INCROCI - Iolanda Cuscunà -

 

Iolanda Cuscunà


Ho incrociato la poesia da piccolissima, nella voce di mia madre. 

In questo mio primo contributo datato 2026 ritorno a me (altre volte forse capiterà) e ripercorro a ritroso quella strada che da donna mi rivede bambina, seduta al tavolo della cucina, su richiesta di lei: mia madre, fulcro del mondo, che mi vuole lì come unica spettatrice del suo spettacolo. Mia madre canta e poi recita, dalla sua bocca escono note e parole che sembrano salire in alto fino al tetto della stanza prima di ricadermi addosso e restare per sempre incollate alla mia pelle.

Mia madre recita versi e mi dice: “ascolta bene, sono queste le parole dei poeti”. Ho sei anni, forse, e ancora non so bene chi siano i poeti. Mi pare siano persone tristi a cui capitano cose brutte. Così mi pare. Sì, perché lei, mia madre, è attenta a scegliere versi struggenti:

"O cavallina, cavallina storna, che portavi colui che non ritorna” e ancora “Tu fior de la mia pianta percossa e inaridita, tu de l'inutil vita estremo unico fior, sei ne la terra fredda, sei ne la terra negra”.

Io ascolto rapita e sebbene alcune parole mi siano incomprensibili colgo qualcosa che mi emoziona profondamente. Crescendo continuo ad ascoltarla. Pian piano cerca di colpirmi con versi diversi, introduce l’amore: “Piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l'anima schiude novella, su la favola bella che ieri t'illuse, che oggi m'illude, o Ermione” e poi: “Questo viaggio chiamavamo amore. Con il nostro sangue e con le nostre lacrime facevamo le rose che brillavano un momento con il sole del mattino”. 

Nel tempo la sua voce rimane intatta, capace di evocare mondi. Penso che voglio scrivere anch’io, per essere letta da lei con quella sua voce di velluto. Così inizio e pian piano le offro le mie parole. Ma è un giudice temibile e terribile.

Non le piacciono i miei versi, almeno non abbastanza perché mi presti la sua voce. 

Ma ormai il danno è fatto e continuo. Sulla macchina da scrivere di mio nonno, suo padre, picchetto lettere e compongo poesie. 

Un giorno scrivo:

Di tutto quello che imparo

tu sei maestra, 

ma la tua bacchetta

si abbatte sulle mie dita

troppo svelta

perché io non cerchi

di cancellarti come 

sulla lavagna 

l’errore di grammatica”.

Per la prima volta legge i miei versi soffermandosi, gli occhi stretti, la voce alta. Li legge come lei sa fare e poi mi dice: “dove l’hai copiata? Non puoi averla scritta tu”.



Forse fu l’offesa a farle dire così, non me lo disse mai.

Mia madre non ha mai saputo che sono arrivata a pubblicare due libri, il primo dei quali la vede protagonista. Non ha mai saputo neppure che la sua voce me la sono presa, gliel’ho sottratta e me la sono cucita in gola. 

Ho incrociato la poesia da piccolissima, nella voce di mia madre, ed è ancora qui.




Poesie: 

Giovanni Pascoli, La cavalla storna

Giosuè Carducci – Pianto antico

Gabriele D’Annunzio, La pioggia nel pineto

Dino Campana, In un momento





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