CRONACHE A MANAGUA - Davide Toffoli su Carmen Gallo, PROCNE MACHINE, Einaudi 2026
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| Carmen Gallo, PROCNE MACHINE, Einaudi 2026 |
Quello di Carmen Gallo è senza dubbio uno dei percorsi
più coerenti della poesia contemporanea e con PROCNE MACHINE, suo recente
esordio per la Bianca Einaudi, ci regala un tentativo riuscitissimo di tenere
insieme suggestioni e frammenti eterogenei (mito, etologia, cronaca nera, traduzione,
ekphrasis) che prendono la forma di una macchina di associazioni e
metamorfosi capace di confezionare un viaggio sulle tracce di una storia che
contiene altre storie, esercizi di violenza e compassione, ma anche la speranza
di un canto a venire. L’autrice apre a tre possibili chiavi di lettura del
libro: una scientifica, una filosofica, una poetica; e per tenerle insieme si
rifugia nel mito.
In esergo troviamo una citazione da Dylan Thomas che,
tradotta, così recita: “Una sconosciuta è venuta / a condividere la mia
stanza nella casa non a posto con la testa, / una ragazza pazza come gli
uccelli”. Segue una sorta di premessa, quasi una dichiarazione di poetica,
in forma di prosa: “Negli ultimi vent’anni, in tutti i continenti, gli
uccelli stanno scomparendo, con un po’ di pazienza. Diminuiscono i singoli
esemplari e il numero delle specie, e più di tutti gli uccelli capaci di
cantare. (…) Ho immaginato Procne, la rondine del mito, che sta per scomparire.
(…) Ho immaginato di vederla posarsi più a lungo, con sua sorella, quella muta
con la lingua tagliata. Ho immaginato di sentirle cantare, entrambe. Di
seguirne nel bosco le tracce, le fughe, i nascondimenti. Le metamorfosi”.
Apre il libro la sezione APRILE, con esergo da Variazioni
belliche di Amelia Rosselli e il suo “stormire violento di
uccelli”. Aprile è il mese che vede l’inizio del viaggio allegorico della
Commedia dantesca, ma è anche “il mese più crudele” che apre La terra
devastata di T.S.Eliot e nel quale, dopo l’inverno, torna di nuovo la
vita sulla terra. L’apertura è nel segno dell’io, che confessa un’antica e
irrisolta ornitofobia, ma la paura è farmaco e veleno e lo sguardo determinato
rivolto sul mondo dei volatili diventa mezzo primario di conoscenza di sé: “Ho
sempre avuto paura di voi. / L’ombra del volo sulle facciate, / le piume nelle
scale, il battere sordo / delle ali intorno al corpo pieno / di organi e
viscere come umani. / La minaccia costante nelle strade / di essere colpiti, di
essere sfiorati. / I muscoli in allerta, le pupille dilatate. / La testa
inchiodata a un solo pensiero”, costituito dal martellante distico finale
(“Com’è possibile difendersi da ciò / che ci minaccia o ci reclama
dall’alto”), che incombe sulle nostre teste in una duplice veste, da una
parte spingendoci verso una sorta di elevazione spirituale sotto forma di
poesia, dall’altra costringendoci e opprimendoci al suolo sotto forma di
autorità, di minaccia predatoria, di élite mondiale che ci controlla. Scrivere
è prima di tutto chiedersi com’è fatto il mondo. Osservare attentamente gli
uccelli è una chiave di lettura del reale. Le città sono ormai infestate da
gabbiani e piccioni: “Li seguo, li accompagno / mentre scendono in
picchiata, li vedo / attaccare i piccioni, colpirli al petto, al collo / e loro
inermi si schiantano sopra tetti e terrazzi”; e ancora “Per tutto l’anno
i piccioni invadono i tavolini, / arpionano bicchieri, rovesciano cestini /
nella città infestata dai turisti”. Gli uccelli diventano specchi
deformanti della nostra vulnerabilità fisica o emotiva e il dettaglio delle “carni
/ esposte tra le piume impiastricciate / di rosa senza sangue”, con la sua
