RADIO BABELE - Daniele Zanghi - Quando l’apatia vince. Una poesia di Wes Holley

 

Daniele Zanghi

La presente poesia di Wes Holley non ha niente a che vedere con la “cultura” e la “letteratura”, se con ciò si intende un complesso di idee, immagini e modi di espressione codificati per produrre un effetto di “bellezza”. Non è una poesia, cioè, “poetica”, che pretende iscriversi in un universo simbolico appannaggio di una determinata classe di persone, quelle che hanno votato il loro tempo a produrre rappresentazioni del mondo e della società costruite secondo procedimenti specifici e specialistici e rivolte a un pubblico altrettanto specifico e specialista. 
            Holley scrive semmai nel momento del collasso personale e, potremmo dire, anche della cultura. L’apatia e l’ipocrisia degli ufficiali militari non è senza rimandi a quelle di un’intera società, che, ancora di più nell’ottica delle guerre attuali, non reagisce a livello ufficiale con rifiuto e decisione alle palesi menzogne del potere. Se al tempo del crollo del Torri Gemelle poteva apparire comprensibile che un cittadino come lui venisse coinvolto nella retorica militarista occidentale, oggigiorno le potenze occidentali non fanno nemmeno più finta di mentire, spiattellando con odiosa tracotanza il loro “diritto” a prendere decisioni scellerate in tutta impunità.
            Holley scrive del “momento ideologico” precedente, quello delle guerre umanitarie e della difesa dei valori occidentali. Tra l’Iraq e la Palestina è mancato precisamente lo smascheramento pubblico e mediatico dell’ipocrisia dei politici e del sistema militare, e chi ne ha pagato il prezzo sono, oltre e prima di tutto le vittime dei territori martoriati, anche molti degli stessi veterani occidentali che hanno visto il proprio sistema di convinzioni crollare e le cui testimonianze sono state silenziate, colpevolizzate o ridicolizzate. 
            La poesia di Holley è cultura e letteratura proprio in questo senso: testimonianza in carne e ossa contro il potere, presa di parola contro la menzogna dell’ideologia, e soprattutto riempimento dello spazio che serve a quest’ultima per reinventarsi e riproporsi (anche nella forma odierna dell’abolizione della realtà, fenomeno sommamente ideologico). Holley scrive storicamente: leggerlo ci fa capire come mai ciò che non doveva più accadere riaccada proprio ora. L’immagine dei leader della sua unità che ridono dopo il bombardamento di una scuola afgana ci interroga e responsabilizza sull’incapacità delle nostre società di riconoscere pubblicamente una buona volta come colpevoli chi ha deciso del destino altrui e che può dunque continuare a farlo in maniera spudorata agli stessi vertici del potere politico, economico e militare.        
            Quando l’apatia vince sopperisce nella forma poetica al rimosso collettivo delle nostre società, nominando i colpevoli come tali, rendendo visibili le vittime e soprattutto mettendo in scena il ruolo dello stesso scrittore/soldato/cittadino. Holley non pretende assolutamente autoassolversi, e anzi la contraddizione che muove tutta la poesia è l’unica forma possibile in cui noi stessi, che viviamo nella prosperità costruita sul massacro di altri popoli, possiamo onestamente parlare della nostra posizione sociale, prendendo finalmente in mano le nostre responsabilità e usando le nostre capacità in senso politicamente cosciente.


Quando l’apatia vince


Noi tutti le abbiamo viste cadere
televisori tappezzati di incubi diventati realtà
la caduta di due Babeli, un emblema della nostra economia
vite sconvolte di fronte a una doppia morte
avvolte dalle fiamme del carburante degli aerei o una fine determinata dalla gravità
un fato che è stato loro imposto, ignoranti di questa ideologia straniera
le torri imponenti sono crollate
le ceneri hanno partorito un’unità patriottica
per combattere un male che ci è stato imposto
sorto con l’armatura della nostra impunità

noi tutti li abbiamo ingannati
file uniformi di orgoglio tempestato di stelle
quartieri a iosa pieni di scatole decorate e tipi patriottici
pezzi grossi dondolanti mele caramellate per aspiranti reclute
imbevute di nazionalismo e cianuro
niente di sinistro è sottinteso
la violenza è giustificata se sei dalla parte tronfia dei vincitori
le mie illusioni di grandezza
pensando che potrei salvare delle vite
ignaro della marea che montava

eravamo tutti quanti spaventati, e così abbiamo puntato il dito
l’inferno risoluto alla giustizia
una causa nobile e appetibile, così luminosa
nessun bisogno di orientarsi secondo una bussola morale
poiché l’indignazione morale può essere la nostra guida e sciabola
attraverso la vittoria, la nostra integrità deve permanere
ma la retta via l’abbiamo perduta
siamo sprofondati
sempre più a fondo nel nostro abisso

