IL DIARIO DI DAFNE - Ester Guglielmino - La poesia che resta: omaggio a Mario Benedetti
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| Mario Benedetti |
Che cos’è la solitudine.
Ho portato con me delle
vecchie cose per guardare Ho portato un libro, mi dico
di essermi pensato in un libro Che cos’è la solitudine. La donna ha disteso la
coperta sul pavimento per non L’ho letto in un foglio di
giornale. Mario Benedetti, Umana gloria, 2004
Sono tornata a rileggere Benedetti[1] in questi giorni. Sarà l'aria densa che aleggia sui parchi di Milano, sarà questa mia pausa inattesa dal ritmo consueto della vita, sarà il senso di precarietà che mi s'insinua malgrado tutto lungo le narici. Fatto sta che mi è sembrato di riconoscerlo, Benedetti, nell'attesa di chi sosta sopra le panchine; mi è sembrato di incrociarne lo sguardo mentre annuso paziente la mezz'aria di chi spera ma non crede. Cos'è la solitudine... è uno dei testi più noti dell'Umana gloria, la prima raccolta che sancisca indiscussa la grandezza del poeta. Cos’è la solitudine… non se lo chiede Benedetti, si limita a enunciarlo con l’essenzialità disarmante della sua parola, capace di definire in pochi tratti non solo la superficie ma la sostanza piena delle cose. Lui sempre lì, primo spettatore che assiste alla progressiva messa a fuoco della scena, perché nella sua poesia non c’è mai una sceneggiatura che sussista a priori, quanto piuttosto una realtà che affiori in composizione lenta e graduale. Cos’è la solitudine. Un uomo solo, seduto nel verde calcolato di Milano; un inverno che prende posto piano accanto a lui; le poche foglie sui rami che ne accolgono il torpore; il freddo della mancanza che penetra il midollo delle ossa. Tutto quanto partecipa alla definizione della scena, niente si accampa in evidenza come vero protagonista: un io lirico discreto, ben lontano dal reputarsi misura e peso d’ogni cosa, sbiadisce lentamente nella dimensione straniante del riflesso: “Ho freddo, ma come se non fossi io”. Mi viene da pensare a Pirandello, alla sua celebre descrizione della capacità di fuoriuscire da sé stessi, di guardare con una consapevolezza altra la nudità del proprio esistere: In certi momenti di silenzio interiore, in cui l'anima nostra si spoglia di tutte le finzioni abituali, e gli occhi nostri diventano più acuti e più penetranti, noi vediamo noi stessi nella vita, e in sé stessa la vita, quasi in una nudità arida, inquietante; ci sentiamo assaltare da una strana impressione, come se, in un baleno, ci si chiarisse una realtà diversa da quella che normalmente percepiamo, una realtà vivente oltre la vista umana, fuori delle forme dell'umana ragione. Pirandello, L’umorismo, Luigi Battistelli Editore, Firenze Perché tutto questo mi sembra aderire a pieno alla dimensione anti-epica della poesia di cui stiamo parlando ora. Una poesia che si mantiene sempre tenacemente fedele alla natura cruda e dimessa delle cose, che si fa parola autentica e vissuta, priva di orpelli che possano trasfigurarla in una dimensione eroica o esemplare. Sono queste scelte di contenuto e di stile a fare di Mario Benedetti uno dei poeti più intensi e originali del panorama letterario contemporaneo. Fin dalla prima raccolta la sua scrittura si evolve nella direzione di una fedeltà costante alla corporeità di oggetti, ambienti, persone che entrano a far parte dell’esperienza di vita d’ogni individuo. Esperienza che diventa il punto focale di questa attività poetica, sia in quanto materia autentica e soggettiva da rappresentare sia in quanto unica dimensione conoscitiva e interpretativa da poter