UMAMI, DHARMA E BARBABIETOLE - Pietro Edoardo Mallegni - Questioni di arredo
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| Pietro Edoardo Mallegni |
Dopo una breve descrizione delle abitudini di quello si possa presumere sia Roald Dahl interpretato da Ralph Fiennes, Wes Anderson decide nel suo cortometraggio “La meravigliosa storia di Henry Sugar” di introdurre il protagonista della sua storia presentandolo come un individuo ricco, pigro ed annoiato, devoto solo al viziare ed intrattenere se stesso. “Persone come lui si incontrano ovunque come alghe alla deriva. Non sono particolarmente malvagie, ma non sono neanche brava gente. Fanno semplicemente parte dell’arredo”.
Henry Sugar ci appare fin da subito come un bambino sulla quarantina educato solamente ad ottenere ciò che pretende, permettendoci di sviluppare una naturale antipatia già dai primi minuti del film (tra l’altro sarebbe un corto quindi avete poche scuse per dire “Non lo guarderò”). Anderson solletica il nostro sguardo e accarezza il nostro cervello servendosi delle inquadrature perfettamente simmetriche e a costo quasi 0. Potrete stare tranquillamente sul vostro divano per tutti i 39 minuti del film e avrete la sensazione di vedere una storia nuova eppure vecchissima, assaporandola con la stessa magia con la quale si addenta la pasta al pomodoro della nonna: rimediata, semplice, familiare eppure magica, ogni volta nuova e sorprendente.
Il nostro protagonista in uno dei suoi pomeriggi di svago riesce a venire in possesso di “Un resoconto di Imdad Khan. L’uomo che vede senza occhi”, personaggio dai poteri soprannaturali ( tra l’altro interpretato da Ben Kingsley).
Henry, incuriosito e prepotente non può fare a meno di pretendere e apprendere tali poteri che inizialmente sfrutterà per sé stesso e che, in un secondo momento, metterà a disposizione dei più bisognosi.
- FINE -
Una storia semplice, bella nella sua piccolezza perché racchiude in toto ciò che ci si aspetta da un uomo che potremmo arrivare a definire “buono” o che, perlomeno, spicca rispetto agli altri elementi di arredo sopracitati.
Vorrei, per un attimo soffermarmi sulla frase “Fanno semplicemente parte dell’arredo”.
Nella sua brevità, una sorta di epifania.
Pensare o credere che ci siano persone nate e che stiano al mondo per il fatto che, posizionati in un determinato luogo o in un determinato ambiente, possano svolgere la semplice funzione di fare pendant o stare bene insieme al resto o agli altri.
Una definizione che non mi si addice. Credo di essere quell’elemento brutto, il cosiddetto cazzotto negli occhi della società, incapace di intrattenere una relazione duratura in maniera sana, in una specie di turbine continuo fatto di dubbi, angosce, procedure per fallimento emotivo e bancarotta spirituale. Ma volendo abbandonare le manie di protagonismo, credo che nella storia dell’umanità, la maggior parte delle persone si sia sentita e si senta così: perennemente accompagnati dal “vorrei, ma non posso” e altalenanti tra la definizione di inferno da rimettere agli altri (Grazie Sartre) o a se stessi (caro Milton, meglio regnare a casa propria che servire al ristorante??), angosciati, come lo sono io, dal non dover o voler dire quella parola di troppo che possa risultare di disturbo, schifosamente avvezzi alla definizione di sé come antipatici da imitare il ronzio di una zanzara vicino all’orecchio in una notte d’estate troppo calda nella quale il sonno sembra essere l’orizzonte di Galeano.
Ma c’è o meglio ci sono individui che tale condizione di elemento scostante dall’arredo la indossano come si indossa una medaglia al merito o una tunica dopo aver preso i voti. Insomma un po’ come quando si apre il menù di una trattoria del Frusinate e si trova il Vitello all’Orloff, sicuramente fuori tema, ma sorprendentemente ben eseguito e per questo degno di un elogio rispetto al resto. E ora voi direte: ah ecco quindi chiuderemo il pezzo parlando di un artista o uno scrittore vituperato e isolato dalla società a lui contemporanea, rappresentante una sorta di specialità nell’arredo umano dell’epoca. No.
