CRONACHE A MANAGUA - Davide Toffoli su LA MAPPA DEL DOLORE, Il ramo e la foglia 2025
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| https://www.ilramoelafogliaedizioni.it/libro.asp?ISBN=9791280223494 |
LA MAPPA DEL DOLORE è un libro coraggioso ed attualissimo che ripercorre importanti
vicende storiche, affrontando argomenti come la guerra, la povertà, la
discriminazione razziale, l’emarginazione, i flussi migratori. Un libro che
prende forma dalle immagini icastiche di trenta tragici avvenimenti che hanno
segnato la Storia, immortalati in altrettante fotografie vincitrici del Premio
Pulitzer. È poesia che esce dall’intimità dell’autore per occuparsi
concretamente dei fatti storici, gettando lo sguardo sulla disumanità di quanto
ci accade attorno, pur non toccandoci direttamente.
Il titolo del libro sta quindi ad
indicare un percorso, una vera e propria discesa agli inferi, così tristemente
reale e documentato. Le vicende (le immagini) trattate sono 30 e il loro
andamento è scandito attraverso un testo guida, nel quale l’autore
adopera con grande perizia forme metriche classiche, endecasillabi in rima
alternata, con un rigore formale che amplifica la delicatezza del tema,
trasformando ogni testo in un concreto atto di testimonianza. A ciascuna
immagine sono poi associate altre 6 liriche, stavolta libere da schema, che
offrono una riflessione fluida che accompagna il lettore oltre l’immagine e
dentro la percezione individuale della stessa. Una delicata ed efficace
alternanza tra struttura e libertà, tra attenzione tecnica e urgenza morale,
che riesce a restituire dignità umana ai volti e alle storie impresse nelle
fotografie. Ne esce un lavoro corposo, equilibrato, costituito da ben 210
testi.
Si parte da Il ritorno di un eroe, Earle
Bunker 1944, immagine che immortala il ritorno a casa del colonnello Robert
Moore: “Infilate / in perfette uniformi le ferite / recenti – le ustioni
sulla memoria - / rasserena ancora l’abbraccio mite / delle cose care”,
leggiamo tra gli endecasillabi; mentre nei versi più liberi troviamo affondi e
pennellate: “slancio di chiarore / nell’oscura fenditura / di una guerra”,
oppure “Scava tracce di memoria / la guerra: la sua scia / nebulosa
accompagna / eroi caduti e sopravvissuti” e, in un abbraccio alla fine
della guerra, finalmente “La notte è passata”.
Segue Il ponte sul Taedong, Max Desfor 1951,
ovvero l’immagine che spicca anche in copertina, con disperati, fuggitivi e
uomini perduti, un’“umanità in cammino”, si spera, verso un futuro
migliore, seppur muovendosi “come / formiche, in equilibrio sull’abisso”
mentre “Suona cupo il suo fluire”. E ancora La morte e il vagoncino
rosso, William Seaman 1959, con “il lenzuolo a terra steso / a ricoprire
il corpo” di un bambino investito per strada mentre era intento a giocare;
o il suggestivo scatto di Due uomini soli, Paul Vathis 1962, che
immortala, di spalle, la passeggiata di John F. Kennedy e Dwight D. Eisenhower
a Camp David: “Davanti vanno / due figure: l’una per il dolore / come
raccolto il capo nelle spalle, / l’altra, senile, accanto con le mani / dietro
la schiena come due farfalle / posate sul cappello”.
Durante i combattimenti in un’insurrezione
proposta dalle forze armate di Liberazione Nazionale venezuelane, Padre Luis
Padillo rischia la vita per impartire l’estrema comunione ai soldati morenti in
Rivoluzione e assoluzione, Hector Rondon 1963, mentre “Scroscia
dall’alto una pioggia di piombo” e imperversa un vero gioco al massacro: “Tremano
le strade, vibrano / i sassi, i lastricati ai cingoli / dei carri armati”. O
Interludio di pace, Toshio Sakai 1968, dove una pioggia battente a 65 km da Saigon rappresenta
un lunghissimo istante di respiro e di “insperata pace” per i soldati
stremati e “Nella guerra c’è una pace / che si trasforma in sogno”.
