LE MONOGRAFIE DI FINESTRE - CINQUE FINESTRE SULLA POESIA - Giovanni Ibello (a cura di Stefania Giammillaro, Viola Bruno, David La Mantia, Doris Bellomusto, Melania Valenti)

 
Giovanni Ibello (ph. di Dino Ignani)

L'ottavo appuntamento delle monografie mensili di Finestre Lit-blog, Cinque finestre sulla poesia, che il gruppo direttivo della Redazione dedica ad un autore/trice che ritiene meritevole di particolare attenzione, è dedicato a Giovanni Ibello. Speriamo sia per voi lettura gradita quanto ricco di emozione è stato per noi approcciarci alla Sua Poesia.

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La mia estasi rimane

lettera morta sul greto.

Brindo al disamore

al cuore profumato nell’acquaio

agli insetti fulminati nell’insegna.

Ci lega la parola feroce,

una giostra di penombre.

L’incanto di un teleferica,

l’esatto perimetro di un grido.

Tu che muori

in quell’assillo di aranceti

che ritorna.

Era l’affanno antico,

l’anemone del giorno

divelto sopra i silos.

(Parte Prima – Yucatan da Dialoghi da Amin, Crocetti editore, 2022)

 

Dal vocabolario Treccani: «“Galvanizzare” v. tr. [der. di galvanico]. – 1. a. ant. Sottoporre un corpo animale all’azione della corrente di una pila voltaica o della corrente elettrica. b. fig. Eccitare, infondere entusiasmo e un’improvvisa energia: gil pubblicola follasi sentiva galvanizzato dal suo sguardo; anche come intr. pron., entusiasmarsi, elettrizzarsi: a sentire quelle parole mi sono galvanizzato». I versi di Ibello racchiusi nel componimento da me scelto tratto dalla Parte Prima “Yucatan – La poesia è un lunghissimo addio”, esprimono sin dall’inizio una duplice materia del contendere, corroborata e derivata da una duplice pregnanza semantica quasi contrapposta o, addirittura, “contraddittoria”. Come “galvanizzare” si collega ad un’azione che produce morte e ad un’emozione che suscita entusiasmo in chi la prova; l’estasi del nostro è preludio di una fine elettrica, che spegne insetti fulminati nell’insegna. Ci narra la possibilità di un incontro-scontro, di un altissimo che si prepara alla sua discesa vorticosa e verticale, come già inclinato, assopito lungo il greto di un fiume. 

Altro elemento: l’acqua. Anch’essa è privata di ogni ascesa di vita, di cui non funge più da sinonimo evocativo, ma assorbe  - affogandolo -, il cuore profumato nell’acquaio, mentre si brinda al disamore: anche in tal caso, se con “amore” spesso s’intende l’α privativo della morte (mors-mortis), attraverso l’uso, la decisione di usare la radice “dis-” si sottrae all’amore quella stessa riconosciuta capacità di sconfiggere la morte (due negazioni affermano).

Si delinea una sapiente combinazione di distici semantici, laddove ogni parola è solleticata, ciascuna, nelle sue proprie potenzialità e nella congerie di riferimenti cui poter alludere. Più di una funzione allegorica, quanto uno studio linguistico, che non è dato sapere quanto consapevole o voluto, ma di certo profondamente affascinante. Ogni parola, insomma, riluce nella essenza di potenziale errore, che trascende, rendendola “scaduta” qualsivoglia pretesa di oggettività: “ma l’oggettività è una questione di parole e le parole possono essere be’, un errore”, citando Anne Carson da La Norma Sbagliata (Utopia, 2025). Ancora, nel vortice di una giostra di penombre, “Ci lega la parola feroce”, laddove “feroce” può considerarsi un’enallage se logicamente riferita al predicato “ci lega” in luogo dell’avverbio “ferocemente” – oppure – potrebbe qualificarsi come ipallage se usata in luogo del sostantivo “ferocia” quale soggetto dell’azione, non potendosi (quantomeno in natura) collegarsi come aggettivo di “parola”. 

Il binomio ritorna, il duplice permane, il due resiste senza mai incontrarsi come rette parallele che negano lo sfiorarsi all’infinito, diventa meta irraggiungibile la reductio ad unum. Nello sfacelo della continua distinzione/distanza di due entità il “Tu” muore in quell’assillo di aranceti/che ritorna: l’assillo è spiegato, o meglio, sembra, a chi scrive, ricondotto nell’affanno antico, quasi un’assillante/devastante ricerca di essere uno, nemmeno interrotta dall’anemone del giorno - qui allegoria floreale da ascrivere alla speranza, all’amore intenso, ma effimero – infine strappato /divelto sopra i silos.

