VOCI D'ALTRI, ALTRI SGUARDI - Ermira Shurdha - A gennaio, il vulcano delle passioni
La rubrica Voci
d’altri, altri sguardi nasce dall’idea di
esplorare l’Italia seguendo un itinerario narrativo di testi stratificati. Una
cartografia sensoriale e sentimentale, in cui ogni luogo diventa un prisma che
rifrange esperienze letterarie, musicali, cinematografiche e olfattive,
intrecciando aspetti locali con echi internazionali, creando ponti tra culture
e linguaggi artistici. Ogni città viene letta attraverso la dimensione narrativa
di un volume che la abita e cattura l’anima del luogo; attraverso una poesia
che ne distilla l’essenza; un brano musicale che ne interpreta il ritmo urbano;
il cinema con un suo film che ne fissa l’immaginario collettivo; un profumo con
precise note aromatiche ad evocare l’atmosfera dei luoghi.
A gennaio, il vulcano
delle passioni
NARRATIVA - Il mare non bagna
Napoli, raccolta di racconti di Anna Maria Ortese
«Ce sta ’o sole… ’o
sole!» canticchiò, quasi sulla
soglia del basso, la voce di don Peppino Quaglia. «Lascia fa’ a Dio» rispose
dall’interno, umile e vagamente allegra, quella di sua moglie Rosa, che gemeva
a letto con i dolori artritici, complicati da una malattia di cuore, e soggiunse,
rivolta a sua cognata che si trovava nel gabinetto: «Sapete che faccio,
Nunziata? Più tardi mi alzo e levo i panni dall’acqua».
«Fate come volete, per me è una vera pazzia», disse dal bugigattolo la
voce asciutta e triste di Nunziata, «con i dolori che tenete, un giorno di
letto in più non vi farebbe male!». Un silenzio. «Dobbiamo mettere dell’altro
veleno, mi sono trovato uno scarrafone nella manica, stamattina».
Dal lettino in fondo alla stanza, una vera grotta, con la volta bassa
di ragnatele penzolanti, si levò, fragile e tranquilla, la voce di Eugenia:
«Mammà, oggi mi metto gli occhiali».
(Un paio di
occhiali, Il mare non bagna Napoli, Anna Maria Ortese, Adelphi 2014)
Ci sono libri che ti prendono per mano e ti portano dove
vuoi andare. E c’è Il mare non bagna Napoli che ti sospinge dove non vuoi
guardare. L’autrice Anna Maria Ortese,
singolare voce polemica, quasi autodidatta, nella letteratura del Novecento
italiano, intende smascherare «l’infinita cecità del vivere» partenopeo con
pagine davvero controverse. La scrittrice guarda la «città nuova» con occhi
forestieri, lo sguardo «stupetiato» di viaggiatrice visionaria che testimonia una
città «incompiuta», indigente e dolente, e anticipa di decenni quella
letteratura che fa della marginalità urbana un soggetto universale.
Il mare non bagna Napoli vince il Premio
letterario internazionale Viareggio Rèpaci nel 1953 ma suona subito come
una condanna. La città non può toccare la sua bellezza perché ha eretto muri di
grettezza, estraneità, indifferenza. In pochi intendono l’autobiografismo
lirico dell’autrice, per la quale Napoli è «una città regale nello sfacelo e
pastorale nella sensualità, una città da cui si allontanano solo i non ancora
stregati, quelli che non hanno fatto in tempo a sentire il sortilegio di una città
in cui c’è tutto quel che è necessario a far sentire a un uomo che cosa
significhi esattamente essere Dio», come
dichiarerà nei suoi scritti di viaggio. Ortese è straniera a Napoli, pur
essendone figlia, condizione di chi vede meglio proprio perché sta nel margine,
sulla riva diafana del mormorante mare. Il suo sguardo ferale e nitido attraversa
i quartieri spagnoli, esplora le case dove il sole non penetra, s’insedia laddove
la miseria ha un odore specifico.
