GINESTRE - Laura Serluca - Goliarda Sapienza e la follia delle pietre
Sono estremamente affascinata dalla
figura di Goliarda Sapienza soprattutto dopo aver letto una raccolta inedita di
lettere e biglietti in cui più volte, parla della sua repellenza nei confronti
del telefono e della televisione. Goliarda Sapienza ama il foglio che non è
vacuo ma è un solido alleato per chiarirsi le idee e approfondire il suo
pensiero. Le sue lettere sono concentrate sull’amicizia, sui suoi stati
d’animo, sulla cura verso gli altri, sul suo lavoro di scrittrice. "Non ho
altro nella vita che gli altri" amava dire spesso: qui i suoi
"altri" ci sono tutti, da Citto Maselli a Renata Bruschi, da Attilio
Bertolucci ad Enzo Siciliano, che per lei tentarono la via dello Strega con Lettera Aperta fino ad Angelo Pellegrino, suo compagno di vita. Il pensiero
tiranno è vinto dal foglio a cui la scrittrice si abbandona libera, in un
affastellarsi di riscatti interiori che le permettono di “stare al riparo” nel suo
corpo e in quello degli altri. In diverse lettere, parla delle sue
origini siciliane, è “terrigna” - quanto
a me, sono serena sotto questo “cielo basso” che mi ricorda le cose belle della
Sicilia – ma al tempo stesso,
detesta quell’isola contraddittoria e feroce, seppur ferita, senza mai
fuggire però dalla “follia delle pietre”. In queste lettere parla poco di sua
madre (pioniera del femminismo e prima dirigente donna della Camera del Lavoro
di Torino) e di suo padre (un militante socialista che le impedì di frequentare
la scuola per evitarle influenze fasciste). Spesso parla agli amici della
nevrosi, delle cliniche, degli elettroshock, della psicoanalisi.
“il sonno della ragione
produce mostri “
Il suo lavoro di scrittura non è
apprezzato dalla critica di quel tempo per la complessità ma anche perché Sapienza è un personaggio scomodo, visionario e difficilmente etichettabile per
cui le sue opere furono più volte rifiutate da diversi editori poiché non
rappresentavano le mode editoriali più vendute in quel periodo - “non si
scrive per tutti/ e non per l’oggi solamente-”.
Diverse sono le lettere che spedisce alle ragazze che ha conosciuto in carcere, persone alle quali manifesta il suo affetto e la sua gratitudine e che un giorno spera di poter rivedere. Pare che Goliarda avesse commesso un reato proprio per finire in carcere. D’altronde proprio la madre – che aveva fatto la storia politica femminile dell’Italia, all’inizio del ‘ 900 – finì in carcere per causa politica: era solita dire che se nella vita non si conosceva l’esperienza carceraria o il manicomio non si poteva dire di aver vissuto realmente. Si presume, quindi, che Goliarda abbia voluto seguire questo insegnamento. Resta il fatto oggettivo che il reato lo aveva compiuto anche per necessità, visto che era arrivata al punto di non riuscire più a pagare l’affitto. Goliarda Sapienza fu portata a Rebibbia con l’accusa di aver rubato dei gioielli a casa di un’amica eppure, nel microcosmo carcerario, tutto le appare nuovo: sentimenti, persone, oggetti.
Il carcere
è uno “sconosciuto pianeta che pure gira in un’orbita vicinissima alla
nostra città. Di questo pianeta tutti pensano di sapere tutto esattamente come
la Luna senza esserci mai stati. Perché chi ha avuto la ventura di andarci,
appena fuori si vergogna e ne tace o, chi non se ne vergogna s’ostina a
considerarla una sventura da dimenticare”. Sono queste le parole di
Goliarda Sapienza che ci introducono nella città penitenziaria vista dai suoi
occhi e raccontata nel suo libro L’università di Rebibbia. Un punto di vista
a cui non si è abituati perché mostra il mondo del penitenziario come una
salvezza per quello che la scrittrice chiama “ergastolo della metropoli”.
Con questa lunga descrizione, infatti, la scrittrice prende le distanze dalla
società che l’aveva messa all’indice e reclusa; “sono da così poco sfuggita
all’immensa colonia penale che vige fuori, ergastolo sociale distribuito nelle
rigide sezioni delle professioni, del ceto, dell’età, che questo improvviso
poter essere insieme – cittadine di tutti gli stati sociali, cultura,
nazionalità – non può non apparirmi una libertà pazzesca, impensata”.


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