precisione anatomica, è tangibile esempio di un lessico che mescola termini
squisitamente etologici, anatomia, riferimenti alla cultura di massa e
citazioni erudite. Le rondini volano velocissime, “Troppo prese, loro,
troppo indaffarate / per morire o fare del male”. Si fermano giusto il
tempo “di accumulare / riserve di grasso per il viaggio”, nella
caratteristica iperfagia in attesa di bruciare “tutto nella traversata / per
raggiungere e oltrepassare il Sahara”. Il viaggio, per loro,
rappresenta la salvezza, mentre altre “resteranno in gabbia, inquiete, /
tenteranno il volo battendo per ore la testa / contro il ferro delle sbarre,
sempre / nella direzione prevista dalla rotta”; e viaggiare significa
affrontare le proprie paure, anche quelle più paralizzanti. Per proteggersi,
semmai, s’impara a volare insieme (magari chiusi nella propria “bolla”
rassicurante, proprio come i poeti). “L’istinto di partire dipende dai geni
/ e dagli ormoni”; il canto, poi, si impara dai maestri e dal loro esempio
silenzioso (“A cantare si impara da piccoli ma solo / se si resta per
qualche tempo vicini / ad altri esemplari della specie. / Non si impara a
cantare da soli”). Nel segno del mimetismo e del nascondimento si
giustifica quindi “la mancanza delle rondini d’inverno”.
La seconda sezione, PROCNE MACHINE, porta lo stesso titolo della
raccolta ed è introdotto dall’esergo tratto da Notti di pace occidentale
di Antonella Anedda, da cui spicca un’esplicita chiusa: “Combatti
nonostante il tremore”. Ed è proprio qui che entra in funzione la
fantomatica macchina, che opera producendo e trasformando le immagini del mito
con una ricerca del divenire che parte dalla ripartizione delle cose sempre
mobili, mutevoli e mai uguali. In questo caso, chi fugge, con Procne e Filomela,
è la costruzione del testo poetico che non può mai rimanere fermo, per sua
ideazione, connotazione storica, caratteristiche, per rispondere a un’urgenza
sempre nuova di bellezza. “Nella versione del mito di Ovidio, Procne e sua
sorella Filomela fuggono dopo aver dato il piccolo Iti in pasto a suo padre
Tereo. Tereo è il marito di Procne. Tereo ha stuprato Filomela in un bosco. Le
ha tagliato con la spada la radice della lingua”. “Tereo cerca di
raggiungere le sorelle per ucciderle. Ma gli dèi intervengono e le mutano in
uccelli. L’una andrà verso i boschi, l’altra si anniderà sotto le grondaie,
racconta Ovidio. L’una sarà un’usignola, vivrà nascosta e avrà un canto prodigioso
e una memoria ineguagliabile. L’altra sarà una rondine. Resterà vicina alle
case e sarà veloce ma inquieta. Avrà un verso più semplice, solo per richiamare
i piccoli, per avvisarli del pericolo. // Tereo invece diventa un’upupa,
l’uccello che ha la testa che sembra armata”. Tereo continua quindi ad
inseguirle, “come rapace, nibbio o falcone”, ferito oltremodo da quel
capovolgimento spiazzante e mortifero che, ora, lo vede gravido della sua
stessa prole fatta a pezzi, col suo ventre di padre ad accogliere, morto,
proprio quello che aveva preso vita nel ventre femminile di sua moglie. A partire
dalla violenza subìta da Filomela, ci è persino lecito dire: “Tutto è
stupro!”, anche i piccioni schiacciati raccolti dai netturbini sulle strade
di città, mentre l’autrice sembrerebbe procedere per accumulo di varianti,
anche attraversando pericolosi slittamenti: “D’ora in poi, le sorelle si
scambiano il verso. Procne è una rondine e tace. Filomela è un’usignola e
finalmente piange”. Ma lo stupro rievocato da Filomela, nelle nostre
attuali giornate di guerra, entra anche in risonanza con lo stupro del diritto
internazionale operato da mefitici personaggi come Trump e Netanyahu.