noi tutti li abbiamo visti soffrire
danni collaterali accettabili mutilati per il profitto
monconi insanguinati sostituivano i picchetti domandando “perché?!”
come echi fragorosi del freddo che ferma il tempo e della fusione senza vita dell’acciaio
sopra le loro vite
guardando eroi diventare mercanzia
vite e corpi per riempire le tasche
beni danneggiati
lontani dagli occhi dei ricchi ripuliti nei loro comitati

posso ancora vedere la sua faccia, non c’è modo di dimenticarla
vecchia e rugosa
grinze lacerate dalla guerra
con un braccio intero e l’altro monco ben levati in mostra
mentre passavamo di là sfilando con i nostri Humvee corazzati marroni e verdi
il suo sguardo bruciava del dolore straziante di un mondo in frantumi
incessantemente martoriato
braccio e osso senza guaina
camicia a quadri con bottoni macchiata di sangue
anima a brandelli
ogni filo nero e grigio della sua barba tirato giù
la sua pelle stessa che lentamente si ritirava, o si protendeva verso il suolo
sguardi cavi inondati di lacrime mentre il suo inferno personale si riversava sulla città del suo vicino
un monito per la giustizia assente

noi tutti li abbiamo ignorati
i bambini sedevano sorridenti
nella loro scuola, la vita stava solo cominciando
imparando la matematica e la geografia, poi i razzi hanno iniziato a colpire
nemmeno il tempo di pensare, nessuna ragione per cui le loro vite stavano finendo
le fiamme del loro futuro si spensero in mezzo agli urrà
colpevoli dei loro minuscoli stoppini accesi
che ruolo ho avuto, chi sto salvando?
ho riflettuto sul perché siano morti a causa di azioni inconsapevoli che stavamo commettendo
una domanda incessante
ce n’era bisogno?

li ho visti ridere, noi tutti li abbiamo visti
i nostri intollerabili rapporti su voci adolescenti ammutolite
ricevuti come moscerini ronzanti nelle orecchie di questi clienti della morte
autoproclamati Giusti
ma l'empatia è debolezza e l'omicidio era autorizzato
batti cinque e risatine hanno aiutato a prendere la loro morte con leggerezza
“futuri terroristi, ovviamente, che un giorno sarebbero ricorsi alla violenza”
l’atmosfera era come stucco, piena di ironia
invisibile ai nichilisti
menti murate cotte nel forno di un’apatia virtuosa
mentre la giustizia rimaneva cieca e muta


 

When apathy wins

 

we watched them fall, we all did
televisions plastered with nightmares become reality
fall of two Babels, an emblem of our economy
scrambled lives faced with binary death
engulfed in jet fuel flames or an end defined by gravity
fate forced upon them, ignorant to this foreign ideology
the looming towers fell
ashes birthing patriotic unity
to fight an evil thrust upon us
dawned with the armor of our impunity

we deceived them, we all did
uniformed rows of star spangled pride
cascading neighborhoods filled with adorned boxes and patriotic hides
brass dangling candied apples for would be recruits
dipped in nationalism and cyanide
nothing sinister implied
violence is justified if you're on the prideful winning side
my illusions of grandeur
thinking I could save lives
neck deep in water
oblivious to the rising tide

we were all scared, and so we bid
hell bent on justice
a palatable and noble cause, so lustrous
no need to consider a glance at a moral compass
for moral indignation can be our guide and cutlass
through victory, our integrity shall subsist
but the righteous path, we missed
down we sank
deeper and deeper into our abyss

we watched them suffer, we all did
acceptable collateral as they're crippled for profit
bloodied stumps replacing picket lines demanding "why?!"
like thunderous echoes of the time-stopping cold and lifeless steel cast upon their lives
watching heroes get merchandised
life and limb to line pockets
damaged goods
kept ignorant to the riches showered on the caucus

I still see his face, no getting rid
old and wrinkled
war torn crinkles
one and one half arm raised high on display
when we passed by in our armored brown and green Humvee parade
his gaze burning with the torturous pain of a world shattered
relentlessly battered
arm and bone with no scabbard
blood stained buttoned and checkered shirt
soul in tatters
every black and grey thread of his beard being pulled down
his very skin slowly retreating, or reaching for the ground
hollow stares cascaded with tears as his personal hell rolled to his neighbor's town
an admonition for the justice not found

we ignored them, we all did
children sat grinning
inside their school, life just beginning
learning math and geography, then the rockets started hitting
no time to think nor reason why their lives were ending
flames of their future extinguished to the sound of cheering
for the crime of their tiny wicks burning
what part did I play, who's life am I saving?
is it my soul I'm vending?
I pondered why they died from unwitting acts we were committing
a question unremitting
no justice
how fitting

I watched them laugh, we all did
bothersome reports of adolescent voices silenced
received as gnats buzzing the ears of one of death's clients
self proclaimed righteous
but empathy is weakness and the killing was licensed
high fives and giggles helped take their deaths with lightness
"future terrorists, of course, who would have one day turned to violence"
the air was like putty, filled with irony
unseen to the nihilists
bricked minds fired in the kiln of righteous apathy
as justice sat blind and silent


Wes Holley. Per gentile concessione dell’autore.


