livello di sapienza retorica e stilistica.

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Scoccano insieme

la mezzanotte e il mezzogiorno.

È l’ora di un eterno crepuscolo.

Due miei volti si specchiano

nelle ginocchia sbucciate

del demone bambino.

(da Zebù bambino, Terra D’Ulivi edizioni, 2021, collana Deserti Luoghi diretta da Giovanni Ibello).


Leggere Zebù bambino è come correre a perdifiato, perdersi, graffiarsi le ginocchia, sentirle bruciare. Fa ridere e piangere Zebù, solletica, pizzica, confonde, si nasconde nel cuore di chi legge e non va più via. Si appiccica come una zecca, si strofina alle caviglie come fanno i gatti, si stropiccia gli occhi perchè non è mai sazio di sonno, eppure è sempre sveglio, piange, ti strappa i pensieri bugiardi, ti sussurrà verità scomode e ti lascia alla tua infantile nudità.

La scrittura di Davide Cortese descrive, ritaglia, intaglia, scolpisce, modella. Le parole qui sono vive creature di terra, acqua, fuoco, aria e strisciano, volano, nuotano, bruciano.

Sono parole colorate e caparbie. Qui c’è tutto il coraggio di un poeta che non ha paura del buio né delle sue conseguenze.


Doris Bellomusto


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Ho pelle di sera adesso
il cuore cullato dal crepuscolo
un sorriso stanco e mite
come una speranza arresa.

Ma voglio esserci ancora
perché da qualche parte ancora
qualcosa sorride ancora.

E posso esser vivo e qui,
con un fiammifero contro la notte.

(da Anuda, Aletti Editore, 2011)



Con un fiammifero contro la notte…

Nella poesia di Davide Cortese la fragilità non è mai pura perdita, ma una forma di presenza che resiste. Non una resistenza eroica, non la sfida titanica alla notte, ma qualcosa di più lieve e ostinato: un restare, un continuare a essere qui nonostante la stanchezza del tempo.

La condizione del soggetto si annuncia subito in un’immagine che trasforma il tempo in corpo: ho pelle di sera adesso. Non semplicemente nella sera, ma fatto della sua stessa materia. La sera diventa pelle, superficie sensibile dell’esistenza. Tutto ciò che segue nasce da questa condizione crepuscolare: il cuore è cullato dal crepuscolo, il sorriso appare stanco e mite, come una speranza arresa. Non c’è tragedia, non c’è disperazione: piuttosto una resa dolce, una stanchezza che non spegne del tutto il desiderio di restare.

Ed è proprio in questa zona fragile che il testo introduce il suo movimento più segreto.

Dopo la stanchezza, dopo l’ombra del crepuscolo, emerge una volontà discreta ma ostinata: ma voglio esserci ancora. Non per un progetto, non per un destino, ma per una ragione minima e quasi misteriosa: perché da qualche parte ancora qualcosa sorride ancora. L’insistenza dell’avverbio — ancora, ancora — dilata lo spazio della possibilità. Anche quando tutto sembra inclinare verso la notte, resta da qualche parte una piccola persistenza di luce.

È qui che la poesia trova la sua immagine decisiva: posso esser vivo e qui, con un fiammifero contro la notte. La luce evocata non è il sole, non è l’alba, non è una rivelazione. È un fiammifero: una fiamma breve, fragile, destinata a spegnersi quasi subito. Eppure è sufficiente per opporsi alla notte.

Il gesto diventa così duplice. È insieme gesto dell’esistenza e gesto della poesia. Da una parte la vita che continua a esporsi alla notte con una luce minima; dall’altra la parola poetica che, pur consapevole della propria precarietà, accetta di accendersi.

Il fiammifero non illumina il mondo: lo sfida per un istante.

In questo senso la poesia di Cortese custodisce una verità semplice e radicale: non serve una luce assoluta per restare nel mondo. Basta una fiamma fragile, una scintilla breve, qualcosa che non annulli la notte ma la attraversi per un momento.

Il fiammifero non vince l’oscurità. La interrompe.

Questi versi, scritti molti anni fa, conservano una forza sorprendentemente attuale. In tempi diversi, in stagioni lontane, la condizione resta la stessa: quando il buio si fa più fitto e l’orientamento vacilla, non è una luce trionfante ciò che ci resta tra le mani, ma una fiamma minima che continua ad indicare la strada.

Ed è forse proprio questa la funzione più intima della poesia: non dissipare la notte, ma accendersi dentro di essa, per il tempo breve di una parola.

Viola Bruno

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Disegna angeli bianchi

il diavolo bambino

poi li accartoccia tutti

gli dà fuoco con l’accendino.

“Solo angeli neri”, dice

guardando bruciare la luce.