La lingua viene tagliata per impedire di dire la verità raccontando la violenza
subìta. Questa suggestiva variantistica finisce poi per approdare a due
musicisti moderni, Laurie Anderson e Lou Reed, e al tentativo di
“seppellirsi” la voce amata nella testa. “Quanto pesano i padri nella
testa. L’allodola continua / il suo volo esausta, gravata dal peso e dal
ricordo”. E Laurie Anderson, in un album del 2015, quando Lou Reed era
morto già da due anni, inserisce la sua ultima registrazione come ultima
traccia del proprio album. “Una canzone sull’amore, sull’amore che come il
tempo non basta mai, e quasi vorresti invertirlo, il tempo, rovesciarlo per
averne di più”. La memoria può essere un’arma. In questa fabbrica di
immagini che si inseguono e si sovrappongono, Ariel, spirito dell’aria,
ne La tempesta davanti a quegli uomini affamati si trasforma in Arpia
e li mette in fuga con le proprie grida. Sempre in Shakespeare, nel Tito
Andronico, “Come un albero strano appare Lavinia, stuprata, mutilata (…)
A lei vengono tagliate le mani oltre alla lingua. I suoi torturatori avevano
studiato, avevano letto Ovidio”. Lei non può che raccontare disegnando
sulla sabbia, tenendo stretto nella bocca un bastone.
Tra mimetismo e nascondimento, si approda quindi a una nuova
tipologia di canto: si tratta stavolta del poemetto LA METAMORFOSI,
significativamente introdotto in esergo dal Dialogo di Federico Ruysch e
delle sue mummie del Leopardi delle Operette morali. 453
versi incentrati sulla tassidermia e sull’allegoria postuma delle scrittrici.
Una coppia di volatili violate e private della libertà e della vita: “Da
quando ci hanno impagliate / non abbiamo più bisogno / di un posto dove andare.
/ Siamo qui su una mensola / tra la finestra e l’armadio”. Scrive Andrea
Cortellessa che in Carmen Gallo si può riconoscere una poesia
connotata da dimensione del rito e ossessione visiva. Stefano Bottero ci
parla di “un gesto verbale che insegue se stesso”, con una parallela
esaltazione della dimensione della fuga. Particolarmente efficace, tra le
svariate presenze che si alternano nel poemetto, l’immagine della ragazza di 16
anni (“Aveva letto dell’inquietudine / che ci prende / quando è tempo di
andare, / della necessità di ingrassare / prima di mettersi a volare / per mesi
o settimane”) che ingrassa fino a morire; si autodistrugge in una prigione
dalla quale per farla uscire dovranno abbattere e allargare le porte. I corpi
dei volatili impagliati sono testimoni consapevoli di ogni mutamento, di ogni
nuova direzione: “Siamo state svuotate / e subito dimenticate / tra la
polvere di gesso / e le pareti imbiancate. / Ci hanno lasciate così / aperte
come carcasse, / come osceni vuotatasche”. La perla è persa. Resta il
guscio. E parla, senza dire. Oppure in un elenco di cose che, in quel guscio,
si possono infilare: “una pallina da ping pong / una vecchia polaroid / una
trottola di legno / una riga da disegno / i vetri di una biglia / le pinzette
per le ciglia / una matita spezzata / una lametta usata / un flacone di acqua /
ossigenata / un paio di chiavi, di forbici / di occhiali / il blister delle
pillole / anticoncezionali / le stampe dell’eco / della sonda a ultrasuoni / il
ricambio dei bottoni / le etichette dei maglioni / le forcine per capelli / il
pass per i tornelli / la boccetta di ansiolitico / il voltaren per il livido /
un kit da cucito / un filo di ferro arrugginito / la punta metallica di un dito”.
E ancora, si può inserire un meccanismo metallico nel petto per tornare a farle
cantare, ma anche per surriscaldarle a tal punto che tutto, alla fine, si
scioglie in un fuoco che tutto avvolge e distrugge.