E poi il Ritratto della
dignità, Moneta Sleet 1969, in cui “I have a dream, echeggia nella mente / (…) / e fischia dentro il folto / sciame
di pensieri un perduto, eterno / grido di speranza”; fotografia struggente che immortala il dolore della vedova di
Martin Luther King, Cornette… “- I have a dream -, ripete / dove l’odio si
fa feroce / - I have a dream -, si sente / ed è un tuono quella voce”. O
La marea di migranti, Dallas Kinney 1970 in cui “Scivolano
come mosche / nell’aria vetrosa, immobile / le grida, le stridule voci /
giocose dei bambini”.
Come
suggerisce Rossella Nicolò, quando una poesia riesce ad attingere all’intimità
segreta di uno scatto fotografico, di un’immagine che seppur precisa e nitida,
rimane vincolata all’istante che l’obiettivo ha saputo catturare, l’invisibile
diventa voce, parola esposta alla nuda luce della memoria. Ogni immagine è
apertura, declinazione di vissuti interiori, spesso dolorosi che cercano la via
del senso in una palude di riflessi.
Cicatrici di guerra, David Hume
Kennerly 1972 è il passo che “varca
l’inferno / della collina sventrata”, mentre “Un’eco smuove / i suoi
tentacoli, li spinge in fondo / alle ferite nella terra. E tregua / sembra che
chieda, inchiodata al ricordo / di scosse, fragore che si dilegua / nel respiro
indifferente del mondo”. La
ragazza di Trangbang, Nick Út 1973 è poi un’immagine speciale che, oltre
che vincere il Pulitzer, ebbe anche il merito di riuscire a scuotere l’opinione
pubblica mondiale, contribuendo in modo determinante ad abbattere il consenso
verso quel folle conflitto: è l’indimenticabile e straziante “napalm
girl”, Kim Phuc, che corre nuda e ustionata dopo un bombardamento in
Vietnam: “Le mani sono aperte in un volo / appena reciso nel suo spiccare, /
un volo rovesciato che appare / nel ripiegare dei lembi / sottili espressivi
dei labbri. / E questa piaga, questa ferita / che ha bruciato le vesti / ora
grida e in aria si libra / come un rapace -brutale- / incisa nella storia”.
Il lavoro attraversa quindi la
storia, specchiando su di essa la propria emotività, smuovendo le coscienze,
senza incappare in cadute di tono o di intensità. In Esecuzione sulla
spiaggia, Larry Price 1981 “Si ergono nove pali nella sabbia, / salgono
rapidi come colonne / di un tempio greco diruto” (…) “Disteso giace / a
terra un sudario. La folla sgombra”, e Vailati pennella versi spietati e di
struggente lucidità, nei quali immagine e storia (quella con la S maiuscola
scritta dai governanti e subita dai popoli e quella personale dei singoli,
vittime o carnefici che siano). “Colonne d’ombra si allineano / a delimitare
il vuoto / nel giorno dove un folle rito / si consuma e c’è chi per condanna
muore / trafitto dal piombo come piuma”. Perché la Storia “E’ un gioco
di poteri, di rovesci / dove la sorte è cieca, presa / di rimbalzo fra le
sponde / e le buche di un biliardo” e, soprattutto, “L’orrore è lo
sguardo della folla / che si assiepa e converge in un moto / di allegrezza
violenta, di ebbrezza”.
La spaventosa immagine de Il
campo della morte di El Salvador, James B. Dickman 1983 è talmente
potente da provocare un inevitabile deflagrare anche nei versi, ora concentrati
sul mistero (“Un chiarore calante si intuisce / dietro picchi di rocce,
guglie ombrose / dove un profilo rapace tradisce / l’orrore”), ora
terribilmente spossati dall’orribile carneficina (“Nella pietraia (…) /
incombe / come un emblema luttuoso l’ammasso / di ossa e di crani, privati di
tombe / e nomi”). A El Salvador “Tutto è ormai ridotto a strage. / La
libertà agonizza sulle strade”, perché il gregge è dilaniato nelle carni da
un branco di lupi affamati e la scia di morte porta con sé anche la memoria
indelebile di qualche vittima illustre e immortale come Oscar Arnulfo Romero,
il “Vescovo fatto popolo” di turoldiana memoria, che sia d’esempio ai
troppi martiri senza gloria e senza nome scaricati “nella scoscesa / arida
conca morenica / come residui, come scorie”. Drammaticamente “Ancora
troppe ossa, troppi crani / rivendicano fra i sassi un nome / nelle discariche
quiete e silenziose”.
