LA LINGUA MISTERIOSA DELLA POESIA - Anna Spissu - Le memorie inutili. Il commissario Montalbano, Tiziano Rossi e Montale
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| Anna Spissu |
Mi è
capitato recentemente di rivedere l’episodio “Salvo amato, Livia mia” della serie televisiva “Il commissario Montalbano”. Una giovane
impiegata dell’Archivio comunale di Vigata viene uccisa e si cerca l’assassino.
Nello svolgimento dell’indagine emerge, fra le altre cose, che qualcuno
scriveva bigliettini d’amore alla vittima. Ma i bigliettini non si trovano: non
sono nell’ordinatissima stanza della casa della ragazza, sebbene lei conservi
tutto, persino i quaderni dell’infanzia; e neppure sono nell’ufficio dove
lavorava. A quel punto Montalbano decide di chiedere aiuto al direttore
dell’Archivio, forse lui potrebbe immaginare un posto dove la ragazza può aver
nascosto questi messaggi d’amore, un posto ovviamente dove non vada anima viva.
Ed è così che il direttore dell’Archivio conduce Montalbano, Fazio e Mimì
Augello nella “Stanza delle memorie
inutili”, un luogo nel quale sono ammassati faldoni e faldoni scritti a
mano tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 dai notabili di Vigata per
raccontare la propria storia e quella della loro famiglia. Perché la memoria
non vada perduta, perché la storia continui a vivere e i morti non siano mai
del tutto morti. A un certo punto però questa usanza finisce, ormai travolta
dai mezzi della modernità, e nessuno sa più che farsene di queste memorie:
quindi, per non buttarle, vengono consegnate all’Archivio comunale che le
ammassa in una stanza. Non importano più a nessuno: vengono da un mondo dove
esisteva, netta, la distinzione tra chi scriveva e chi leggeva o ascoltava.
Perché le memorie scritte da A venivano lette da B e/o raccontate a una quantità
di C, D, E, F eccetera. Era
indubbiamente un vanto, un onore avere
nella propria cerchia familiare chi si occupasse di scriverne.
Dall’Ottocento
e inizio Novecento facciamo un salto temporale e arriviamo al 1957, a Montale,
a un suo articolo scritto su “Illustrazione Italiana” nel dicembre di
quell’anno. Ovviamente parla di poesia ma se leggete qui sotto non sfuggirà il
nesso con le memorie di cui sopra.
“C’è però da segnalare un fatto forse nuovo
nella storia: ed è che gli addetti alle arti sono ormai così numerosi da
formare, da soli, il pubblico di sé stessi: un pubblico vastissimo. In tal modo anche in futuro continuerà a
esistere, su scala macroscopica, la troppo deprecata frattura fra l’arte d’oggi
e il così detto “pubblico”. A meno che, in una ipotetica società futura libera
da schiavitù materiali tutti siano potenzialmente artisti: tutti e, s’intende,
nessuno.”
In
sostanza la questione delle memorie inutili
si sposta perché se ciascuna persona (ciascun poeta) è (solo) portatore delle
proprie parole (dei propri versi), sono questi potenzialmente destinati a
essere dimenticati per mancanza di un qualsiasi pubblico cui rivolgersi? Sono
destinate a essere come le memorie
inutili? Esiste un antidoto? Un modo per sconfiggere l’oblio e l’inutilità?
Recentemente
ho ascoltato l’intervista promossa dalla Casa della Poesia al Trotter di
Milano (Associazione di cui faccio parte) fatta da Caterina Galizia
a Tiziano Rossi, Premio Strega Poesia 2025 per il suo libro “Il brusio”. Riporto qui sotto la
poesia di copertina del libro, edito da Einaudi.
Emersi dall’oceano dei
possibili.
Il padre spargeva per casa
l’odore del suo sigaro e i
bambini
dentro ci galleggiavano:
ah, quelle tre stanze da
niente
come una buffa matassina!
e il cane Bill che tutti
salutava
bravissimo in feste e
saltelli…
Forme fantastiche da quella
broda,
poi si va dentro nel futuro e
del seguito, in fondo, che
importa.
Ma, papà, le mosche dormono?
Ecco
una poesia di memoria, quella memoria
che serve a tutti noi per fare il balzo dentro al futuro che ci vede diventare
adulti. Quella memoria che ci permette di conservare in qualche anfratto
dell’anima lo stupore dell’infanzia con le domande che nessun adulto si
porrebbe più (Ma, papà, le mosche
dormono?) Oppure anche per quelle memorie che invece sono state dolorose ma
ugualmente ci hanno trasportato nel futuro di adulti.
Non
basta scrivere memorie per riuscire a essere ascoltati e avere qualcosa di più
rispetto a quel pubblico di cui parla Montale;
è fin troppo evidente che deve trattarsi di versi che rispondano ai requisiti ,
anche individuali e personali, che identifichiamo come “poesia”; ma ascoltando le parole di Tiziano Rossi, (poeta
che anche per questioni anagrafiche non ha più nulla da mentire) mi è parso di
capire che alcuni antidoti all’oblio e all’inutilità delle memorie siano
l’umiltà, la capacità di ascolto e la verità. Qualcosa di umano che sta dietro, che viene prima della stesura di un verso.
Poi
certo, ciascuno di noi, che sia un poeta, un amante della poesia o che non si
interessi affatto di poesia, porta il desiderio di eternità scolpito nella
mente e nel cuore. Non dimenticare, non essere dimenticati. Che poi vuol dire
non morire, né far morire le persone che abbiamo amato.
E
questo desiderio/preghiera lo ha scritto per tutti Eugenio Montale con
versi struggenti e immortali
Non recidere forbice, quel
volto
solo nella memoria che si
sfolla,
non fare suo grande viso in
ascolto
la mia nebbia di sempre.
Andrea
Camilleri da “Salvo amato, Livia mia” (Sellerio, Collana Corti)
Tiziano
Rossi “Il brusio” (Einaudi, 2025)
Eugenio
Montale da “Sulla poesia” (Oscar Mondadori, 2023)
Eugenio
Montale da “Le Occasioni” (Lo Specchio, Oscar Mondadori, 2018)


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