VOCI D’ALTRI, ALTRI SGUARDI - Ermira Shurdha - A febbraio si va a Siena, a scoprire la geometria del sacro
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| Ph. di Ermira Shurdha |
La lettura riserva spesso delle sorprese e, mentre alcuni
libri fanno credere di essere dei gialli, come per magia si rivelano dei veri trattati
antropologici. Per me è successo con Il
Palio delle contrade morte che associo immediatamente a Siena. Quando Carlo Fruttero e Franco
Lucentini vi arrivano da Torino, capiscono che la corsa della giostra è in
realtà una parabola dell’esistenza, una messinscena della vita con cui l’essere
umano cerca di curare le proprie inquietudini e di esorcizzare le domande che
da sempre l’accompagnano. Occorre entrare nella follia collettiva del Palio,
farsi contagiare dalla febbre delle dieci contrade sorteggiate che attendono la
mossa per assistere alla corsa in cui vivi e morti si rincorrono, tra i
rintocchi energici dei tamburini e delle chiarine. Subito mi torna in mente il
montaliano stupore / che invade la
conchiglia / del Campo durante la Passeggiata.
Dalla torre / cade un suono
di bronzo: la sfilata / prosegue fra tamburi che ribattono / a gloria di
contrade (Palio, Le Occasioni). Pesco tra i ricordi i rintocchi pentolosi di Sunto, che sovrastavano quelli di tutte
le campane della città, lo scampanio a stormo dell’Antonia, seguito dalla Francesca e dalla Bernardina, quando mi trovavo vicino alla Basilica di San
Francesco. Una seconda volta, trovandomi nei pressi del Duomo, avevo
imparato a riconoscere il suono de La
Sovana e, in successione, la campana di San Vittore, quella di San Ansano e
di San Crescenzio, poi La Quinta e la Campana dei frati a rivaleggiar con il
suono a distesa del Campanone.
La trama del libro Il
Palio delle contrade morte di F. & L. è tutt’altro che semplice. I
coniugi Maggioni, milanesi in crisi matrimoniale, si perdono durante un temporale
nelle campagne senesi e si rifugiano in una villa nobiliare, accolti dall’aristocratico
Guidobaldo e dalla bionda Ginevra. Spicca la figura di un fantino del Palio che,
tre giorni dopo, dovrà gareggiare in Piazza del Campo. Il mattino successivo il
prescelto viene trovato morto nel salone. Omicidio? Incidente? Mentre la
polizia brancola nel buio e i Maggioni assistono a eventi sempre più surreali, la
verità viene a galla: il fantasma del fantino doveva competere per una delle
sei Contrade Morte – Gallo, Leone, Orso, Quercia, Spadaforte e Vipera,
soppresse per editto nel 1729 da Violante di Baviera. Il vero colpo di scena
arriva quando l’avvocato Maggioni scopre di essere andato oltre, passato sull’altra
riva senza accorgersene.
Il libro non è solo un giallo dalla trama nebulosa. Le «vibrazioni
psicologiche» di Fruttero e Lucentini si distinguono per la spiccata raffinatezza
letteraria che ritrae «il di fuori di
un invisibile e inafferrabile dentro».
Dietro all’estenuata scenografia da «ghost story», come viene definita nella recensione
Se un fantasma corre il Palio, Italo
Calvino coglieva la «caratura prettamente flaubertiana della poetica di F.
& L.», quell’ironia «ora leggiadra ora melanconica» tipica dei salotti torinesi,
mentre altri recensori fraintendevano e lamentavano una vicenda con poco
mistero, senza scorgerne la suspense
semplice e allucinante. Il Palio delle contrade morte risulta essere un espediente
letterario geniale che disamina l’anima senese e sonda il significato recondito
della comunità e dell’appartenenza a una contrada. Fruttero e Lucentini
dedicano quaranta pagine, un terzo del romanzo, a una dissertazione sul Palio
che chiarisce la storia, i rituali e le dinamiche paliestri, i tradimenti
leggendari dei fantini, gli odi secolari tra le diciassette contrade rivali: pagine
di pura antropologia, scritte con l’ironia intellettuale tipica del duo e il rispetto
sincero verso una tradizione secolare.
