21 MARZO. GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA - Stefania Giammillaro - Come e quando nasce la poesia?
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| 21 marzo - Giornata Mondiale della Poesia |
Care e cari, oggi, 21 marzo,
si celebra la giornata mondiale della poesia. Una vera e propria festa o
momento celebrativo o rito meditativo per tutti coloro che fanno parte del variopinto
mondo della poesia, anche solo circumnavigandolo.
Ma quando e come si è deciso
di destinare un giorno alla celebrazione di un genere così di nicchia?
Considerato di nicchia, non tanto per un qualche riconosciuto prestigio, quanto
per la sua sempre più frequentemente criticata inaccessibilità, difficoltà di
comprensione, di guisa tale da essere sempre più bistrattato persino dai poeti
stessi (sic!).
Interrogando un po’ l’intelligenza
artificiale, alla domanda: “perché è stato scelto il 21 marzo come giornata
mondiale della poesia?” Diverse sono state le risposte che provo qui a
riassumere.
La giornata mondiale in onore della poesia è stata proclamata
dall’Assemblea generale dell’UNESCO nell’ormai lontano 1999. Il perché il 21
marzo è presto spiegato in quanto questa data coincide nell’emisfero
settentrionale (da qui forse un appunto critico di quanti vivono nella parte
meridionale del pianeta) con l’inizio della primavera, vale a dire la stagione
ritenuta più “poetica” dell’anno solare oltre che simbolo di “rinascita” per
eccellenza: la primavera rappresenta
il rinnovamento della natura, un tema classico della poesia che invita a
guardare al mondo con occhi nuovi.
L’intento fu quello di
riconoscere all’espressione poetica un ruolo privilegiato nella promozione del
dialogo e della comprensione interculturali, della diversità linguistica e
culturale, della comunicazione e della pace. Già dal primo anno della sua
istituzione ha come obiettivo di promuovere la lettura, la scrittura, la
pubblicazione e l'insegnamento della poesia in tutto il mondo, in quanto
“fondamento della memoria e, base di tutte le forme della creatività letteraria
e artistica.” Inoltre, si promuove la
sua funzione di sostegno alla Diversità Linguistica: la celebrazione valorizza
le lingue a rischio di estinzione e la poesia orale, oltre a quella scritta, si
disvela foriera e custode delle più antiche tradizioni popolari.
Non da ultimo, il 21 marzo è noto per essere il giorno della nascita di
una delle voci poetiche più amate e conosciute e lette in Italia: Alda
Merini. Famosa, al riguardo, la sua poesia:
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
Ho scoperto, peraltro, che l’idea di dedicare un giorno preciso
dell’anno alla celebrazione di questo specifico genere letterario non era né
nuova né prerogativa dell’istituzione internazionale. Già nel 1936 si distinse
un’iniziativa privata americana. La statunitense Tessa Sweezy Web, nativa dell’Ohio, aveva incominciato a celebrare
i poeti locali ogni terzo sabato di ottobre con una giornata onorifica. Questo
evento fu il punto di partenza di un’usanza che si diffuse rapidamente fino al
1951, coinvolgendo partecipanti di più di 41 nazioni. La data prescelta in
quell’occasione non fu il 21 marzo, ma il 15 ottobre in onore e memoria della
nascita del poeta romano Virgilio (70 – 19 a.C.).
Ebbene, dopo aver solleticato o soddisfatto (spero) - quantomeno in
parte - la vostra curiosità sulle ragioni di questa giornata commemorativa
della poesia, su il "come" e il "quando" della sua istituzione; adesso, mi piacerebbe
sondare con voi un altro “come e quando”.
Una delle domande più frequenti che mi sono state rivolte negli anni, da
quando mi sono addentrata nel magico mondo della poesia, specie dopo la prima
pubblicazione, è la seguente: «Quando hai iniziato a scrivere? A muovere i
primi passi in versi?»
La mia risposta è rimasta quasi sempre pressoché la stessa, ma ve la ripropongo,
così giusto per tediarvi un attimo che non guasta.
La mia prima poesia, se la memoria non mi inganna (e mi inganna sicuro),
la scrissi alla tenerissima età di otto anni, dedicandola a mio papà.
Recitava più o meno così:
“C’è un signore alto e bello
che mi prende per un suo capello.
Oh sei tu, papà!
Vivace e birichino, ma anche un po’ carino […]”
E poi continuava, ma per vostra fortuna non ricordo come.
Per chi invece si stesse chiedendo perché mio padre mi prendesse per un
suo capello, beh, la ragione è semplice: mio padre ha iniziato a perdere
capelli a partire dai 18 anni. Mia nonna, sua mamma, spiegava, con acume
scientifico, che la ragione fosse senz’altro da ascrivere alla sua grande
intelligenza, mia madre (mi è sempre sfuggito il perché), invece, non ha mai concordato
con questo dogma. In ogni caso, era indubbio, che io fossi preziosa come i
pochi capelli che componevano la chioma del mio papà.
A undici anni, l’inizio della preadolescenza e la comparsa del menarca
ha coinciso con l’inizio dei miei primi turbamenti/tormenti in ambito “umano”. Non mi
spiegavo il perché di certe angosce che percepivo come troppo grandi e profonde
per la mia personcina così esile e ancora “bambina”, sebbene si fossero già
palesati i primi segnali da “donna”.