Oggi chiuderemo questo pezzo parlando di un contadino. Parleremo del purtroppo dimenticato o meglio poco ricordato Franz Jagerstatter e di quanto lui fosse la definizione per eccellenza di cazzotto negli occhi per l’epoca in cui è vissuto e di come talvolta ci sia molto più bisogno di contadini, anziché di scrittori.
Qualche cenno biografico: nato Franz Huber nel 1907 a Sankt Radegund (Austria), passò buona parte della sua infanzia con i nonni poiché i suoi genitori erano troppo poveri per sposarsi, il padre perse la vita durante la prima guerra mondiale, venne riconosciuto dal nuovo marito della madre dal quale ereditò il cognome Jagerstatter. Trascorse una gioventù piuttosto sregolata tra risse e viaggi in moto.
Nel ‘33 riconobbe una figlia nata da Theresia Auer fuori dal matrimonio e per un certo periodo si definì laico. Non proprio il più degno esempio di arredo per gli standard dell’epoca. Nel 1936 sposò Franziska Schwaninger con la quale ebbe 3 figlie e da quel momento si avvicinò molto al cattolicesimo, cercando di seguire al meglio gli insegnamenti del vangelo. Dopo l’Anschluss nel 1938, gli venne offerto il posto di sindaco di Sankt Radegund, posizione che rifiutò in quanto si riteneva incompatibile con il nazionalsocialismo.
Venne chiamato alla armi più volte rinnegando Hitler e l’esercito nazista definendosi obbiettore di coscienza. Nel 1943 venne arrestato e il 9 luglio dello stesso anno fu condannato a morte. Ghigliottinato. Nel 2007 è stato beatificato; la sua storia ispirò buona parte dei movimenti pacifisti contro la guerra in Vietnam; la sua casa oggi è un monumento nazionale austriaco. Ma non voglio che vi concentriate su quanto, a posteriori, siano stati riconosciuti a quest’uomo, che è per definizione “buono”, i meriti delle sue scelte, quanto, invece, sia stato capace di sopportarne il peso nonostante “l’arredo” intorno gli dicesse di abbracciare convinzioni completamente diverse. Provate ad immedesimarvi.
Austria prima metà del 900. Nato o nata poverissimo/a, vostro padre muore in guerra, un’infanzia e una gioventù sregolata, immagino additata con lo stesso timore di una malattia contagiosa. Riconoscete una figlia fuori dal matrimonio, rifiutate gli agi di un lavoro politico in funzione delle vostre idee, rifiutate il nazismo, Hitler e ripudiate la guerra.
Quanti di noi, avendo quattro figlie, una coscienza e una buona dose di “venire a patti con i nostri principi", a un certo punto avremmo desistito, chinato il capo e detto sì a quanto ci chiedeva l’arredo dell’epoca?
Quanto sarebbe stato facile a un certo punto dire: “voglio fare pendant con il resto”, immagino criticati, ostracizzati e persino minacciati da amici, vicini, parenti che adesso sono divenuti appunto “solo dei mobili” da spostare alla bisogna del padrone di casa. Quanto avremmo preferito in una notte soffocare i nostri pensieri sapendo che un giorno quello stesso cuscino di preoccupazioni avrebbe potuto togliere il respiro a noi o alla nostra famiglia?
Persone come Franz Jagerstatter nella loro vita decisero di mettere le radici su idee che ritenevano giuste e non negoziabili, per tanto indossarono la loro mancanza di affinità con il resto come si indossa una medaglia. Non un poeta, uno scrittore, un filosofo o un politico, ma un contadino. Un uomo dedito alla terra ha saputo con il suo estremo sacrificio dirci la più grande verità “Non esiste alcun potere, alcuna regola o diritto divino che consenta a me, ritenendomi nel giusto, di definirmi superiore o uccidere colui che è diverso da me”.
E so bene tu dirai “Oggi è scontato”. No, non lo è. Anzi oggi più che mai c’è un bisogno lampante di “contadini”.
P.S. Malick ci ha fatto un film “La vita nascosta” e direi che anche per quello avete poche scuse per dire: “non lo guarderò”.


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