L’opera è una raccolta di cinque racconti che apparve nei
Gettoni della Einaudi, con una presentazione di Elio Vittorini; tre racconti erano
già stati pubblicati come reportages giornalistici
su Omnibus e Il Mondo. Luce una città in cui bellezza e orrore convivono senza
mediazione, in cui sopravvive «un pezzo di deserto azzurro». La Napoli della
narratrice-giornalista non è quella dei vicoli pittoreschi nelle cartoline o
del folklore che assolve. È la Napoli che l’Italia del miracolo economico vuole
dimenticare, quella che disturba il racconto del progresso. Per questo motivo il
libro, quando uscì, fu accolto con scandalo e venne nuovamente rifiutato, come
lo era stato Angelici dolori nel 1937.
La Napoli offesa, il cenacolo
intellettuale progressista della rivista Sud,
si sentì tradita perché stavolta c’erano nomi e cognomi. Ortese non tradiva «le
giacchette grigie di Monte di Dio». Amava i poveri e i diseredati e chiamava in
causa i politici, sostenitori del «reale». Anni dopo ripenserà a quelle pagine
con un senso di colpa: il Mare era
solo uno schermo su cui si proiettava il «male oscuro di vivere» della persona
che aveva scritto il libro.
Il mare non bagna Napoli dialoga con altri personaggi di questo viaggio. Napoli simboleggia
ogni città del Sud, ogni periferia lontana dal centro, ogni luogo dove la
storia passa senza fermarsi. La scrittura di Ortese deforma la città sterminata
dalla guerra per esporla meglio; usa termini violenti e inequivocabili, operando
con una prosa che ha la precisione di un bisturi e la lucidità di chi sa che
tagliare fa male. Nella sua analisi prende posizione con una lingua alta e
popolare, colta e viscerale, mentre descrive «con due vetri» la realtà
incomprensibile e allucinante dell’inebriante città.
Oggi Napoli è sicuramente diversa, ma è cambiata
abbastanza? I bassi sono ancora
lì, solamente più turistici. La povertà s’è spostata, non è sparita. E quella
distanza tra mare e città, lo spaesamento tra bellezza possibile e vita reale,
esiste ancora. Settant’anni dopo la sua pubblicazione, la raccolta dei racconti
rammenta che amare una città significa accettare di vederla per la fuggente bellezza,
con il mare così vicino eppure irraggiungibile,
con la luce del Vesuvio che illumina anche l’ombra. «Se c’è una città che fa
ancora credere in Dio e nella libertà e nella dolcezza del vivere umano questa
è Napoli».
Quest’opera apre la spirale di Voci d’altri, altri sguardi perché contiene la «lente scura» della
malinconia, la città come testo da decifrare, l’espressione di protesta di una
voce errante, da «eterno naufrago», che coglie e fissa il meraviglioso fenomeno
del vivere e del sentire. Il legame tra Ortese e Napoli s’annuncia nella cognizione
di chi si mette gli occhiali e ha una rivelazione: «il mondo, fuori, è bello,
bello assai». È questa confessione che rende indispensabile la lettura di Il mare non bagna Napoli, perchè obbliga
a fare altre domande. Forse il mare non salva Napoli, ma Napoli continua a
guardare il mare, con quella nostalgia feroce di chi sa che «si è sempre in
casa d’altri, sempre in affitto, sempre all’altrui mercé, senza soldi», come
davvero visse Anna Maria Ortese che rinunciò quasi a tutto per poter scrivere.
POESIA «Napule è nu paese curioso» di Eduardo
de Filippo
Napule è ’nu paese curioso
è ’nu teatro antico, sempre apierto.
Ce nasce gente ca senza cuncierto
scenne p’ ’e strate e sape recità.
Nunn’è c’ ’o ffanno apposta; ma pe’ lloro
‘o panurama è ‘na scenografia.
‘o popolo è ’na bella cumpagnia,
l’elettricista è Dio ch’ ’e fa campà.
Ognuno fa na parte na macchietta
se sceglie o tip o n’omm a truccatura
L’intercalare, a camminatura
pe fa successo e pe se fa guarda.