La sapienza poetica di Ibello intercetta la propria matrice vivida e sana in un proprio paesaggio interiore dove le immagini fioriscono nitide, rendendo superflua ed “errata” la realtà esterna, se non assorbita dal filtro di uno sguardo personale capace di rendersi universale: “Sono certa che ci sarà continuità tra questa vita e quella che ora verrà. Perché è una vita che si svolge interiormente e lo scenario esteriore ha sempre meno importanza” (Etty Hillesum, Diario 1941 – 1943), Gli Adelphi 2023).

Stefania Giammillaro

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Vedi, c’è un cormorano

che brucia nell’ultimo sole.

L’antico rito della caccia impone

un letto di eucalipto e malva per la preda:

è la forma minima del silenzio.

Avrei perdonato mia madre

se non fossi nato per amore.

(da Dialoghi con Amin, Crocetti Editore, 2022)

 

La forma minima del silenzio

Nella poesia di Giovanni Ibello la natura non è mai paesaggio, ma scena rituale, teatro arcaico dove ogni immagine porta con sé una legge non scritta, un codice antico, una necessità.

La voce non descrive: indica — vedi — inaugurando uno spazio condiviso e convocando lo sguardo. La parola istituisce una presenza. La poesia non racconta un evento: lo espone, lo rende accadimento.

La visione prende forma nell’immagine di un cormorano che brucia nell’ultimo sole: non illuminato, non semplicemente attraversato dalla luce, ma consumato dal tramonto. La figura si accende in combustione, visione e presagio insieme.

Uccello di pesca e predazione, il cormorano si fa presenza liminare, sospesa tra aria e acqua, tra vita e fine, già offerta al sacrificio.

A questa esposizione presiede una legge atavica: l’antico rito della caccia non appare come gesto istintivo, ma come pratica codificata; non brutalità, ma norma. Il verbo impone istituisce una gerarchia, afferma un ordine che precede l’individuo e regola la violenza, delimitandone il senso.

Il rito trova compimento nel gesto inatteso di un letto di eucalipto e malva per la preda, dove la vittima non viene abbandonata alla terra, ma deposta.

L’eucalipto e la malva — piante balsamiche, curative — introducono una dimensione di cura, una forma elementare di pietà: è la forma minima del silenzio.

Il silenzio non è assenza: è gesto, è soglia etica. È l’ultimo confine che trattiene la violenza dal precipitare nell’insensatezza.

E tuttavia la scena rituale si incrina quando irrompe la confessione: avrei perdonato mia madre/ se non fossi nato per amore.

Qui l’origine si rivela ferita. Nascere per amore, ciò che dovrebbe essere dono assoluto, diventa peso. L’amore fondativo non consola, vincola. Essere nati per amore significa essere stati voluti, scelti, chiamati all’esistenza, e in quella chiamata si inscrive una responsabilità originaria.

Il perdono si fa impossibile perché l’origine non è casuale. Il rito della caccia si riflette allora nella nascita: il cormorano che brucia è già il figlio esposto alla luce, il letto vegetale è luogo di deposizione originaria. Tra madre e figlio resta il silenzio, là dove la parola non basta.

In Dialoghi con Amin ritorna così una linea costante: l’origine come ferita non pacificata, la maternità come luogo di ambivalenza, l’amore come forza che non salva ma obbliga a esistere.

La poesia non cerca assoluzione, non condanna: resta nel gesto minimo del nominare.

Tutto si regge su una misura trattenuta. Nessuna enfasi, nessuna dichiarazione esplicita, solo immagini che, una dopo l’altra, costruiscono un’etica elementare: si può uccidere, si può nascere, si può amare — ma ciò che resta necessario è almeno una forma minima di silenzio.

Non redenzione, non consolazione, solo una deposizione rispettosa del dolore.

È forse proprio in questa sottrazione che la poesia di Giovanni Ibello trova la propria necessità: lasciare la ferita visibile.

Viola Bruno

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Cercava la risacca nelle pinete

fiutava l’ombra di un ago sul fondale,

la panacea di un abbandono.

Conta fino a zero, le dissi

salta nell’arco cinerino.

È tutto calmo

qui è davvero tutto calmo,

il sole è una biglia di benzodiazepine.

C’è ancora un intreccio

di gelsomini carbonizzati sulla pietra.

L’estate,

una valanga di aceto sopra i fiori.

Ma in questo valzer di occhi crociati

non dire una parola,

non parlare.

Troveremo un altro modo per fare alta la vita.

  

Difficile trovare le parole.

Perché Ibello parte da un mondo in cui la parola è gesto, allucinazione, energheia.

Presuppone un altrove, un'ucronia.

Uno scardinamento, l'implosione di una rivoluzione metaumana.

