LE MONOGRAFIE DI FINESTRE - CINQUE FINESTRE SULLA POESIA - Davide Cortese (a cura di Doris Bellomusto, Viola Bruno, Stefania Giammillaro, David La Mantia, Melania Valenti)
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| Davide Cortese |
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Il nono appuntamento delle monografie mensili di Finestre Lit-blog, Cinque finestre sulla poesia, che il gruppo direttivo della Redazione dedica ad un autore/trice che ritiene meritevole di particolare attenzione, vede come protagonista Davide Cortese, o, per meglio dire, i suoi versi. Un invito ad immergervi in una poesia apparentemente di immediata e facile cohmprensione, che in realtà cela scandagli di oscura profondità, arricchiti da un elevato livello di sapienza retorica e stilistica.
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Scoccano insieme
la mezzanotte e il mezzogiorno.
È l’ora di un eterno crepuscolo.
Due miei volti si specchiano
nelle ginocchia sbucciate
del demone bambino.
(da Zebù bambino, Terra D’Ulivi edizioni, 2021, collana Deserti Luoghi diretta da Giovanni Ibello).
Doris Bellomusto
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Ho pelle di sera adesso
il cuore cullato dal crepuscolo
un sorriso stanco e mite
come una speranza arresa.
Ma voglio esserci ancora
perché da qualche parte ancora
qualcosa sorride ancora.
E posso esser vivo e qui,
con un fiammifero contro la notte.
(da Anuda, Aletti Editore, 2011)
Viola Bruno
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Disegna angeli bianchi
il diavolo bambino
poi li accartoccia tutti
gli dà fuoco con l’accendino.
“Solo angeli neri”, dice
guardando bruciare la luce.
(da Zebù Bambino, Terra D’Ulivi edizioni, 2021, collana Deserti Luoghi diretta da Giovanni Ibello).
Lucifero, dal latino lucifer ("portatore di luce"), indica originariamente il pianeta Venere come stella del mattino. Nella tradizione cristiana rappresenta l'angelo più bello di tutto il Paradiso: non esisteva al mondo, a parte il Padre, Re celeste, una creatura così perfetta e meravigliosa. Egli, però, ribellandosi a Dio, divenne il Re degli inferi, tramutandosi nella personificazione del peccato e dell'odio. Dante Alighieri nel Canto XXXIV dell'Inferno lo descrive confitto nel ghiaccio del Cocito come una mostruosa parodia della Trinità.
Zebù bambino è odio e amore, guerra e pace insieme, è la contraddittorietà, la conflittualità umana nella sua dimensione terrena ed ultraterrena. Nella poesia scelta, Cortese solletica ancor di più il dubbio se Zebù corrisponda o meno a Gesù bambino: da questo componimento in poi lo stile, che fino alla pagina precedente sembra strizzare l’occhio al filastroccheggiante, diventa più piano, caratterizzato da una chiusa amara che, a parere di chi scrive, volutamente spezza il ritmo cadenzato dalla rima prevalentemente alternata.
“Diavolo bambino”, “angeli neri”, diventano, pertanto, mere esternazioni, mere esemplificazioni in secondo grado della matrice ossimorica che radica l’intera poesia o, forse, l’intera silloge: Lucifero da Angelo più bello a Demonio più crudele, è il diavolo bambino che accartoccia gli angeli bianchi disegnati per riconoscerli come “angeli neri”, per riconoscersi in quegli angeli, defraudato di ogni purezza.
La sua accezione etimologica di portatore di luce si disvela infine in una scelta sinestetica della luce che brucia e la si guarda “bruciare”, quindi “annerire”, “distruggere”, “privare”. Pur appartenendo a sfere semantiche diverse, si potrebbe azzardare ad intercettarvi financo un chiasmo tra sineddoche e metonimia dal sapore sapiente: luce=fuoco (parte per il tutto) - fuoco = bruciare (funzione).
La portata terrificante dei versi di Cortese si innesta su un doppio livello: il primo, quello immediatamente percepibile, che ascrive doti demoniache all’innocenza bambina, o presunta tale; il secondo, più nascosto e più subdolo, si rinviene negli intrecci tra piani a primo acchito appartenenti ad ambiti diversi, si dischiudono pian piano ad un occhio più attento, ad un orecchio allenato all’ascolto suscitando lo stupore nel lettore, uno stupore amaro, che non lascia speranza, che non appaga. Così il fare filastroccheggiante che suscita la tenerezza del sorriso, copre malconcio un destino funesto ed incendiario: una bellezza che non salva, una purezza, un’innocenza che precipita risucchiata dal male, una luce che serve solo a bruciare.
“[…]
Tu mi consumi, ma io resto vivo
Se tu mi bruci, buio
Io ti scrivo
L’inchiostro è nero, ma la
carta è bianca
Vieni tenebra
Vediamo chi si stanca”
(Bruno Tognolini, Rime buie, Salani editore, 2021)
Stefania Giammillaro
Le fiamme che
bruciarono
il libro dell’innocenza
non erano che gigli
guardàti attraverso la
carta rossa
di una caramella.
*
Ragazzo di bottega del
demonio
è il poeta
che col segreto
artiglio di un verso
fa del demonio
il suo ragazzo di
bottega.
*
Tra i fiocchi di neve che cadono
ce n’è sempre uno,
non visto,
che risale il cielo.
Ogni autunno ha una foglia segreta,
che rimane salda all’albero.
C’è sempre tra gli uomini
un uomo che non muore.
Egli attende
che quelli che lo conoscevano
si siano tutti spenti.