E dall’immane tragedia dei
Desaparecidos si passa a L’inverno dei senzatetto, Toma Gralish 1986,
una struggente immagine di un senza fissa dimora che, durante un temporale,
mangia rifugiandosi in uno scatolone, mentre “Un velo / grigio strapiomba
sulla luce, prima / che faccia notte. E striscia nei recessi / della penombra
un popolo risorto / da dimore di cartone”. O ancora Il cammino
delle lacrime, Martha Rial 1998, in cui un serpentone umano di profughi in
cammino, sopravvissuti ai conflitti etnici in Ruanda e Burundi e trasudanti
disperazione, si dirige verso una fantomatica terra promessa: “Ecco la
deriva immorale, il fiume / della violenza di un genocidio / e il conflitto
insensato radicale / nell’Africa centrale. Il barlume / della speranza è
fievole un dio / randagio si è smarrito al sole / che incendia con forza,
bruciata l’ombra / anche l’ultimo brandello di illusione”.
Alessio Vailati tratteggia una visione
apocalittica dell’umanità nella quale il genocidio tra Hutu e Tutsi
diventa metafora assoluta del male e di una drammatica perdita di senso che
ancora non ci abbandona; ed ecco che questo “fiume della violenza” richiama il
flusso inarrestabile della disumanità che tutto travolge, di una perdita morale
dopo la quale sembra non sopravvivere più neppure il rifugio simbolico della
speranza. In tutto questo prezioso lavoro si affaccia un
discorso etico-civile che mostra il naufragio dell’umanità nella sua
palese incapacità di riconoscersi nell’altro. Ogni verso, tuttavia, è cesellato
per ricordarci che ogni genocidio, in Africa, in Palestina, in Kosovo o
altrove, è un fallimento non solo politico ma addirittura spirituale perché, quando
si spengono empatia e compassione, non restano che rotte e direzioni
improbabili e folli.
Ci sono tracce di un gigante a stelle e strisce ferito o colpito a morte nell’immagine dell’Attacco al World Trade Center che brucia e che crolla o che “inorridito vacilla / su capisaldi di carta velina”, mentre “Resta intorno l’acre fumo / e una desolazione che infiacchisce / le forze anche degli animi più eroici / e dissotterrano fra le macerie corpi / vivi, semivivi, morti”; o nell’Ultimo saluto, Todd Heisler 2005 alle salme, chiuse in una bara avvolta da una inutile bandiera, dei soldati americani caduti in Medio Oriente (“Casa per casa tornano i soldati / e grave li precede una notizia. / Tornano da mogli e da figli amati, / senza più vita”). Chiude la silloge la pioggia sporca de Il cinico disprezzo della vita umana, Daniel Berehulak 2017 che “impregna la strada / insinuata fra le case all’alone / giallastro dei lampioni” e che cade sul corpo senza vita di Joel Torres Fontanilla, una delle 2000 vittime uccise in operazioni di polizia nelle Filippine: “una guerra senza regole, violenta / che dalla legge discende iniqua / nel nome della follia definita / senza un criterio di giustizia. / Guardate il sangue a fiumi / che macchia la città di Manila / e si confonde, si smarrisce nei fumi / dell’ira, del disprezzo della vita”.
Quello di Alessio Vailati è un consapevole atto di resistenza in cui la parola si presenta come strumento contro l’oblio, attraverso un linguaggio ben calibrato in grado di evocare suggestioni, odori, immagini, assonanze, sempre all’insegna della misura e dell’equilibrio. Più che di poesia civile si potrebbe parlare di un vero e proprio viaggio nella memoria collettiva del Novecento, di uno sguardo accurato sulla tragica condizione dell’uomo contemporaneo, che non riesce ad orientarsi nella realtà, rimbalzando qua e là tra disprezzo della vita, cicatrici della guerra, disuguaglianze sociali e diritti ignorati o distorti. È poesia che si apre all’orrore, alla memoria, alla compassione, perché le foto e soprattutto le vittime che rappresentano non vengano dimenticate. Suona come monito. Perché le vicende narrate, non appartengono solo al passato: riecheggiano nel presente, bussano quotidianamente al nostro sguardo, chiedono disperatamente che non lo distogliamo. La mappa del dolore invita a guardare, capire, ricordare. E Vailati è riuscito a fornirci un prezioso strumento di orientamento, mappando la tragedia immane della contemporaneità, scegliendo con cura 30 scatti che hanno fatto la Storia. “Eppure c’è, dietro la scia della storia, una traccia di umanità, di speranza”.
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| Alessio Vailati |



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