Sin da
giovane, Eduardo de Filippo non solo
recitava ma coltivava anche la poesia, una passione e un esercizio messi in
pratica durante la carriera di drammaturgo, regista e sceneggiatore. Davanti a un
foglio bianco era solito comporre versi per sviluppare le mille sfumature dei
personaggi e i copioni del lavoro interrotto, guardando l’essenziale e il
superamento degli ostacoli nella rappresentazione scenica. Con il suo
verseggiare, continuava a rendere omaggio alla veracità e alla stranezza della
sua terra natale.
Nella
poesia «Napule è nu paese curioso» la
città appare un teatro stabile. Eduardo scrive in dialetto, e nei primi due
versi non c’è un sipario che scende, né una distinzione tra palco e platea. La
conferma che a Napoli vita e rappresentazione coincidono. Ogni vicolo è uno scenario,
il balcone un palchetto, e il litigio, o la dichiarazione d’amore, uno spettacolo
per chi passa. Non vi si trova esibizionismo, ma urgenza. Quando si è in troppi
in troppo poco spazio la privacy non esiste, perciò, tanto vale fare della
propria esistenza un’arte.
Questi pochi
versi contengono una verità che va oltre Napoli. Ogni città è teatro, solo che
le altre fingono di esserlo. Roma recita la grandezza, Milano la ricchezza,
Torino il rigore. Napoli è l’unica che ammette «Sì, stiamo
recitando, e lo facciamo divinamente». Per
Eduardo il teatro non è fuga, ma amplificatore della realtà. Con la sua
maschera tragicomica, nelle sue commedie esibisce famiglie che litigano,
tradiscono, soffrono, ma sempre con quella dignità schietta tipicamente napoletana. Perché a Napoli puoi essere
burlato, persino sbeffeggiato, ma non puoi permetterti di non essere «a posto» con
il mondo.
Il
teatro è anche «antico», perché Napoli è attraversato da secoli di culture che
si sono sovrapposte, ed è «sempre aperto», perché non si ferma mai. Napoli non
sa riposare né tacere, non sa smettere di essere se stessa. L’instancabilità
teatrale di Eduardo corrisponde agli occhi obliqui di Ortese e a tutti gli sguardi
forieri che hanno catturato l’anima di Napoli, sempre «curiosa», «strana», «bizzarra»,
«incomprensibile». Uno spettacolo in cui non conosci mai davvero il copione e
l’improvvisazione è l’unica regola certa.
***
MUSICA – Brano jazz "Almost Blue" di Chet Baker
La
Conn Constellation di Chet Baker interpreta
la malinconia inquieta di Napoli come un blues mediterraneo: un blues che non è
napoletano ma lo diventa. Il suo fraseggio sospeso corrisponde a una città che
vive tra attesa e improvvisazione. Chet Baker registra «Almost Blue», cover di Elvis Costello, nel 1987, poco prima di
morire. Quella mestizia del «quasi blu» sembra interrogare Napoli, una città
che è sempre «quasi», a momenti persa, salvata, felice, eppure tragica. Costello
scrive la base di «Almost Blue» agli inizi degli anni ’80, ispirandosi proprio a
un pezzo di Baker, «The Thrill Is Gone», dal timbro rotto e consumato. Baker la
reinterpreta con la sua tromba rendendola un classico del jazz. Lo strumento s’inserisce
al posto della voce, e quando Chet canta (perché sì, canta), emette a stento un
sussurro, quasi un’ammissione di colpa. Il rimpianto si fa suono, l’amore
perduto resta appeso lì, quasi raggiungibile, come se ogni nota fosse l’ultima.
Almost blue / Almost doing things we used to do / There’s a girl here and
she’s almost you.
Napoli
è una città «almost blue» perché tiene ’o mare, ma non lo tocca davvero, come
dice Anna Maria Ortese. Tiene ’a bellezza e convive con la mbriana. Tiene pure ’a felicità, ma sempre sul baratro della
tragedia. Chet, l’americano che suona ballate come fossero preghiere, è un
artista adatto a un capoluogo sempre in bilico. Un rapporto, quello tra Baker e
Napoli, che definirei meno geografico e più sentimentale. La stessa tristesse che resta librata in aria, con
la musica che continua a vagare per le zone portuali di un universo fatto di
voci e vento, laddove il mare promette evasione ma raramente la concede. «Almost
Blue» trovo sia il brano ideale per chi guarda Napoli da Castel dell’Ovo al
crepuscolo, con il sole che si spegne sul Vesuvio e la città che si tinge di
blu. È quasimènti, sempre quasi.