Resta acceso
a illuminare
Conosco da un po' Davide Cortese. E ne
adoro gli aspetti umani ancor prima di quelli poetici. Oggi vi propongo una
piccola scelta tratta da “Tenebrezza”, Edizioni L’erudita, 2023.
Non so perché, ma il titolo mi rimanda al "tenebricosum", usato affettivamente da Catullo nel terzo carme del Liber, ma anche ai giochi linguistici di Giorgio Manganelli. Tenebrezza è una parola comunque composta, ricercata, ctoniocentrica. Una parola che da sola identifica un mondo ed una visione. Davide Cortese è, del resto, poeta tecnicamente attento, sorvegliato, ossimoricamente educato e gentile, ben al di là dei temi che propone, come l'infanzia dell'Anticristo nel suo precedente Zebú bambino. Governa ogni immagine con maestria, proponendo un pastiche di elementi puri legati al mondo di un'infanzia apparentemente incontaminata (qui la limpidezza dei gigli, "la carta rossa di una caramella") in relazione a situazioni disturbanti o demoniache (" le fiamme che bruciarono il libro dell'innocenza", il demonio, l'artiglio, la scelta del rosso).
C'è un senso di sacralità, evidente nel terzo testo, che supera il mondo profano, eternandosi. Le immagini, anche qui, sono quelle della tradizione, quelle dei fiocchi di neve carducciani, delle fogilie pascoliane e ungarettiane disperatamente attaccate agli alberi in autunno, rivissute in senso moderno, tradotto quindi in una semantica contemporanea della condizione umana.
Splendido, infine, dal punto di vista retorico, l'uso
dell'epanadiplosi, in senso tautologico e soprattutto di identità chiasmatica,
nella seconda poesia proposta.
Davide Cortese, inizia Zebù bambino (Terra d’ulivi edizioni, 2021), piccolo gioiello in forma di poemetto, scrivendo subito di una opposizione luce/buio:
Scoccano insieme
la mezzanotte e il mezzogiorno.
[…]
e, già dai primi due versi dell’opera, condensa il senso, a mio parere, dell’intero testo. O parte di quello che in me è rimasto. Perché nell’opposizione eterna tra il bene e il male, tra Gesù e Zebù – bambino, si noti, però - l’incipit ne introduce una più tangibile ed evidente a tutti: quella tra la luce e la notte, tra la mezzanotte e il mezzogiorno.
E subito continua, Cortese, incalzando con la seconda
lirica:
Ali nere d’angelo randagio
ha sul dorso Zebù bambino.
A dadi inganna il tempo malvagio
il signor Mefistofele piccino.
(da Zebù Bambino, Terra D’Ulivi edizioni, 2021, collana Deserti Luoghi diretta da Giovanni Ibello)
È quasi una fiaba, anche nell’incedere stilistico, così denso di figure retoriche proprie del genere. Ma non è una fiaba solo per bambini; scrive in rima, Cortese, spesso con costrutti tipici delle filastrocche che si tramandavano oralmente, così come agli inizi della diffusione dei testi letterari, (dalla rima all’omoteleuto, dalle frequenti paronomasie all’andamento quasi cantilenante), ma scrive di visioni manicheistiche, scrive a tratti con ironia e disincanto, e contrappone Zebù a Gesù. Tuttavia dice di uno Zebù bambino, un Mefistofele piccino, quasi a volerne recuperare l'innocenza primordiale, quella stessa che l’angelo randagio possedeva prima di essere cacciato dall’Eden, prima di trasformarsi in Satana. Quando ancora era Lucifero, ossia portatore di Luce.
È quindi un’operazione anche etica, quella di Cortese? È uno scrivere dei reietti, dei diseredati, degli ultimi della terra, invocando, a loro difesa, una qualche previa appartenenza al regno dei Cieli? È una richiesta di supporto al genere favolistico, per dissimulare la serietà dell’assunto trattato?
A parer mio, di tutto un po’. Perché se è vero che anche il più terribile degli esseri, che perfino Mefistofele ha saputo giocare a dadi da bambino, se è vero che ha sulle spalle Ali nere d’angelo randagio, è pur vero che quelle ali, prima, erano bianche e pure che quell’angelo, prima, era il preferito nel Regno dei Cieli, il primo tra i primi. Si pone, dunque, il poeta, dalla parte di chi sbaglia, di chi erra nel mondo e, a causa della propria ribellione, viene cacciato e diventa un escluso?
Può darsi. Nessuno, per fortuna, può essere nella mente di chi scrive mentre scrive o può immaginare ciò che verrà fuori dalla sua penna.
Ed è bello anche porsi solo le domande, spesso. Perché questo
fanno, i testi migliori: inducono il lettore a chiedersi il perché di ciò che
vive, di ciò che legge, a porsi domande. Quantunque spesso restino senza risposta.
Melania Valenti
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Davide Cortese è nato nell' isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all'Università degli Studi di Messina con una tesi sulle "Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane". Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata "ES" (Edas, Messina), alla quale sono seguite le sillogi: "Babylon Guest House" (Libroitaliano, Ragusa, 2004), "Storie del bimbo ciliegia" (un’autoproduzione del 2008), “ANUDA” (Aletti Editore, Roma, 2011) e “OSSARIO” (Arduino Sacco Editore, Roma, 2012).
Davide Cortese è anche autore di una raccolta di racconti:
"Ikebana degli attimi" (L'Autore Libri, Firenze, 2005) e di un
cortometraggio: “Mahara”( 2004), che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola
alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO.


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