trasmettere. Una poesia che si scrolla di dosso il peso artificioso della funzione storica o civile e che si sostanzia, invece, di un’unica possibilità: riferire la propria esperienza particolare e soggettiva, senza la presunzione di diventare paradigma del percorso altrui. Unico comune denominatore, ciò che rimanda alla medesima condizione di precarietà, di fragilità insanabile, di volatilità dell’essere cui sottostanno tutti gli uomini. E come non pensare a un’altra sua tra le mie preferite? A D. Penso a come dire questa fragilità che è guardarti, Mario Benedetti, Umana gloria, 2004
D’altronde di tutto questo aveva avuto grande esperienza Benedetti durante la sua vita, l’infanzia trascorsa nella modestia di un piccolo paesino di confine, il padre ammalato in sedia a rotelle, lui costretto fin da bambino a fronteggiare una forma rara di sclerosi, il terremoto del ’76 che gli aveva precocemente scrollato dalle spalle ogni certezza giovanile. Bisogna essere davvero “ingenui” per pensarsi “in un libro, come un uomo con un libro”; tra l’incarnare una specifica declinazione delle tante possibilità d’essere uomo (un uomo con un libro seduto su una panchina di Milano) e il sentirsi espressione di un sentire corale (un uomo che si propone agli altri uomini in un libro) corre tutta la distanza che sussiste tra il dolore sentito sulla pelle e il dolore percepito come riflesso necessario dell’esistere. È un pensiero ingenuo, appunto, perché la verità è che del mondo è possibile fare solo un’esperienza parziale: quella che passa attraverso il proprio corpo, la propria sofferenza, la propria consapevolezza e che poi è possibile narrare come forma significativa ma limitata di conoscenza. La prima parte di Cos’è la solitudine (vv. 1-10) vuole in poche scabre parole dirci questo, mentre la seconda parte (vv. 12-15) del componimento entra ancora di più nello specifico: l’asserzione cos’è la solitudine si concretizza nel crudo rimando cronachistico a un evento realmente accaduto e riportato sul giornale: una donna di ottantasette anni aveva cercato la morte, aveva stirato sul pavimento una coperta come riguardo estremo a chi restava, s’era aiutata con un martello per dare alle forbici la forza necessaria, aveva lasciato un biglietto di scuse per condonare la sua cruenta dipartita. È questa l’oscenità grande della vita, l’impossibilità di sottrarsi alla solitudine del soffrire. Perché nessuna mano, nessun affetto, nessun amore potrà mai sottrarci a noi stessi. Tanto vale allora fermarlo con discrezione questo cuore che batte dentro il petto, questo muscolo impaurito a cui deleghiamo senso e sentimento; tanto vale non alterare il pavimento lindo su cui qualcun altro tornerà a mettere il piede, stendere una coperta per farsi perdonare la provvisorietà di questo passaggio lieve, testimoniare fino in fondo – come avviene nel distico finale – l’impossibilità insita nell’umana condizione di diventare modello, perno, punto di riferimento. C’è sempre, nella poesia di Benedetti, il freddo di una casa svuotata a cui è possibile opporre solo poche cose: una sciarpa di lana, l’intonaco antico delle pareti, la voce di chi è andato nella nostra voce, le parole dei morti che diventano dei vivi, la solitudine di chi non sa cosa rispondere. E infatti la sua è una lingua che procede per fratture: i suoi vuoti sintattici sono voragini che ci inghiottono; i suoi pieni sono un accatastarsi alla rinfusa di elenchi nominali, di pezzi di vita o di vite fatte a pezzi. Tutto sembra assurdo e fuori posto come quando un terremoto scuote l’essenza delle cose animate e inanimate.