Parlando con i senesi ho scoperto che il Palio non è
spettacolo ma identità che trascende la morte. Non si assiste al giro di
trottola; lo si vive, anche quando non si è più su questa terra. F. &
L. avvalorano la convinzione che le Contrade Morte non sono mai sparite: sono ancora
lì, impazienti, ad aspettare il loro turno per tentare la sorte. Il romanzo
trasforma una credenza popolare in letteratura fantastica che cela enigmi
antichissimi. C'è serietà in questo libro: la serietà investigativa di chi ha
capito che a Siena la corsa per la vittoria dura tutto l’anno e i dettagli non si
lasciano spiegare con la razionalità.
Fruttero e Lucentini, l’uno il doppio e il contrario
dell’altro, si conobbero in un albergo a Montmartre, scoprendosi uomini ansiosi
di «vivere, conoscere, apprendere, correre e seguire tutte le piste». Temperamenti
differenti ma esigenti nelle scelte redazionali della Einaudi. Lucentini era
una mente geniale che leggeva libri in tutte le lingue e conosceva ebraico,
greco, latino, russo, tedesco, spagnolo, francese, inglese, danese, norvegese,
islandese; tradusse La biblioteca di
Babele di Borges. Fruttero, più modesto, dedicò i suoi sforzi
nell’interpretare il teatro di Beckett mentre leggeva e traduceva libri in
inglese, o rivedeva le traduzioni di altri. Insieme passarono alla Mondadori
per curare i racconti di fantascienza di Urania.
Fruttero portava in dono la propria conoscenza del mondo e lo stile, Lucentini
le sue grandi idee filosofiche, scientifiche e romanzesche; i loro gialli,
dalla spiccata sensibilità che colpiva il pubblico, vendevano milioni di copie.
Gli spettri che aleggiavano nei brumosi manieri scozzesi alloggiano
anche nelle ville toscane sotto il sole d'agosto. Lo sgomento che accompagna la
lettura di questo libro sta nel scoprire che il traguardo è vicino
e dura una manciata di minuti. È il lettore il fantasma che
attraversa il confine e continua a correre anche quando i tre giri sono finiti.
In poche pagine si comprende perché Siena, che si infervora da secoli per la
stessa corsa e ripete lo stesso rito, non smette di disputare. Al Palio
partecipano pure i morti, perché la morte non è altro che un passaggio dall'altra parte, restando fedeli alla
propria contrada, continuando ad odiarla e amarla, a sperare che vinca. Credo
che Fruttero e Lucentini abbiano compreso perfettamente l’anima di Siena, in
quanto artigiani di una letteratura fantastica cosmopolita e poliedrica. E
intanto, dall’alto della nuvola, che i senesi credono sia abitata da coloro che sono scomparsi,
si continua ad aspettare il prossimo Palio.
POESIA: Dante Alighieri - Pia de' Tolomei, una vita in pochi versi
Siena mi fé, disfeceme Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria
disposando m'avea con la sua
gemma".
(Dante
Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio,
V, 133-136)
Nel V canto del
Purgatorio alcune anime morte in circostanze violente parlano a Dante. Il terzo spirito a intervenire,
dopo Jacopo del Cassero e Bonconte da Montefeltro, è Pia de’ Tolomei. Parla pochissimo e, dalle poche rivelazioni, si
scopre che è proprio l’aristocratica Siena a renderla una donna di classe; a
distruggerla ci pensa la Maremma, terra di malaria, di confine e d’esilio. Diventa
sposa del signore del Castel di Pietra, mettendo al dito, con la promessa di
una vita felice, l’anello di Nello: un legame che si trasformerà in condanna e
oblio. Cinque parole svelano nascita e morte e due città fanno da parentesi a una
breve esistenza che torna a far riflettere diverse generazioni. Il verbo «disféceme»,
violento e vago, accusa l’assassino che smonta La Pia pezzo per pezzo, fino a farla
sparire.
