Zairo Ferrante - QUANDO LA POESIA SI ANESTETIZZA (Linguaggio poetico, intelligenza artificiale e perdita dell’urgenza)

 

Zairo Ferrante

In un articolo a firma di Lucrezia Parpaglioni, pubblicato su 30science.com circa un anno fa, dal titolo giustamente provocatorio «I lettori preferiscono le poesie scritte dall’IA»¹, veniva implicitamente affrontato un tema molto delicato: la poesia nell’era delle intelligenze artificiali.

Nel contributo veniva esaminato uno studio condotto dall’Università di Pittsburgh (USA), guidato da Brian Porter, che ha mostrato come i partecipanti - due campioni statisticamente rilevanti, rispettivamente di 1634 e 696 persone - abbiano valutato «più favorevolmente le poesie generate dall’IA rispetto a quelle scritte dall’uomo».

Gli stessi ricercatori hanno tentato di dare anche una risposta a questo bislacco risultato, riconducendolo al fatto che i partecipanti avevano preferito le poesie generate dall’intelligenza artificiale perché più semplici e accessibili rispetto alle opere dei poeti e, quindi, più facili da interpretare e comprendere.

Senza la pretesa di una disamina scientifica di tale indagine, risulta però difficile non leggere in questo risultato un’incipiente “stanchezza nel linguaggio” da parte dei (potenziali) lettori di poesia.

Stanchezza – oserei dire anestesia – generata anche da una tendenza ormai imperante a prediligere la forma all’urgenza del messaggio: la facciata della casa all’abitare.

Una sorta di irrilevanza sociale della poesia, causata – come riportato anche in un intervento di Gianfranco Lauretano pubblicato su Punto – Almanacco letterario – «non dall’avvento delle tivù commerciali (Guido Mazzoni), dai social invasivi, dal consumismo, dall’incapacità della scuola ma dal disastro critico attuale. Il vero colpevole dell’esplosione dell’astro poetico, e le radici stanno in quegli anni e nei poeti e critici che ci hanno traghettato. Ecco alcune caratteristiche: logorrea critica, astrazione, intellettualismo […] affermazioni vanagloriose, parolaie, ridondanti, mentali […]».

In questo quadro, non sorprende che alcuni lettori preferiscano le poesie scritte dalle macchine, perché più facilmente comprensibili e, dunque, maggiormente capaci di intercettare i propri bisogni interiori.

Eppure, l’IA non ha un’anima.

Questa apparente capacità andrebbe letta, in realtà, come un’incapacità - da parte di certa poesia - di “fare anima”: quella propensione propria del verso e da sempre attribuitagli, almeno fino all’avvento delle neoavanguardie.

Una poesia capace di abitare la realtà e il tempo presente, con funzione terapeutica. «Nella misura in cui siamo impegnati a fare anima, siamo tutti ininterrottamente in terapia»³, sosteneva James Hillman. E forse, persino – soprattutto – un bambino è impegnato a fare anima quando scrive: «il cielo è blu / anche se non ci sei più». Versi capaci di accarezzare il cuore degli uomini e, al tempo stesso, di far inorridire una parte consistente dei poeti.

Ciò non significa esaltare il dilettantismo, ma concentrarsi su un punto cruciale: il poeta è un artigiano, qualcuno che deve sporcarsi le mani con il linguaggio. Ma questo artigianato perde forza se smarrisce l’oggetto del lavoro poetico: il sentimento; materia da plasmare per generare coscienza.

Il DinAnimismo nasce da una constatazione semplice e radicale: la poesia non può essere soltanto un mero esercizio stilistico, ma un atto di movimentazione dell’anima.

Quando il linguaggio smette di “muovere”, inevitabilmente smette di essere poetico. Diventa vetrina. Indipendentemente da chi lo firma e a prescindere dalla sua perfezione stilistico-formale.

In questo senso, l’intelligenza artificiale non rappresenta una minaccia, ma una cartina di tornasole: rivela come la poesia umana, quando rinuncia a essere espressione autentica di un sentimento, possa divenire sostituibile.

In conclusione, se alcune poesie generate dall’IA sembrano più vive, tanto da catturare maggiormente l’attenzione dell’uomo, non è perché l’IA sia diventata poeta.
È perché la poesia, troppo spesso, è diventata artificiale e artificiosa.

Un invito – anche a me stesso – a ritornare a muovere ciò che, per definizione, non dovrebbe
mai restare fermo.                                                                                                                   
Ricordandoci, senza vergogna, che cuore può continuare a fare rima pure con amore.

 

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Zairo Ferrante (Salerno, 1983) è medico radiologo e Direttore della Radiologia Interventistica di Ferrara. In parallelo all’attività scientifica sviluppa un percorso poetico che nel 2009 lo conduce alla fondazione del DinAnimismo, proposta teorica – criticamente riconosciuta – volta a riaffermare la centralità della dimensione interiore e della responsabilità etica della parola. La sua scrittura ricerca un’essenzialità capace di confrontarsi con le trasformazioni tecnologiche del presente. Tra le sue opere: D’amore, di sogni e di altre follie (2009), I bisbigli di un’anima muta (2011), Come polvere di cassetti (2015), Itaca, Penelope e i maiali (2019), Lockarmi e curarmi con te (2022), 2083 – Intelligenze artificiali tra anime in stand-by (2023) e Io che amo, raccontato da ChatGPT (2025). I suoi testi, presenti su riviste e piattaforme nazionali e internazionali, indagano ciò che nell’umano resiste all’automatismo algoritmico. In relazione alla sua produzione più recente, gli è stato attribuito l’appellativo di “Poeta dell’AI”, sebbene il suo focus resti l’anima e non la macchina.




Bibliografia minima

1.    I lettori preferiscono le poesie scritte dall’IA | 30Science.com

2.    Poeta? No, grazie – Le radici del disastro critico

3.    J. Hillman, Re-visionare la psicologia, Adelphi, Milano, 1991.


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