Perché, da moderno sciamano, ci trascina in un mondo altro, nello ctonio accecante del nostro abisso. Sbriciola ritmi e lessici, li confonde, crea mondi che non hanno storie identitarie dell'umanità. C'è in lui il fiato cosmico dell'animismo più acceso. C'è la terragnità ancestrale e sacralmente feroce delle origini, c'è il macramè degli archetipi junghiani, c'è il Libro Rosso delle maledizioni, dei presagi, della sanguinosa Aruspicina, tutto un universo runico di immagini rese con un logos nostro, profondamente infisso nel dramma dei nostri giorni. Negli hangar in cui preghiamo una divinità quasi inconsapevole di sé, irrimediabilmente idiota.

Un Onton antico per un Logos contemporaneo. Che si frammenta in fondali, in risacche di senso, in immagini di perdita e devastazione sottolineate da termini come" abbandono", "carbonizzati", " valanga di aceto", "occhi crociati".

Tutto congiura Silenzio e Solitudine. Si pensi all'epigrafe che il poeta sistema in apertura di libro: “alla poesia, che mi farà solo." Si pensi a “se vuoi arrivare alla lacerazione / non dire una parola / che sia una". Si pensi qui al poliptotico "non dire una parola, non parlare. "Si pensi alla citazione di Cristina Campo, “Di ogni parola inutile ci sarà chiesto conto”, usata come esergo centrale nei Dialoghi. Una poesia che ci costringe a trovare "un altro modo per fare alta la vita". Se c'è, se esiste, se può essere individuato in questa waste land senza tempo.

Predomina l'analogia, sgargiante, assatanata, con risvolti sinestetici( notevoli "il sole è una biglia di benzodiazepine", "L’estate, /una valanga di aceto sopra i fiori", "in questo valzer di occhi crociati", ma non va dimenticata anche il classicheggiante" la panacea di un abbandono"). Sempre la fusione dei sensi viene ancora rappresentata in " fiutava l'ombra". Particolarissima l'epifora epanalettica di "È tutto calmo/qui è davvero tutto calmo," che non può non ricordare il lontanissimo Penna di Il mare è tutto azzurro ("Il mare è tutto azzurro/Il mare è tutto calmo./Nel cuore è quasi un urlo/di gioia. E tutto è calmo."). Tanto più sconvolgente perché impone una sosta, quasi antifrastica, di senso e di ritmo.

L'ambiente richiama lampi eliottiani o soprattutto montaliani (con gli imperativi" Conta" e "Salta"), con la tematica dei varchi, delle soglie ("l'arco cinerino"), cara alla Esterina di Falsetto.

Niente cerca salvezza. Nemmeno Lucifero può offrirla.

Una poesia che ci condanna a regole e divieti ingiusti e inconoscibili, all'urlo ed insieme all’afasia, quasi al mutismo sbigottito di stampo cavalcantiano, perché noi non siamo memoria di niente, ma solo addio e morte.

Spesso anche loro irriconoscibili ai nostri occhi.

David La Mantia 

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Nasce incendio e muore sole

questa gioia che torna a intiepidire il vento.

Torneremo a dire grazie per il buio,

per l’alba dei rasoi.

Per ogni fuoriclasse spento

che accarezza la palla con la suola,

che infila l’incrocio dei pali, e non esulta.

Come una prostituta annoiata da dio

anche tu volevi fare alta la vita.

(da Dialoghi con Amin, Crocetti Editore, 2022)

 

Una carezza lieve la voce di Giovanni Ibello, un graffio accennato sul ginocchio di un bambino, sulla mano di vecchio. E qui la parola poetica segna un labile confine nel tempo e nello spazio e il carpe diem si scioglie in un amen sussurrato appena, digrignando i denti, stringendo i pugni.

 

Nasce incendio e muore sole

questa gioia che torna a intiepidire il vento.

Torneremo a dire grazie per il buio,

per l’alba dei rasoi.

 

I versi sono passi lenti e misurano lo spazio del ricordo che diventa confine. Ci sono testi da abitare come fossero case, spazi magici in cui trovare riparo, stanze luminose, odorose di un tempo che affianca al futuro il presente, al presente il passato e il ricordo  coniuga qui ogni azione all’imperfetto.

 

Cercavi il tuono nelle serrande,

dribblavi fiori, altalene,

elefanti di vetro. Dicevi:

«Sono felice perché non sono qui».

 

E non a caso il tempo imperfetto è il tempo delle favole e di un’azione continua, che si ripete e che, a sua volta, rafforza il senso di quel futuro così carico di promesse, in posizione forte, come una preghiera.

Torneremo a dire grazie.