(da Zebù Bambino, Terra D’Ulivi edizioni, 2021, collana Deserti Luoghi diretta da Giovanni Ibello).


Lucifero, dal latino lucifer ("portatore di luce"), indica originariamente il pianeta Venere come stella del mattino. Nella tradizione cristiana rappresenta l'angelo più bello di tutto il Paradiso: non esisteva al mondo, a parte il Padre, Re celeste, una creatura così perfetta e meravigliosa. Egli, però, ribellandosi a Dio, divenne il Re degli inferi, tramutandosi nella personificazione del peccato e dell'odio. Dante Alighieri nel Canto XXXIV dell'Inferno lo descrive confitto nel ghiaccio del Cocito come una mostruosa parodia della Trinità.

Zebù bambino è odio e amore, guerra e pace insieme, è la contraddittorietà, la conflittualità umana nella sua dimensione terrena ed ultraterrena. Nella poesia scelta, Cortese solletica ancor di più il dubbio se Zebù corrisponda o meno a Gesù bambino: da questo componimento in poi lo stile, che fino alla pagina precedente sembra strizzare l’occhio al filastroccheggiante, diventa più piano, caratterizzato da una chiusa amara che, a parere di chi scrive, volutamente spezza il ritmo cadenzato dalla rima prevalentemente alternata.

Diavolo bambino”, “angeli neri”, diventano, pertanto, mere esternazioni, mere esemplificazioni in secondo grado della matrice ossimorica che radica l’intera poesia o, forse, l’intera silloge: Lucifero da Angelo più bello a Demonio più crudele, è il diavolo bambino che accartoccia gli angeli bianchi disegnati per riconoscerli come “angeli neri”, per riconoscersi in quegli angeli, defraudato di ogni purezza.

La sua accezione etimologica di portatore di luce si disvela infine in una scelta sinestetica della luce che brucia e la si guarda “bruciare”, quindi “annerire”, “distruggere”, “privare”. Pur appartenendo a sfere semantiche diverse, si potrebbe azzardare ad intercettarvi financo un chiasmo tra sineddoche e metonimia dal sapore sapiente: luce=fuoco (parte per il tutto) - fuoco = bruciare (funzione).

La portata terrificante dei versi di Cortese si innesta su un doppio livello: il primo, quello immediatamente percepibile, che ascrive doti demoniache all’innocenza bambina, o presunta tale; il secondo, più nascosto e più subdolo, si rinviene negli intrecci tra piani a primo acchito appartenenti ad ambiti diversi, si dischiudono pian piano ad un occhio più attento, ad un orecchio allenato all’ascolto suscitando lo stupore nel lettore, uno stupore amaro, che non lascia speranza, che non appaga. Così il fare filastroccheggiante che suscita la tenerezza del sorriso, copre malconcio un destino funesto ed incendiario: una bellezza che non salva, una purezza, un’innocenza che precipita risucchiata dal male, una luce che serve solo a bruciare.

“[…] Tu mi consumi, ma io resto vivo

Se tu mi bruci, buio

Io ti scrivo

L’inchiostro è nero, ma la carta è bianca

Vieni tenebra

Vediamo chi si stanca” 

(Bruno Tognolini, Rime buie, Salani editore, 2021)


Stefania Giammillaro


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Le fiamme che bruciarono

il libro dell’innocenza

non erano che gigli

guardàti attraverso la carta rossa

di una caramella.

*

Ragazzo di bottega del demonio

è il poeta

che col segreto artiglio di un verso

fa del demonio

il suo ragazzo di bottega.

*

Tra i fiocchi di neve che cadono

ce n’è sempre uno,

non visto,

che risale il cielo.

Ogni autunno ha una foglia segreta,

che rimane salda all’albero.

C’è sempre tra gli uomini

un uomo che non muore.

Egli attende

che quelli che lo conoscevano

si siano tutti spenti.

Resta acceso

a illuminare

(da Tenebrezza, Edizioni L’erudita, 2023).


Conosco da un po' Davide Cortese. E ne adoro gli aspetti umani ancor prima di quelli poetici. Oggi vi propongo una piccola scelta tratta da “Tenebrezza”, Edizioni L’erudita, 2023. 

Non so perché, ma il titolo mi rimanda al "tenebricosum", usato affettivamente da Catullo nel terzo carme del Liber, ma anche ai giochi linguistici di Giorgio Manganelli. Tenebrezza è una parola comunque composta, ricercata, ctoniocentrica. Una parola che da sola identifica un mondo ed una visione. Davide Cortese è, del resto, poeta tecnicamente attento, sorvegliato, ossimoricamente educato e gentile, ben al di là dei temi che propone, come l'infanzia dell'Anticristo nel suo precedente Zebú bambino. Governa ogni immagine con maestria, proponendo un pastiche di elementi puri legati al mondo di un'infanzia apparentemente incontaminata (qui la limpidezza dei gigli, "la carta rossa di una caramella") in relazione a situazioni disturbanti o demoniache (" le fiamme che bruciarono il libro dell'innocenza", il demonio, l'artiglio, la scelta del rosso). 