Slavia italiana Madri così presenti dopo essere tante volte morte: Si era soltanto piccoli e c’erano le felci da raccogliere Sono venuti giù i sassi, Ho pensato ogni giorno a questo solo stare senza sguardo Mario Benedetti, Il parco del Triglav, 1999
Tutto perde consistenza, tanto da avvertire il bisogno di ripetere, di ribadire cosa è l’io, cosa sono le cose. Spesso le poesie di Benedetti ricorrono, infatti, alla tripartizione o alla ripetizione ternaria come avviene, ad esempio, nella poesia da cui è partito il nostro breve viaggio. “Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro come un uomo con un libro, ingenuamente”: la realtà oggettiva dell’essere (ho portato un libro) si illude di poter individuare delle regole universalmente valide del vivere (essermi pensato in un libro) ma la verità è che queste regole non esistono (un uomo con un libro, ingenuamente). La poesia dichiara l’assenza di realtà, il suo mancarci, il nostro mancarla. Non solo, oltre alla scomposizione c’è quasi sempre una sovrapposizione di luoghi e di tempi che scivolano l’uno sull’altro in dissolvenza: l’ora e l’allora, Milano e Nimis, la Slovenia e la Francia come nella bellissima Log, Ambleteuse: Log, Ambleteuse Un bianco dove non si mette niente, Non è mai tornare se diventa che mi vedi leggero. Difendimi, difendi questa notte bianca, E un albero di fiori Mario Benedetti, Umana gloria, 2004
Benedetti è il poeta della mancanza, dell’imperfetto che riflette l’imperfezione della vita, della impossibilità di dire qualcosa che di fatto non esiste. Sul piano linguistico questo processo di scarnificazione raggiunge il suo apice in Pitture nere su carta - dove le parole emergono in tutta la loro icasticità e diventano quasi pennellate slogate, potenti, affilate - per poi tornare a riappropriarsi del proprio peso in Tersa morte. Quasi a conclusione del suo viaggio Benedetti ricompone la forma lirica del suo dire, va in cerca di un linguaggio in cui si sostanzino le cose. Le parole tornano alla dimensione visiva e tattile di Umana gloria, sovrastate però dal disincanto della perdita irrevocabile: la vita è un sogno destinato a disintegrarsi con la morte, quindi è la morte a rendere reale la vita, mentre la parola diventa l’unico strumento in grado di trattenere esperienze, oggetti, persone che hanno incarnato il nostro esistere. La poesia è solo la possibilità di un secondo, ultimo sguardo a ciò che è stato, a ciò che siamo stati, a ciò che il nostro mondo è stato: Nella grotta del bosco Làndri La frana di braci si alza sulle foglie di acero e in basso la grappa con il tabacco da fiuto, i cartocci delle pannocchie per le sporte da fare: notte fatta di attimi, pareti che si scuotono, pensieri che si divincolano e si addormentano. E torna la domanda. Non saprai di essere morto, non sarai, quel nulla che nella vita diciamo non sarai, non ci sarai più, non saprai di te. Perfetta assenza. Non distrarti, non eludere la pura inconcepibile assenza, non distrarti.
Mario Benedetti, Tersa Morte, 2013 Ho girato varie librerie di Milano in questi giorni (due Feltrinelli, una Mondadori…), chiedendo di Mario Benedetti, delle sue raccolte. A parte la consueta confusione con l’omonimo poeta uruguayano a cui da tempo mi sono abituata, mi ha colpito la mancanza di una qualsiasi opera che testimoniasse la sua persistenza in questa città dagli ampi parchi, dall’inverno pensoso e dalla cronaca attenta. Forse aveva ragione lui, la poesia può solo registrare la mancanza, l’oscenità è nella rapidità incerta del nostro passo sulla terra. Dovremmo scusarci tutti per il fatto di non pensarci mai abbastanza.
Bibliografia essenziale: Mario Benedetti, Tutte le poesie - a cura di Stefano Dal Bianco, Antonio Riccardi, Gianmarco Villalta, 2017, Garzanti Le parole e le cose - Un ricordo di Mario Benedetti di Tommaso di Dio Sei lezioni per Mario Benedetti, Extrema ratio. Dialoghi e lezioni. Quinta serie a cura di Francesco Brancati [1] Mario Benedetti (Udine, 9 novembre 1955 – Piadena Drizzona, 27 marzo 2020) ha trascorso i primi vent'anni della sua vita a Nimis, trasferendosi a Padova nel 1976. Si è laureato in Lettere con una tesi su Carlo Michelstaedter e specializzato in Estetica presso l’Università degli Studi di Padova. Si è quindi trasferito a Milano, dove ha vissuto e insegnato. È stato tra i fondatori delle riviste di poesia contemporanea “Scarto minimo” (Padova, 1986-1989) ed “Arsenal littératures” (Brest dal 1999-2001). Negli anni ha pubblicato diverse raccolte: I secoli della Primavera (Sestante, 1992), Una terra che non sembra vera (Campanotto, 1997), Il parco del Triglav (Stampa, 1999), Umana gloria (Mondadori, 2004), Pitture nere su carta (Mondadori, 2008), Materiali di un’identità (Sossella, 2010), Tersa morte (Mondadori, 2013). Ha tradotto il volume antologico delle poesie di Michel Deguy, Arresti frequenti (Sossella, 2007). Nel 2017 è uscito il volume antologico Tutte le poesie (Garzanti). |


Madreporica sabbiosa di beltà caduca, fralezza eterna di ombrosa lumescenza,...
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