GINESTRE - Laura Serluca - Cristina Annino: appunti e preghiere speciali
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| Cristina Annino |
Ho letto diversi libri di Cristina
Annino. La sua poesia è “travaso”, fino al trabocco.
“Far
vivere una persona in poesia, darle autonomia d’azione, per poi immaginarla
uscire dal testo continuando ad esistere; è una mia passione da sempre.”,
dice la poetessa in un’intervista.
Nelle sue poesie c’è un senso altro,
un’imprudenza. L’arte di ricomporre cose sconnesse. La realtà è contaminazione
e sottrazione. L’anatomia si flette alla parola poetica fino all’ideazione di
un corpo domestico materiale. All’infernale malessere, la poetessa
sovrappone il suo appartarsi in una quotidianità ridondante e multi-direzionale.
“Alla bestia io sono abituato; la nutro tre volte al giorno,
mi mette sotto inchiesta. Se non l’avessi nella mia testa, non so dire che
sarei, varrei molto meno (…)”.
In Avatar, Cristina Annino destruttura la distanza tra l’io, il tu, il loro, l’umano, l’animale e il vegetale che risuonano insieme in una catena che ricrea la vita:
«Perché / c’è stato un tempo più saggio in cui
non / esisteva né io né tu né loro; si era tutti uguali / alberi di radici
senza cemento; un frutto sul / costato e intorno animali».
Nei suoi versi, la poetessa è tutti in un unico corpo, è sintesi e visione senza misura. In uno dei suoi cicli più intensi, “Ottetto per madre”, comincia così:
“Senza pace, con pena e senza girarmi / mai,
pestando / mica pepe o caffè ma gardenie, io amo / la mamma e i topi; li
metto insieme chissà / perché».


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