Dante sceglie di non fornire dettagli perché La Pia non è
un caso giudiziario ma l’enigma irrisolto di una giovane donna destinata al
matrimonio con una famiglia importante, sottacendo un rapporto scomodo che doveva
dissolversi e di cui si sarebbe smesso di parlare. Con un tono cortese e lieve,
quasi dimesso, La Pia non supplica vendetta, né giustizia per la sua sorte; dice
solo «Ricorditi di me». Nel disegno dantesco essere ricordati vuol dire essere
pregati. Le preghiere dei vivi accorciano il tempo del Purgatorio.
Siena innalza la nobildonna, sospesa tra Inferno e Paradiso,
le dà un nome e una posizione sociale. Siena, però, è anche la città medievale che
non chiede e non indaga, dove il silenzio è complice quanto la violenza. La Pia
è una delle anime più amate della Commedia proprio per l’incompiutezza che aleggia
nel Purgatorio. Pittori, scrittori, cantanti e poeti hanno provato a riempire
quel vuoto lasciato da Dante. Persino alcuni cinematografi, a partire da
Gerolamo Lo Savio nel 1910 ed Esodo Pratelli nel 1941, hanno percorso il
calvario della Pia. Nel 1958, Sergio Grieco riprende il viaggio della Pia dal
ponte di Rosia, attraversando le crete in direzione della fortezza di
Montalcino, la prigione in cui il geloso marito l’avrebbe relegata. Eppure, ogni
tentativo di spiegare la tragica morte sbiadisce. La Pia rimane un mistero a Siena,
città di predicatori eretta su aridi colli, lontana da rilievi montuosi e corsi
d’acqua, persino lontana dalle immagini acquoree montaliane. Malgrado ciò, ella
resiste nel Vicolo della Torre, sotto la superficie di pietre del palazzo Tolomei,
facendo tremare ancora chi vi passa affianco al ricordo feroce degli assilli e
assalti subiti, e del suo lungo silenzio dissolto nella caligine.
MUSICA: Spiral Dance, le architetture sonore di Keith Jarrett
Spiral
Dance è un brano di appena
quattro minuti, tratto dall'album Belonging
(ECM, 1974), registrato dal quartetto di Keith Jarrett composto da Jan Garbarek al sax tenore, Palle
Danielsson al contrabbasso, Jon Christensen alla batteria: un pezzo
straordinario con una struttura jazz solida che emerge dalla sintonia tra i quattro
musicisti. Con il suo Steinway Keith Jarrett reinventa l’improvvisazione e costruisce
una cattedrale musicale affidandosi all’istinto e a un preciso schema
interiore.
La performance inizia con un tema ellittico, quasi
ipnotico. Il pianoforte di Jarrett traccia linee ripetute che si sovrappongono
come le volute del pavimento del Duomo, lì dove Wagner affermava di aver
trovato il senso dell’esistenza. Ciò che sembra una semplice meditazione sonora
diventa una sacra composizione geometrica. Garbarek s’inserisce con il suono
potente, quasi liturgico, del sax e crea melodie che sembrano moderne cantilene
gregoriane. La sezione ritmica tra Danielsson e Christensen crea una pulsazione
sottile, un battito cardiaco appena percettibile che possiede la stessa
tensione degli edifici senesi, immobili e disadorni, in cui le aperture alte e
strette, gli unici elementi a movimentare la superficie, inondano di luce e
colmano di energia l’atmosfera delle contrade.
Trovo che Spiral
Dance sia in perfetta simmetria con Siena. La spirale segue un moto che
torna su se stesso ma a un livello diverso, una ripresa di ritmo e nuova
enunciazione. La musica è costruita su temi che compaiono trasformati, sembrano
armonie in movimento che s’aprono e
s’espandono in cerchi irregolari. Jarrett, influenzato da Garbarek e
dall'estetica della ECM Records, gioca con suoni rarefatti e intervalli ampi e ritrova
la grazia in Belonging, album meno celebrato di The Köln Concert
(1975) ma decisamente un capolavoro calmo, profondo, concettualmente stratificato.