Anche i versi ne risentirono e la luce, la freschezza che allietava
quasi a filastrocca, fino ad allora le poesiole, che mi venivano commissionate
anche per le feste di compleanno, si coprirono di buio e di nero.
Ad undici anni scrissi “Cuore nero”:
Niente
Non far niente
Stammi ad ascoltare
Angosciante vita,
vita che non verrà
perché mai il sole illuminerà
Vita che viene, vita che non sa
ma la tristezza mai se ne andrà
É un coltello che trafigge il cuore
cuore nero
senza bagliore.
Certo - penserete voi – pesante per una bimba
ancora. Chissà come avranno reagito i suoi genitori!
Vi fugo subito ogni dubbio e vi sciolgo da ogni
preoccupazione: Anna ed Enzo vissero sereni e tranquilli, anche perché
Stefanina si guardava bene dal farsi leggere!
Beh sì, all’inizio fu tutto un segreto. Un po’
mi spaventava questa necessità che avevo di scrivere, come unico viale di
accesso, o meglio, di sfogo, a quella tristezza latente che non sapevo definire
né comprendere, a quel senso di vuoto, di non essere mai capita abbastanza o
del tutto, di avere qualcosa di strano e di diverso che bisognava nascondere a
tutti i costi.
La prima volta in cui misi il piede fuori dalla
mia comfort-zone, rappresentata dal
diario segreto di naj oleari a
sfondo giallo e fiori fucsia - che in teoria avrebbe dovuto restare chiuso con
un lucchetto – avvenne in seconda media.
Quindi, sì, l’anno dopo “Cuore nero”.
Anno scolastico 1999/2000.
12 anni e l'insegnante di
italiano aveva appena assegnato il seguente compito: «"Il Vicolo dei miei ricordi" questo
il titolo per il tema da fare a casa o una poesia per chi volesse».
Mormorii di ilarità sottobanco
a testimoniare che nessuno avrebbe mai preso in considerazione la seconda
opzione.
Io ero seduta al penultimo
banco della fila a sinistra e, invece, non potevo credere alle mie orecchie,
ma, al contempo, ero terrorizzata. Se avessi colto quell'opzione, avrei fatto
sapere davvero a tutti di questa "cosa" che mi succedeva già da
qualche anno, non solo a chi scegliessi io.
Alzai la mano quasi
istintivamente o forse più come gesto-contro-volontà e chiesi a conferma: «Professoressa
mi scusi, quindi anche una poesia... Giusto?»
Tutti i miei compagni si
girarono a fissarmi con ogni più originale espressione ricurva a punto
interrogativo.
La professoressa, come ad
assecondare i vecchi, senza crederci veramente rispose con un indisposto
"sì sì certo" per poi scappare subito dopo che già era suonato il
cambio d'ora ed aveva prestato fin troppa attenzione a quel mio assurdo bisogno
di conferme.
Sulla strada del ritorno ero
stranamente taciturna, talmente assorta ed assorbita da quella possibilità
mista a vergogna, paura... non sapevo decifrare bene cosa provassi.
Sospiravo continuamente.
Un'unica certezza: sin dalla
dettatura del titolo mi si era materializzato davanti un quadro che avevamo a
casa, in soggiorno, che ritraeva una curva di un Vicolo di un paese siciliano (o
forse pugliese) con delle pareti chiare che non si capiva dove portasse, poteva
essere un Vicolo cieco o anche no.
E su quella strada vedevo
solo mio nonno Vittorio.
Allora dissi ad un tratto a
mia madre: «Mamma oggi devo scrivere una poesia dove c'è il nonno».
Lo ricordo ancora.
Non era "per" il
nonno o "dedicata" al nonno, mio nonno c'era veramente in
quell'immagine e doveva esserci in quella poesia.
La poesia era questa:
Nell’oscura ombra
di un mattino solare
si intravedono
coperte da una leggera
foschia
piccole case abbandonate
dalle mura rovinate
La vecchia strada è
ricoperta
da numerosi mattoni
di forme astratte.
I raggi del sole illuminano
il grigio del cielo
e tra la pace del giorno
si sente un forte cigolio
e ad un tratto
un vecchio uomo
dalla faccia triste
passeggia oggi
nella nostalgia del passato
Il giorno dopo la
professoressa mi invitò a leggerla davanti a tutta la classe e alla fine mi
mise nove, motivando: «Per scrivere poesie ci vuole coraggio e il coraggio va
premiato».
Intorno a me, un silenzio
netto di coltello mi accompagnò poi fino al mio posto.
Già, sono questi i ricordi
dei miei esordi, dei miei inizi, del mio “debutto” insomma.
Ed è vero anche che ho
risposto solo in parte alla domanda posta sopra: ho descritto il “quando” si è
presentata a me la Poesia, non il “come”.
Non solo! Vi dirò di più!
La Poesia non si è
presentata nella mia vita solo una volta, ma almeno altre due, in misura
particolarmente significativa e sempre diversa e sempre rivoluzionaria.
Ma in tutti questi
mutamenti, dentro questo vorticare come sulle montagne russe o dentro una roulette, l’unica costante, l’unica
certezza è rimasta il non saper rispondere al “come”.
E fino a quando non sarò in
grado di trovare una risposta al “come”, sarò in grado di accogliere ogni “quando”
della poesia.
Buona Festa,
Buona Poesia a tutte e tutti
voi :*


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