La quarta sezione, TRADUCENDO KEATS, è una raccolta di
diapositive, traduzioni di poeti inglesi che hanno raccontato gli uccelli
(usignoli, tordi, allodole, rondini…), passando in rassegna quasi cronologica
Romanticismo (Keats, Shelley), Età vittoriana (Tennyson, Arnold,
Hardy) e Modernismo (Yeats), alle quali si aggiunge una
traduzione dal francese e, precisamente, da Éluard, che si chiude col
verso perentorio ed emblematico “La nostra primavera è una primavera che ha
ragione” e che si lega suggestivamente al Post Scriptum, in prosa
che completa la sezione: “A lungo si è creduto che fossero soprattutto gli
uccelli maschi a cantare. Forse perché gran parte delle ricerche erano condotte
in Europa e Nord America, dove le femmine sono più silenziose. In realtà, è
sempre stato difficile capire il sesso degli esemplari nascosti nella
vegetazione, e così nel dubbio, per convenzione, gli individui sono sempre
stati schedati come maschi. // Di recente, invece, si è scoperto che le femmine
cantano, ai tropici e non solo, dentro e fuori dal nido, anche se non sono
chiari ancora gli scopi, le ragioni. Ho letto un articolo su questo. Diceva che
c’è ancora moltissimo da capire sulle femmine che cantano”. Ancora
un’allegoria. Ancora una riflessione tagliente, coerente e ben assestata,
stavolta concentrata sul genere.
Nella quinta e ultima sezione, IL QUADRO (NESSUN RECINTO SALVA),
l’autrice si cimenta con l’ekphrasis. Nel 1924 Max Ernst dipinge Due
bambini sono minacciati da un usignolo. Nel quadro ci sono quattro figure e
un uccello. L’autrice, adottando una soluzione senza dubbio suggestiva, non si
limita ad una descrizione, per così dire, passiva del quadro, ma fornisce una
reinterpretazione mirata, che trasforma l’opera in avvolgente racconto,
impreziosito da uno sguardo di certo soggettivo, ma di sicuro convincente, che
arriva a chiudere il libro tornando proprio alla domanda iniziale: “Ma a
cosa può servire un coltello contro un uccello che ti minaccia dall’alto e
vola?”. Oltre che di “complessità strutturale”, un centratissimo Gianni
Montieri, su Il Manifesto, parla di “complessità temporale”
di questo lavoro di Carmen Gallo. Difatti, anche oltre gli autori
toccati, in chiusura leggiamo: “Lo spazio del quadro è chiuso e nessuno può
uscire. Il recinto è aperto e non protegge nessuno, né quelli dentro né quelli
fuori. Il pulsante di allarme non è lontano dal dito dell’uomo. Il tempo del quadro
però è dato e nulla può accadere. Ma se invece ci fosse tempo, ancora tempo per
rovesciare il tempo, la donna con il coltello potrebbe allontanare per sempre
l’usignolo? E l’uomo potrebbe salvare tutti o solo sé stesso e la bambina sul
tetto? E comunque, salvarli da cosa? Da quell’esserino minuscolo lì,
bianco, in alto nel quadro che vola?”. Cercare una risposta significa
soprattutto trovare nuove domande. E non si smette mai di indagare ciò che non
abbiamo il coraggio di vedere, di accettare.
Questo di PROCNE MACHINE è un meccanismo davvero molto efficace
perché riesce a lasciare molto spazio anche all’immaginazione di chi legge.
Osservare gli uccelli, quindi, per comprendere cosa ci riserva il futuro: folle
di piccioni e gabbiani nelle nostre città, ma pochissime rondini e pochissimi
usignoli. Ma Carmen Gallo ci ricorda, rendendocelo tangibile, quanto
rimanga vasto il campo della Poesia e quante possibilità e direzioni offra
anche oggi, nell’esperienza di bambine fuggitive che vanno a nascondersi, o
come Procne e Filomela che, dopo tutto, conservano il coraggio di
tentare nuovamente il volo. Tra inevitabili suggestioni di innocenza e un costante
senso di perenne e umanissima minaccia.


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