VISIONI DALL'ULTIMITÀ MERIDIANA - Alessandro Cannavale - 01

 

Alessandro Cannavale


I saggi ispirati conoscono la “rinuncia” 

come il rigetto delle azioni interessate. 

Gli esperti chiamano “abbandono” 

l'abbandono dei frutti di ogni specie di azione.

[…]

L'uomo che si compiace del proprio dovere 

attinge la perfezione. 

Bhagavadgītā - dal Canto XVIII


I grandi viaggi iniziano al buio, mentre la fine imminente può essere annunciata dalla disponibilità di troppa luce. Nei momenti più importanti, riusciamo a vedere poco, proprio quando ricorre la necessità di grandi risorse per il discernimento. Il rumore crescente allena la soglia di tolleranza, ma ci allontana progressivamente dall’umano. Luci e suoni in questo tempo cospirano sulla via ultima della disumanizzazione, all’ombra della tecnica. 

La rete obesa dell'infodemia è lo spazio privilegiato dell'annientamento. Logora la risorsa più rilevante, il tempo; i dispositivi presto fonderanno entro un unicum indistinguibile reale e virtuale, senza soluzione di continuità. Sarà inibita la capacità di separare le sfere ("so you think you can tell heaven from hell"). In un certo istante, non sapremo più se quanto abbiamo pensato sia davvero frutto del nostro sentire, del condizionamento a cui siamo soggetti o di una intelligenza estranea ed esanime. Sarà il momento del dominio definitivo sulla libertà di pensiero? Cosa possiamo fare? Preso atto dell'esiguità dei nostri sforzi, possiamo esimerci dal rimanere tiepidi testimoni del caos. Scrive Franco Berardi:

"Nella prima fase di fioritura della Rete Globale parve possibile l’alleanza di ingegneri e poeti: dalla Net culture degli anni ’90 all’onda Occupy che si diffuse attraverso l’e-flux globale. Poi il Net fu travolto e assorbito dal Web: gli ingegneri furono allora soggiogati e costruirono l’automa linguistico, destinato a simulare-sostituire l’atto umano di linguaggio. L’intensificarsi del flusso divenne Rumore, e il linguaggio divenne deserto. Ora i poeti devono rendere abitabile il deserto del linguaggio, e insieme prepararsi a disertarlo".

Nuovi partigiani, bisogna scalare le montagne del disimpegno virtuale e brandire il coraggio dell'impegno nella realtà. Per non essere fagocitati dall’illusione di incidere in uno spazio in cui ogni nostro gesto è misurato, controllato e, quando necessario, oscurato da un algoritmo. In uno scenario non inverosimile, l'umanità si accinge a farsi crisalide, con due lenti integrate sul viso, in cui scorrono flussi di immagini e di informazioni. Intorno al ronzio di questa solitudine rumorosa, dominano indisturbati quel che resta del pianeta.  Albert Camus insegna che “far tacere il diritto fino a che si è instaurata la giustizia è farlo tacere per sempre”. Le strade intraprese, della violenza, non sono propizie. L’Europa deve trovare la propria vocazione meridiana, deve districarsi “in questa lotta tra il meriggio e la mezzanotte”. “Non si è degradata se non disertando questa lotta, eclissando il giorno con la notte. La distruzione di questo equilibrio dà oggi i più bei frutti. Privi delle nostre mediazioni, della bellezza naturale, siamo di nuovo nel mondo dell'antico testamento, costretti tra faraoni crudeli e un cielo implacabile”. 

La ferocia è tornata a strutturare l'orditura delle interazioni tra le persone e tra i popoli. Sognavamo un altro mondo. Soprattutto, una diversa Europa. Le convenzioni culturali, le norme su cui si basano le nostre comunità, possono essere spazzate via in pochi istanti. Non so se sia un’attenuante il fatto che il disordine, in natura, è sempre la scorciatoia più agevole. I volti della politica degli ultimi anni fanno sfoggio di arroganza e cinismo. Il consenso sembra premiare queste attitudini, quando si è seminato bene sul fondo lucroso della paura. Gli schiavi vivono nella paura. 

Sempre più spesso, i commenti sui social network si trasformano in una canea mostruosa e prevalentemente anonima. L'uomo della folla che sputa sul condannato o lo colpisce con una pietra è da sempre un grigio gregario, privo di identità, destinato a sparire quando la forca viene smontata. Eccolo, latore di consenso misinformato, presto dimentico del proprio ruolo nel massacro. Una città di milioni di abitanti viene distrutta, il puericidio di migliaia di bambini non alimenta che ipocrite dissertazioni sulla legittimità di confini territoriali. Su questo pianeta non esiste alcuna discussione in grado di attingere a un maggior livello di pretestuosità quanto quelle sui confini. Inutile quanto efficace, da sempre, nel giustificare il parossismo della barbarie. Faranno delle ville, dei grattacieli, su fondamenta di carne umana. Soprattutto, di bambini. E di noi testimoni muti, del nostro tacito consenso informato, cosa resterà? Se non saremo stati ricacciati a randellate sulle lapidi algide dei nostri profili sui social network, illusi di trovarvi ascolto, forse riusciremo a vedere il nuovo giorno che sorge, rinnovando l’energia nello stupore. Oppure, verrà il nulla. Possiamo immaginare che sarà come illudersi di svegliarsi, una mattina, e notare che sulla strada verso la stazione nessuno più risponde al nostro saluto. Sembra non vederci più nessuno. Sarà dunque così la fine? Incontrare progressivamente la disperazione dell'incomunicabilità? O soltanto abbracciare l'eternità in una inconsapevole assenza? Qualcuno si chiederà: siamo vivi? Lo siamo stati mai?


Cercano i morti soltanto un saluto

davanti alle porte un cenno muto.

La vera eternità è nutrita d'assenza.


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