Spiral Dance possiede
la stessa verticalità di Siena, con note che s’elevano come torri, s’intrecciano
alle navate e alle colonne della Cattedrale di Maria Assunta e creano spazi
vuoti nell'architettura gotica, dove il vuoto è una crepa in cui entra la luce
e il canto risuona. Mi piace ascoltare questo brano pensando a Piazza del Campo
vuota mentre la pioggia scivola verso il Palazzo Pubblico, in una singolare sincronicità
tra l’acqua e la musica che sembra nascere dalle pietre. Penso alle pietre e ai
mattoni della piazza che risuonano con il ritmo dei ruscelli che digradano
verso il centro della conchiglia. Una musica che è una danza e richiede ascolto
totale, partecipazione e fedeltà. Anche Siena, che accoglie con il suo cor magis, richiede un cammino a rilento,
un pensiero accorto prima di esprimerle lealtà e ripetere con fermezza il motto
della contrada. Un termine del XIII secolo per indicare un territorio e un popolo,
concetto che insegna l’amore per la città e si tramanda ai figli. In quante
altre città si può essere una cosa sola e rivivere tanti valori che si
credevano perduti?
FILM: Andrej Tarkovskij, «Morire in levità» in Nostalghia (1983)
Mi sono innamorata di Siena prima
ancora di arrivarci, guardando Nostalghia. L’uomo dal cappotto scuro ritratto
sul l’immagine pubblicitaria in un momento di profonda introspezione, afflitto
dal peso del mal di vivere e lo sguardo perso tra le rovine dell’Abbazia di San
Galgano, era interpretato da Oleg Yankovsky. Un invito alla contemplazione e al
silenzio, tra specchi d’acqua e sfumature tra il grigio, il seppia e l’ocra, in
cui l’esistenza sembra emergere da vapori indistinti e contrasti sfumati.
Quando andai a visitare quegli stessi luoghi era tutto più chiaro e luminoso e
c’era una bellissima luce. Quella luce mi fece nuovamente perdere la testa.
Il film di Andrej Tarkovskij
ha come protagonista Andrej Gorčakov, un poeta russo che arriva in Italia per
redigere la biografia del compositore Andrej Sosnovsky, assieme all’interprete
Eugenia. A Bagno Vignoni, un paese disabitato e abbandonato, tra case antiche
di pietra che sanno di edera e muffa, incontra Domenico, il pazzo che porgerà al
poeta il mozzicone di candela con cui dovrà attraversare la vasca termale della
piazza, stando attento a non spegnerla durante il tragitto. Una esortazione a
guardare «come si guardano le stelle»,
standoci dentro, diventando parte del film. L’acqua trasforma la realtà in
sogno e di quel sogno, al risveglio, rimane solo una poesia.
Nostalghia, parola che indica il dolore fisico del ricordo, parla di memoria e di radici. Tarkovskij
lo inizia a girare già nel 1980 ma taglierà alcune scene ambientate in Russia e
le sostituirà con quelle del paesaggio
toscano e sabino. La versione finale, Nostalghia appunto, si focalizza sull'esilio e sull’impossibilità
di abitare davvero un luogo. Le scene di una Toscana gotica, nebbiosa e umida, vanno
osservate con la stessa visione sospensiva che si riserva a Siena. La
connessione profonda passa attraverso la poesia letta da una voce esterna che spiega, in sostanza, il film. Il regista si
esprime attraverso i versi di «Morire in
levità», composti dal padre, Arsenij Tarkovskij:
Morirò, come tutti; tornerò
come tutti; io che prima di nascere
Ho vagato nel mondo
insieme a tutti coloro che mi sono
cari...