C'è un senso di sacralità, evidente nel terzo testo, che supera il mondo profano, eternandosi. Le immagini, anche qui, sono quelle della tradizione, quelle dei fiocchi di neve carducciani, delle fogilie pascoliane e ungarettiane disperatamente attaccate agli alberi in autunno, rivissute in senso moderno, tradotto quindi in una semantica contemporanea della condizione umana.

Splendido, infine, dal punto di vista retorico, l'uso dell'epanadiplosi, in senso tautologico e soprattutto di identità chiasmatica, nella seconda poesia proposta.

David La Mantia


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Davide Cortese, inizia Zebù bambino (Terra d’ulivi edizioni, 2021), piccolo gioiello in forma di poemetto, scrivendo subito di una opposizione luce/buio:


Scoccano insieme

la mezzanotte e il mezzogiorno.

[…]

e, già dai primi due versi dell’opera, condensa il senso, a mio parere, dell’intero testo. O parte di quello che in me è rimasto. Perché nell’opposizione eterna tra il bene e il male, tra Gesù e Zebù – bambino, si noti, però - l’incipit ne introduce una più tangibile ed evidente a tutti: quella tra la luce e la notte, tra la mezzanotte e il mezzogiorno.


E subito continua, Cortese, incalzando con la seconda lirica:


Ali nere d’angelo randagio

ha sul dorso Zebù bambino.

A dadi inganna il tempo malvagio

il signor Mefistofele piccino.

(da Zebù Bambino, Terra D’Ulivi edizioni, 2021, collana Deserti Luoghi diretta da Giovanni Ibello)


È quasi una fiaba, anche nell’incedere stilistico, così denso di figure retoriche proprie del genere. Ma non è una fiaba solo per bambini; scrive in rima, Cortese, spesso con costrutti tipici delle filastrocche che si tramandavano oralmente, così come agli inizi della diffusione dei testi letterari, (dalla rima all’omoteleuto, dalle frequenti paronomasie all’andamento quasi cantilenante), ma scrive di visioni manicheistiche, scrive a tratti con ironia e disincanto, e contrappone Zebù a Gesù. Tuttavia dice di uno Zebù bambino, un Mefistofele piccino, quasi a volerne recuperare l'innocenza primordiale, quella stessa che l’angelo randagio possedeva prima di essere cacciato dall’Eden, prima di trasformarsi in Satana. Quando ancora era Lucifero, ossia portatore di Luce.

È quindi un’operazione anche etica, quella di Cortese? È uno scrivere dei reietti, dei diseredati, degli ultimi della terra, invocando, a loro difesa, una qualche previa appartenenza al regno dei Cieli? È una richiesta di supporto al genere favolistico, per dissimulare la serietà dell’assunto trattato?

A parer mio, di tutto un po’. Perché se è vero che anche il più terribile degli esseri, che perfino Mefistofele ha saputo giocare a dadi da bambino, se è vero che ha sulle spalle Ali nere d’angelo randagio, è pur vero che quelle ali, prima, erano bianche e pure che quell’angelo, prima, era il preferito nel Regno dei Cieli, il primo tra i primi. Si pone, dunque, il poeta, dalla parte di chi sbaglia, di chi erra nel mondo e, a causa della propria ribellione, viene cacciato e diventa un escluso?

Può darsi. Nessuno, per fortuna, può essere nella mente di chi scrive mentre scrive o può immaginare ciò che verrà fuori dalla sua penna.

Ed è bello anche porsi solo le domande, spesso. Perché questo fanno, i testi migliori: inducono il lettore a chiedersi il perché di ciò che vive, di ciò che legge, a porsi domande. Quantunque spesso restino senza risposta.

Melania Valenti

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Davide Cortese è nato nell' isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all'Università degli Studi di Messina con una tesi sulle "Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane". Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata "ES" (Edas, Messina), alla quale sono seguite le sillogi: "Babylon Guest House" (Libroitaliano, Ragusa, 2004), "Storie del bimbo ciliegia" (un’autoproduzione del 2008), “ANUDA” (Aletti Editore, Roma, 2011) e “OSSARIO” (Arduino Sacco Editore, Roma, 2012). 

Davide Cortese è anche autore di una raccolta di racconti: "Ikebana degli attimi" (L'Autore Libri, Firenze, 2005) e di un cortometraggio: “Mahara”( 2004), che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO.

 





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