A BACIO DI RIMA - Lina Maria Ugolini - Dovere e Mestiere

 

Lina Maria Ugolini

[Lavoro quotidiano

sei la preghiera della penna

viaggio oltre la siepe

a seguire sole e stelle.

Tue le ombre, altrui i corpi]


Esergo al bacio



Il mestiere di vivere, il mestiere del poeta e della poesia. Vivere e scrivere, scrivere per vivere, fare della propria esistenza un lavoro che esalta e stanca. Due libri magistrali trattano l’intimo rapporto tra arte e vita, necessità, ineluttabilità, bisogno di mettere su carta i labirinti dell’esperienza umana. 

La vita non è ricerca di esperienza, ma di se stessi. 

Scoperto il proprio strato fondamentale ci si accorge che

esso combacia col proprio destino e si trova la pace. (Il mestiere di vivere, 8 agosto)


Il diario di Cesare Pavese (1935), le lezioni americane tenute ad Harvard nel 1967 e 1968 da Jorge Luis Borges a dimostrare quanto la fuggevolezza della poesia coincida con la finitudine dell’uomo, canti rivelazioni, abbandoni, dubbi. E poi all’orizzonte d’ogni pratica da artigiano della penna, le inquietudini di Fernando Pessoa uno e multiplo mai uguale a se stesso. 

Il percorso etimologico del verbo dovere rimanda al latino Debère, participio passato DèbitusDe-Hibère a indicare un senso di allontanamento. Un non possesso di se stessi aggiungo per consuetudine di questo baciare, nell’accostare tale voce proprio l’atto di un Mestiere che mi appartiene nel profondo. Un obbligo morale, civile, etico. Un impegno quotidiano volto a trarre qualità nutritive dalla lettura e dal pennino a inchiostro, a imporre per Dovere distanza dal proprio io. 

Scrivere dunque nel dovere di scrivere. Obbedire a un imperativo categorico, eroico e vano. 

Penso a San Gerolamo ritratto da Antonello nel proprio studio, parte di uno spazio simbolico e geometrico predisposto a contenere la sua figura. Il silenzio ordina la riflessione, il pensiero disposto tra volumi lignei, linee organizzate a stabilire il vuoto e il pieno, un interno e un esterno. L’inclinazione data al tomo schiuso in rapporto alla postura del santo, quasi un oggetto tra oggetti, a negare ogni soggettività in nome di un comporre assorto e mentale. Resto ogni volta affascinata dall’osservare questo mirabile dipinto, espressione di ciò che più ripresenta a mio avviso il senso di un dovere colto, spirituale e monastico, necessario all’esercizio di un’arte. Ammiro quest’opera predisposta alla perfezione, ignara d’ogni imprevisto, assoluta. 


Antonello da Messina, San Girolamo nello studio, 1474-1475


Niente però nella vita umana è immutabile. L’imprevisto aleggia in ogni momento dell’esistenza. Il mestiere dell’arte comporta la capacità di trasfigurare il reale, accogliere l’inaspettato, il rivelato. Sfogliando tra secoli e quadri non trovo un santo ma un semplice uomo seduto anch’egli in uno spazio che lo contiene. Carl Spitzweg dipinge una piccola camera, una mansarda sui tetti di una città che non si vede. Una persona canuta piegata davanti a un libro inclinato ricorda quello di San Girolamo. Nessuna simmetria in questo interno, solo la luce scivola obliqua complice di una visita inaspettata, l’arrivo sul davanzale di una creatura alata. 

Ecco immagino sia la poesia. 

Canto che sorprende anche questo bacio tra dovere e mestiere

[In ogni stanza da lavoro, basta lasciare aperta una finestra]



Carl Spitzweg (1808-1885) Una visita



Commenti

Post più popolari