Doris Bellomusto

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parla Amin

Io sono Amin,

colui che restò nel noncanto.

La pietraluna che stringe

intime alleanze con il temporale.

Sono la vita sognata,

la spada rivolta alle piogge.

Baratri e gemme,

rovesci, sterpi,

acqua di sperma creatore.

Io sono Amin

e non ho mai conosciuto l'amore.

Rivelo la sintassi del crollo:

un urlo angelicato, non si muore.

Vita sempre sognata, mai vita.

(da Dialoghi con Amin, Crocetti Editore, 2022)

  

Impresa ardua operare una scelta tra le liriche che compongono questo testo unico, poema delle origini e della fine, testo ricchissimo di passato, testimone del presente e divinatorio di un ipotetico futuro allo stesso tempo. Ma di presagi che si arrovellano, che paiono come inseguirsi in nebulose cosmiche per non depositarsi mai sulla nostra Terra. Nel testo Parla Amin rinvengo, per l’appunto, una miscellanea di ispirazioni e posture, una continua accettazione per poi rifiutare il detto, un risalire dal baratro per giungere quasi all’acme, per poi tornare a immergersi nelle fauci di temuti (forse cercati?) inferi cosmici.

È così che Ibello rivela la sintassi del crollo:/un urlo angelicato, non si muore, che con responsabile dichiarazione assume (o fa assumere) la propria identità, giungendo a nominarsi o nominare (Io sono Amin), e riproducendo in questo atto quasi di forza e potere una sostanza, una realtà indiscutibile; o suggerendo, come altrove, uno spontaneo volo mentale verso gli archetipici interrogativi fra piano ontologico, logico-gnoseologico, e linguistico: viene prima il mondo o il nome che lo definisce?

Continua è l’oscillazione tra collasso, sprofondamento e sublimazione nel trionfo, tra Baratri e gemme, /rovesci, sterpi, e poi riconoscere all’umanità la potenza generatrice: acqua di sperma creatore.

Ibello indaga la realtà, la poesia, la lingua, in un Uno fattosi Tutto per divenire nulla. È uno sciamano con le vesti contemporanee, un asceta calato nel sottosuolo, un inquieto indagatore della lingua, un innovatore nei neologismi (noncanto) e un cultore degli antichi delle origini, è “ricco di archetipi, presagi, divinazioni, tutto un universo di simboli arcaici che però viene esplorato da una parola conficcata nei nostri giorni”, come scrive Milo De Angelis nella preziosa prefazione al libro.

La bellezza originale di quest’opera tutta, e della lirica in ispecie, è la grande frammistione di motivi e moti, di richiami onirici e carne, materia e fango, di lessico dal sapore primordiale (così come la materia narrata) e intromissioni contemporanee (altrove si legge hangar, benzodiazepine…). È una continua oscillazione anche nei titoli delle sezioni, che variano dalla evocazione esotica e originaria della prima parte “Yucatan”, per giungere all’inglese della comunicazione universale contemporanea come titolo della terza parte del libro, “Beware of God”, rispecchiando nella lingua quel moto continuo del contenuto, che finisce per affermare la propria débâcle, perché muore ciò che ha vissuto veramente:


un urlo angelicato, non si muore

Vita sempre sognata, mai vita.


Melania Valenti


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Giovanni Ibello (Napoli, 1989) vive e lavora a Napoli. Nel 2017 pubblica il suo primo libro, Turbative Siderali (Terra d’Ulivi edizioni, con una postfazione di Francesco Tomada). L’opera vince il “premio Città di Como” (sez. opera prima), il "premio dell'Osservatorio letterario permanente della Fondazione Lermontov" e risulta finalista al “Ponte di Legno Poesia”, al “Città di Fiumicino” (come opera prima) e al “Camaiore Proposta – Vittorio Grotti”. Il lavoro è stato recensito su diverse riviste letterarie e lit-blog italiani. È direttore della rivista «Atelier» (sezione online) e collabora con il blog di poesia della Rai di Luigia Sorrentino in qualità di traduttore. Cura e seleziona i contenuti del canale instagram "Rai Poesia". I suoi versi sono stati tradotti in sei lingue tra riviste, blog e volumi antologici di poeti italiani all’estero. Nel 2018 si aggiudica il “premio Città di Fiumicino” per la sezione “opera inedita” con una prima versione del poemetto “Dialoghi con Amin”. Una sua antologia poetica è stata pubblicata in Russia per l'editore Igor Ulangin nella collana "Contemporary italian poets" a cura di Paolo Galvagni (traduzione di Tatiana Grauz). Nel gennaio 2021 inaugura la rubrica di Milo De Angelis “I poeti di trent'anni” sulla rivista Poesia di Crocetti.

 

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