 

Nota dell’autore

Mi chiamo Wes Holley, ho 43 anni e ho prestato servizio nell'esercito degli Stati Uniti per 15 anni. Durante quel periodo ho partecipato a tre missioni di combattimento. La prima è stata in Iraq nel 2003, quando la mia unità ha partecipato all'invasione dell'Iraq, spesso come prima linea delle truppe (FLOT). Le altre due sono state in Afghanistan nel 2007-2008 a sostegno del Comando congiunto per le operazioni speciali (JSOC).

Per contestualizzare la poesia When Apathy Wins, l'ho scritta in un periodo della mia vita in cui ero costantemente ricoverato in ospedale per idee suicidarie e abuso di alcol. È stata la prima poesia che ho scritto dai tempi dell'adolescenza, e l'ho scritta per disperazione in un breve periodo di sobrietà, quando le mie emozioni e la mia depressione lottavano per trovare uno sfogo. È stata scritta tra le lacrime per allontanare la disperazione. Ci sono volute circa 3 ore per scrivere la poesia, che è in gran parte un flusso di pensieri liberi, motivo per cui manca di un ritmo costante e le strofe non seguono uno schema definito. L'ho scritta pensando al percorso che mi ha portato al culmine del mio disturbo da stress post-traumatico in ordine cronologico, dal motivo per cui mi sono arruolato nell'esercito una settimana dopo aver assistito in diretta televisiva agli eventi dell'11 settembre, ai miei dispiegamenti e ai momenti traumatici chiave che rimangono nella mia mente e nei miei incubi, tutto il cinismo che ho visto sia nei membri dell'esercito che nella macchina da guerra nel suo complesso, il modo in cui il denaro e il potere corrompono i nostri politici per manipolare la società e giustificare il dolore e la sofferenza che ho visto e sopportato. Tutto ciò che ho descritto sono eventi reali che hanno avuto luogo nelle unità con cui sono stato schierato. L'uomo a cui manca un braccio a Baghdad è un'immagine che mi accompagnerà per il resto della mia vita, così come il rumore delle risate che ho sentito dai leader della mia unità quando informazioni errate ci hanno portato a lanciare razzi contro una scuola con bambini all'interno in Afghanistan. 

Mi sono arruolato una settimana dopo l'11 settembre, all'età di 19 anni, e credevo sinceramente di essere dalla parte giusta, di aiutare le persone, di proteggerle. Ho creduto a questa illusione fino al 2010, quando sono diventato agente speciale del controspionaggio. Durante la mia formazione per quella posizione, abbiamo fatto un caso di studio su CODENAME: CURVEBALL. Curveball era la fonte che intorno al 2002 riferì al governo tedesco che l'Iraq nascondeva armi di distruzione di massa mobili. Abbiamo svolto quel caso di studio per insegnare ai nostri agenti speciali l'importanza di verificare le fonti e garantire che ogni operazione fosse condotta con informazioni affidabili. È stato allora che ho scoperto che il governo degli Stati Uniti e la Casa Bianca sapevano che le armi di distruzione di massa non esistevano e che sapevamo che Curveball era una fonte completamente inaffidabile. Vi consiglio di documentarvi se avete tempo. Questa è stata la crepa che ha portato al mio “risveglio” e alla consapevolezza che le cose che sostenevo erano interamente basate su bugie e che tutte le cose orribili che ho sopportato servivano soltanto ad arricchire di denaro e potere le persone che già avevano tutto il denaro e il potere.

Ringrazio il signor Zanghi per l'interesse dimostrato e per aver pubblicato questo articolo affinché voi poteste leggerlo. Scrivendo queste parole sono riuscito per la prima volta a esprimere i pensieri e i ricordi che mi tormentavano e mi divoravano l'anima. Se non li avessi messi nero su bianco, non avrei mai iniziato a cercare l'aiuto di cui avevo bisogno e a godermi la stabilità che ho oggi nella mia vita. Spero che sia illuminante e, ancora di più, spero che possa in qualche modo influenzare le decisioni future per prevenire cose di questa natura, o almeno aiutare qualcuno che sta vivendo livelli simili di vergogna e senso di colpa che ho sopportato io.

 


 



 


 


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