Versi che parlano della morte come liberazione, della
vita come esilio temporaneo. L’esule Gorčakov li recita mentre li vive, errando
come un defunto senza alcuna speranza di rinascita. Domenico, il folle che ha
tenuto la sua famiglia chiusa in casa per anni, è l’alter ego di Gorčakov. Entrambi
sono profeti incompresi. Eppure, sarà il matto del paese a chiedere all’eterno
naufrago di compiere il rito di purificazione in cui s’intravede il sacrificio
e il tentativo di redimere il mondo.
È un morire senza la gravità che tocca sani e ammalati. Morte
che si trasforma in moto ascensionale in una città dove cattedrali, chiese e torri
puntano verso l'alto e anche i morti sembrano più vicini al cielo che alla
terra. La bellezza di questo film lento, difficile, a tratti oscuro, consiste
nell'essere contemplazione pura. Doveva intitolarsi Viaggio in Italia, ma Rossellini l’aveva già usato nel 1954; si
opta quindi per Nostalghia. La
fotografia porta la firma di Giuseppe Lanci e trasforma la Toscana in un paesaggio
dell'anima in cui le nebbie, le rovine, i campi inondati hanno la qualità di una
visione onirica. A Giuseppe Tovoli rimarrà il merito d’aver immortalato le
conversazioni sul cinema tra Andrej Tarkovskij e Tonino Guerra durante i viaggi
in Italia nel documentario Tempo di
Viaggio, del 1983, alla ricerca dei luoghi dove si sarebbe dovuto girare Nostalghia. Come Gorčakov e Domenico, anche
i due soggetti/registi sono sempre altrove, carichi della stessa levità del
proprio paesaggio dell’anima, intenti a porgere domande che restano sempre aperte,
come ferite.
PROFUMO: Rodrigo Flores-Roux, l’accademico dell’incenso
Mi piacciono i profumi che raccontano storie e, se penso
a Siena, mi viene in mente Nanban, un
incontro sensuale tra mondi lontanissimi e un passato di rotte commerciali. Il
messicano Rodrigo Flores-Roux, vicepresidente
di Givaudan che occupa il Sillón Incienso, una
delle poltrone dell’Academia del Perfume,
crea per Arquiste un profumo che è un mélange di incenso, resine, balsami ed
essenze legnose. È la creazione ideale per Siena, crocevia di scambi tra
civiltà durante il Medioevo, dove arrivavano spezie e incensi dall'Oriente per
profumare le chiese gotiche.
Il Maestro Profumiere usa il termine giapponese 南蛮, «barbaro del sud», per firmare Nanban, lo
straniero che arrivava dal mare nel XVI secolo. Per il suo brand, l’architetto fondatore
di Arquiste Carlos Huber prende ispirazione dal viaggio di Hasekura Tsunenaga,
ambasciatore giapponese che nel 1614 attraversava l'oceano e toccava prima Acapulco,
poi Spagna e Roma, e portava in dono a papa Paolo V l’esotico franchincenso e lo storace, le stesse resine che
Flores-Roux usa per comporre Nanban.
La composizione si apre con l’osmanto, fiore asiatico che
sa di albicocca, e un accordo di tè verde, il pepe nero del Malabar e lo zafferano,
combinazione inaspettata che crea un effetto morbido e caliginoso. Le note di
cuore, con l’assoluta di caffè, terroso e torrefatto, l’accordo di pelle, il legno
di sandalo e la mirra, si sprigionano in successione. È come entrare in una chiesa quando il sacrestano ha
appena acceso i turiboli: le essenze non hanno ancora riempito tutto l’ambiente,
ma già senti che c'è odore di santità nell'aria.
