Anna Segre - CERCANDO LE CHIAVI - Non dirlo a nessuno

 

Anna Segre

Non dirlo a nessuno. Di solito, chi ti dice questo, intende: non mettermi nei guai, anche se insinua che nei guai ci andresti anche tu, perché la cosa lo compromette o vi compromette e rivelarla distruggerebbe la vostra relazione: se parli, non ti voglio più bene. Ti sta minacciando, con questo: non dirlo a nessuno. O ammonendo, o avvertendo. 

È un segreto. Vuol dire qualcosa di nascosto, non comunicabile, pericoloso. Segreto è lo stiletto della memoria, che taglia sia da confessato che da taciuto. 

Questa intimità del segreto: lo sappiamo solo noi, io e te, e là, a due passi di ignoranza da noi, gli altri. Come un’investitura. L’élite del non rivelabile. 

È un confine sottile tra la discrezione, la ragionevolezza di certe omissioni, e l’incresciosità di certi vincoli al silenzio. Così infinitesimo, che è impossibile rilevare un’etica universale da chiamare educazione condivisa su cosa dire o non dire. 

Si pentirono i governi che nel 1945 divulgarono le immagini dei campi di sterminio, al punto che, da allora, noi non abbiamo più avuto accesso a immagini di quella portata testimoniale. 

È segreto il male. È segreto l’illegale, il rivoltoso, l’immorale, l’amore. La cosca, lo scherzo, spiare. I servizi. Segreti. Segreto è potere. 

Tenere segreti è più affascinante che raccontare tutto, il segreto ha un’aura, un’allure imparagonabilmente più elegante. 

Anche l’omissione, sorella del segreto, ti implica, ti sporca. 

Eppure c’è un’ammissione di debolezza nel taciuto, un qualcosa che ammesso, raccontato, sgominerebbe le reti di resistenza e quelle di spaccio, rivelerebbe il complotto. C’è un mancato fronteggiare, nel segreto, un inganno, c’è raggirare l’altro con un’informazione parziale o sbagliata. 


D’altra parte, dire tutto è impossibile, sarebbe l’appiattimento della complessità, l’eliminazione dell’ombra. 

Anche se il gioco della narrazione è oscillare tra il segreto e la sua rivelazione, tra il non saputo e la scoperta. Prima ci vuole il segreto, il mistero, poi, millimetro a millimetro, il riavvolgimento della verità. 

Sappiamo tutti che nominare significa dar vita, in principio fu la parola. Allora, non nominare è far morire, o confondere le acque su ciò che esiste. 

Così fanno gli abusatori: 

o dicono ‘è un gioco’, cioè danno una definizione lontanissima dalla realtà, 

o ingiungono ‘non dirlo a nessuno’, appunto. 

E all’interno di queste prescrizioni, gli abusati (le abusate, perché sono quasi sempre femmine) non possono costruire la memoria, non dando nome a ciò che è accaduto, portano in sé il danno, lo portano nella memoria fisica e inconscia, ma non potendo narrarlo, non lo elaborano né tantomeno, eh! Lo denunciano.  

Potremmo dire che il segreto è il groviglio del difficilmente dipanabile, il problema, il marcio mischiato al mangiabile, il veleno mitridatico nella vita di chi lo tiene, e raccontarlo è sbrogliarlo, diluirlo, mingerlo via. Il segreto contiene debolezza, paura, malattia, scorrettezza, crimine. 

Ma anche: può nascondersi, in un’epoca Farenheit 451, dalla proibizione al pensiero critico, e tenere fuori dal controllo dittatoriale sentimenti di giustizia e resistenza collettiva. 

Finché è stato stigmatizzato dall’OMS, ho amato in segreto. Ed è stato innegabilmente sporco per me mentire sulla trama affettiva della mia vita. Perché mentire, mettere tutto al singolare o al maschile o usare parole neutre, per esistere? Jeannette Wintherson, in Scritto sul corpo, compie un miracolo letterario non usando mai parole che determinino il genere della persona di cui sta parlando. Per tutto il libro non sai se si tratta di un maschio o di una femmina, anche se noi, io e la mia donna dell’epoca, leggendolo ad alta voce, avevamo l’intuizione che si trattasse di una femmina. E inchino a chi tradusse dall’inglese. Cosa intendeva con questo equilibrismo stilistico, la Wintherson? Esattamente questo: che non si può dire che ami una donna, ma vuoi dirlo lo stesso, e lo fai nei particolari, in barba a qualsiasi giudizio sociale, perché stai sulla riva dell’irreprensibilità del non dichiarato, dichiarandolo. Perepè. Rimane segreto il raccontato. 


Mi dici: non raccontarlo, è un segreto di cui sono gelosa, come se leggendolo, gli altri lo sporcassero, come Winckelman che arriva sul sito di Troia e lo compromette, lo inquina con la sua sola presenza. Lo metti alla mercè di tutti, dici, e io mi sento fraintesa, sporcata dagli sguardi inesatti di chi legge. 

Ma io ti tengo nascosta nella verità.

Impossibile risalire a te. 

Tu sei intoccabile, protetta. Ma ti prego, irraccontabile, segreta, no.



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