CERCANDO LE CHIAVI - Anna Segre - Di' qualcosa
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| Anna Segre |
Essendo stata figlia, giammai madre. Doviziosamente. Capisco la maternità, essere orfani e anche non avere figli.
Essendo stata grassa, lo so. Conosco la questione, la sensazione, l’umiliazione da dentro, perché prima degli altri fui io a guardarmi con disgusto. Da dentro, quindi, l’obesità.
Essendo stata disorientata e goffa, indovino l’ansia di andare da qualche parte, so che vuol dire l’oscuro avventurarsi verso una cena in un altro quartiere, o fare un viaggio. Un viaggio, devi dire che sei curiosa, che non vedi l’ora, che stai leggendo ogni cosa su quel posto sconosciuto. Non io. Io temo lo spostamento, il cibo, i controlli aeroportuali e alberghieri, temo i documenti, la valigia, la lingua e, ovvio, le strade. Penso al percorso anche davanti alla cattedrale, anche davanti a Teotihuacan, come arrivare, come andarsene. Le uscite di sicurezza ce l’ho sempre presenti. Le mappe invece mi sfuggono.
Essendo ebrea, tremo. Innascondibile cognome. Non c’è cultura che permetta un confronto. Non c’è nessuna possibilità di dialogo. Conosco la mimesi della capra in mezzo alle pecore.
Essendo stata eccentrica nel senso più geometrico della foto di classe, capisco subito in che posizione stavi tu.
Essendo lesbica, cerco di farmi perdonare la delusione procreativa con un alacre impegno professionale, artistico e non escludo anche affettivo.
Ti decodifico tramite me e anche in contrapposizione a me, ma insomma, partendo da me prendo le misure.
L’altro è me.
E come me ha una cautela animalesca rispetto ad ogni sofferenza
E come me cammina sul crinale tra la coerenza con il mondo ideale e la salvezza.
E come me sta in bilico tra l’evidenza della fine e il voler credere nel trompe l’oeil della prospettiva.
Ci diamo la mano con le parole e sentiamo un attimo di calore, di corrispondenza. Un attimo di conoscenza che subito desideriamo di nuovo e perciò siamo riconoscenti.
Mi hai abbracciato muta e stretta per cinque minuti, pulsavamo una contro l’altra, vive, nel dispiacere che non ha parole.
Dice che il non verbale costituisce più dell’ottanta per cento della comunicazione e forse è questo, il bianco a fondo riga delle poesie, le mutazioni del sistema immunitario, l’energia della nostra parentesi, l’inclinazione degli sguardi e tutta la nostra storia che non può essere dimenticata, che il silenzio non inghiotte, non distrugge, ma contiene come l’ambra, appunto, nei secoli dei secoli.
Essendo stata zitta, il peso di dire qualcosa.


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