FRAGMENTA - Deborah Prestileo - Ci vuole un fiore. Da Rodari a Zanzotto
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| Ci vuole un fiore, Sergio Endrigo su testo di Gianni Rodari |
Per
fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l’albero
Per fare l’albero ci vuole il fiore
La struttura è elementare, quasi infantile. Eppure, questa
catena di necessità ha la precisione di un piccolo sistema filosofico. Rodari
compie un gesto metafisico, e cioè smonta il mondo degli oggetti per restituirlo
alla sua origine vivente. In pochi versi, la civiltà viene riportata alla
biologia, la tecnica alla natura, la materia lavorata alla sua fragile origine
vegetale, come in una genealogia del mondo.
Rodari, che molti ricordano come autore per l’infanzia, in
realtà è uno dei più lucidi sperimentatori del linguaggio del secondo Novecento
italiano. Nei suoi libri, come Grammatica
della fantasia o Favole
al telefono,
la lingua diventa un laboratorio di possibilità. E Ci vuole un fiore è
esattamente questo, un piccolo dispositivo poetico che destabilizza il rapporto
tra le cose. La canzone, infatti, compie un movimento inverso rispetto alla
logica moderna. La modernità tende a dimenticare le origini: gli oggetti
sembrano autosufficienti, il tavolo appare come una cosa definitiva, separata
dal processo naturale che lo ha generato. Rodari, invece, riapre la catena
delle dipendenze, in cui ogni oggetto rimanda a un altro elemento, ogni
elemento a un altro ancora. Il mondo, dunque, è una rete di cessanti e incessanti relazioni.
In questo
senso, la filastrocca dialoga con una delle intuizioni più profonde della
poesia contemporanea: l’idea che linguaggio e natura condividano una stessa
origine. Non è difficile sentire un’eco di questa tensione nella poesia di Andrea
Zanzotto, soprattutto nelle raccolte degli anni Sessanta e Settanta come La
beltà e Pasque. Non a caso, Zanzotto è uno dei poeti che più
radicalmente hanno interrogato il rapporto tra lingua e realtà naturale. Nella
sua opera, la lingua è un organismo vivente e stratificato, che conserva tracce
biologiche, infantili e pre-logiche. Proprio per questo, a partire da La
beltà, il poeta introduce nella propria scrittura ciò che chiama petèl,
il parlare dei bambini piccoli, una forma di lallazione o balbettio originario.
È un tentativo di tornare alla lingua prima della grammatica, prima della
sintassi adulta, quando la parola non è ancora separata dal mondo. In questa
prospettiva, la lallazione rappresenta per Zanzotto il punto di contatto tra
linguaggio e natura. Il balbettio infantile è una lingua ancora immersa nelle
cose, una lingua che non ha ancora dimenticato la propria origine biologica.
Non a caso, il poeta parla spesso di un’esperienza lalinguistica, vicina
alla nozione lacaniana di lalangue: la lingua non come sistema razionale
di segni, ma come materia sonora, affettiva, corporea. La realtà, qui, non è
una struttura stabile e garantita, al contrario deve continuamente essere
richiamata all’esistenza, quasi persuasa a restare. Nella poesia “Al mondo”, il
verbo esistere viene addirittura smontato e reinventato — fa’ di
(ex-de-ob etc.)-sistere — come se la lingua dovesse ricominciare da zero,
ripercorrendo le proprie radici. Qualcosa di simile accade nella poesia “Così
siamo”, dove la realtà appare sempre sul punto di sfuggire alle definizioni
linguistiche:
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
Qui Zanzotto
descrive un mondo che non può più essere catturato dalle categorie tradizionali
del linguaggio. La realtà sfugge alle parole, e proprio per questo la poesia
deve reinventare la lingua, tornare a una dimensione più elementare, quasi
infantile. È in questo spazio che il petèl diventa una possibilità
poetica: non un regresso, ma una forma di resistenza alla crisi del linguaggio.
Se si guarda a questa ricerca linguistica, il legame con Ci
vuole un fiore diventa sorprendentemente evidente. Gianni Rodari compie
infatti un’operazione simile, ma in una direzione opposta: mentre Zanzotto
complica la lingua fino a farla balbettare, Rodari la semplifica fino a
renderla filastrocca. Naturalmente, non usa il tono sacrale della poesia
contemporanea: la sua voce resta ironica, sorridente, quasi didattica. Ma
proprio questa leggerezza permette al messaggio di diventare universale. E qui
si manifesta l’intelligenza poetica della collaborazione con Sergio
Endrigo: la sua
musica non amplifica né rende monumentale il testo. Al contrario, lo accompagna
con una melodia semplice, quasi domestica, e il risultato è una canzone che
sembra appartenere alla tradizione orale, come se fosse sempre esistita. Una
forma popolare e ritmica, che inserisce nel linguaggio il nucleo essenziale del
linguaggio stesso. La forma della filastrocca produce un movimento ipnotico,
una spirale causale dove ogni passaggio sembra inevitabile: il tavolo, il legno,
l’albero, il fiore. La struttura iterativa della canzone ha qualcosa di
sorprendentemente vicino alla logica del petèl. È una lingua ridotta
all’essenziale, quasi pre-grammaticale, dove le parole si susseguono come in
una catena elementare di cause. Come nel balbettio infantile, la ripetizione
diventa un modo per ristabilire il contatto tra parola e mondo. In entrambi i
casi, il linguaggio tenta di tornare a uno stato primario, quando nominare le
cose significava ancora scoprirle. La realtà smette di apparire come un insieme
di oggetti definitivi e torna a essere un processo fragile, un continuo
nascere.
È qui che nasce la poesia, da un gesto di sottrazione.
Togliere il superfluo, arrivare all’essenziale. Rodari lo fa con un coraggio
infantile, cioè con l’immediatezza del linguaggio dei bambini, riducendo il
mondo a una sequenza di cause elementari. Il tavolo, il legno, l’albero, il
fiore. Il tavolo non è più un oggetto definitivo, ma una trasformazione
temporanea della natura. Il legno non è più materia inerte, ma un frammento di
vita vegetale. L’albero non è più un elemento del paesaggio, ma un passaggio intermedio
verso qualcosa di ancora più fragile. Il fiore.
In questa prospettiva, Ci vuole un fiore può
essere letta come un’intuizione ecologica della poesia contemporanea: l’idea
che la cultura non sia separata dalla natura, ma ne rappresenti una
trasformazione temporanea. Così cambia l’ordine del mondo, tanto che alla fine
della canzone rimane la percezione che tutto ciò che sembra stabile e
definitivo sia in realtà provvisorio. Ogni oggetto porta dentro di sé una
storia naturale, un processo, una trasformazione, e suggerisce una vertiginosa
verità: la civiltà umana, con tutte le sue invenzioni, continua a dipendere da
un gesto minuscolo e luminoso. Un fiore che, a un tratto, si schiude.



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