È nella base di oleoresine che Nanban diventa
irresistibile. L’olibano, dal sottofondo vellutato e meno austero dell’incenso,
eleva il sacro dal profano, fa dimenticare il corpo e celebra lo spirito. Lo
storace, che nelle chiese medievali si bruciava assieme all'incenso, ha una
qualità resinosa e balsamica, dolce e un po’ appiccicosa, e resta addosso per
ore. Il balsamo di Copahu e gli oli essenziali del legno di Cade estratti dal ginepro
rosso possiedono un aroma potente, affumicato e coriaceo, e s’inseriscono magistralmente
tra i cipressi delle crete senesi, ergendosi a guardiani di luoghi sacri. Legni
che sanno di memoria stratificata e depositata nelle fibre di Siena, in cui ogni
pietra ha assorbito secoli di preghiere, e finalmente ne senti l’aroma dentro
il Duomo, dove tutte le note e gli accordi risuonano nell’armonia di un’orchestrazione
impeccabile, tra marmo bianco e
nero, oro bizantino, affreschi e vetrate di luce.
Quando realizza i suoi profumi Rodrigo Flores-Roux intravede
«una cascata di resine, rose e legni mistici». Nanban incarna la visione
di una cascata olfattiva che avvolge e travolge anche durante una funzione
liturgica. La conferma che Oriente e Occidente pregano allo stesso modo e
bruciano essenze preziose per mandare messaggi al cielo. La fragranza ha un sillage notevole e annuncia chi lo
indossa con un’aura seducente, nel modo in cui lo sono i luoghi sacri che attraggono
senza domandare e avvolgono senza intrappolare. Dura diverse ore sulla pelle,
evolvendo lentamente: nelle prime due domina l'osmanto e il caffè, poi emerge la
mirra e il franchincenso, e alla fine restano solo i balsami che, con il calore
del corpo, diventano unguenti rasserenanti, talvolta sconcertanti.
Nanban possiede
una doppia dimensione olfattiva. Evoca l’intensità della resina e l'odore liturgico
delle candele nei tabernacoli di contrada mentre invoca la patina di sacro che
attraversa Siena. Succede quando cammini per Via di Città al calar del sole,
quando la luce del meriggio fa brillare i mattoni e le campane suonano il vespro.
Di colpo capisci che l'aroma dell’incenso sulla pelle è un linguaggio, quello che
usavano gli antichi mercanti delle Vie della Seta per comunicare con altri
popoli. La stessa nota olfattiva che s’usa ancora oggi nelle chiese per dire ciò
che le parole non possono proferire.
Questa è la creazione di un naso latinoamericano che
interpreta lo zen orientale per un brand americano e racconta, attraverso una
storia del XVII secolo, lo sguardo dell'altro, la contaminazione tra culture,
la consapevolezza che la bellezza nasce laddove mondi estranei si toccano. L'incenso,
che attraversa oceani e arriva sulle colline toscane per esser bruciato nelle
cattedrali di Siena da ben ottocento anni, esprime l’essenza vera della città.
Dialoga con Pia de' Tolomei, parlando di morti che non sanno d’esser scomparsi.
Con Tarkovskij e Fruttero e Lucentini, interrogando lo sguardo estraneo dei
milanesi che si riflette negli occhi del russo, mentre tutti si perdono nel tempo
della vita che non è più Cronos ma Kairos. Dialoga persino con la struttura a spirale
del brano di Jarrett, la stessa del romanzo, che torna sempre in Piazza del
Campo come centro gravitazionale. E su tutti aleggia la firma olfattiva del
barbaro olibano: ponte tra mondi differenti, materia prima sacra che tutto permea.
Bibliografia e
sitografia
Citati, P. (2006). Il
mistero FRUTTERO e LUCENTINI. La Repubblica.
Fruttero C.,
Lucentini F. (1983) Il palio delle contrade morte. Mondadori.
Micheletti, G. (2018). Tre
diapositive per Italo Calvino e Franco Lucentini. Rivista di Studi
Italiani. https://www.academia.edu/36538868/Tre_diapositive_per_Italo_Calvino_e_Franco_Lucentini
Academia del Perfume https://www.academiadelperfume.com/academico/rodrigo-flores-roux/
Fondazione Musei
Senesi https://eco.museisenesi.org/archivio/11960/il-cinema-racconta-le-crete-senesi/


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