***
FILM - Viaggio
in Italia di Roberto Rossellini
(1954)
Viaggio
in Italia di Roberto Rossellini è il terzo capitolo della «trilogia della
solitudine», ma è anche il film più profetico del cinema moderno, con il suo sguardo
straniato, stravagante e sorprendente insieme. Jacques Rivette disse che con l’apparizione
di Viaggio in Italia tutti i film erano
invecchiati di almeno dieci anni. Aveva ragione, perché il film inaugurava un
nuovo cinema di introspezione psicologica, centrato sulla crisi di coppia
(Ingrid Bergman – George Sanders) e su un uso moderno di tempi morti, paesaggi
e spazi di un cinema come flusso di vita, in cui osservare è anche un atto
emotivo e narrativo.
Napoli
incarna il terzo personaggio, quello che accelera la crisi e che permette al razionalismo
borghese di scontrarsi con l’irrazionalità della vita e della morte. Katherine
visita musei, catacombe, Pompei, vede corpi pietrificati dall’eruzione,
scheletri abbracciati per l’eternità. Napoli sfoggia la morte in tutte le sue
forme: quella antica a Pompei, quella cristiana nelle catacombe, quella
popolare delle processioni. E in mezzo a quel sonno eterno un’ euforia quasi
violenta: bambini che giocano, donne incinte ovunque, voci che urlano dai
balconi. Alex cerca di fuggire nel divertissement
borghese delle feste, dei flirt, dell’alcol. Eppure, anche lui viene
risucchiato da Napoli, incapace di rimanere veramente estraneo e straniero. La
città entra dentro i protagonisti, li costringe ad abbandonarsi alla sofferenza.
Il
finale è uno dei momenti più discussi della storia del cinema. È un miracolo o un
colpo di scena melodrammatico? Rossellini non lo dice. Registra semplicemente
la folla in tumulto, la fede popolare che non chiede permesso. Napoli impone la
logica emotiva sopra quella razionale. La critica italiana del 1954 non capì e
lo criticò troppo lento, troppo vago. Ma i critici francesi dei Cahiers du cinéma videro immediatamente
che Rossellini aveva inventato il nuovo cinema d’autore dell’attesa, del non
detto. Godard, Truffaut, Rivette, tutta la Nouvelle
Vague nasce anche da questo film incompreso.
Viaggio in Italia rivela
come alcune città non si possono visitare come turisti. O ti lasci
attraversare, o non le capisci. Ingrid Bergman dovette improvvisare quasi
tutto. Rossellini le dava le battute pochi minuti prima del ciac, la metteva a
contatto con persone reali. Nello spaesamento
della Bergman l’étranger perde il
controllo e s’arrende all’imprevedibilità del Sud. Napoli obbliga a scegliere
se chiudersi in una villa, come vorrebbe Alex, o lasciarsi travolgere, come
succederà a Katherine, senza vie di mezzo.
PROFUMO - Io Capri di Carthusia,
l’odore
dell’'isola che profuma Napoli
Tecnicamente,
Io
Capri è di Capri, non di Napoli. Ma Capri appartiene al golfo, allo
stesso mare, alla stessa luce. Chiunque sia stato a Napoli sa che l’isola è lì,
visibile, quasi raggiungibile. Il profumo di Capri è quello che arriva a Napoli
quando il vento gira giusto: agrumi, salsedine, basilico, la freschezza sfarzosa
e danarosa che sa di sud. Carthusia è
una casa di profumeria artigianale la cui storia s’intreccia con la riscoperta
delle antiche formule della Certosa di Capri. La leggenda dice che nel 1380 i
monaci prepararono un mazzo di fiori per la Regina Giovanna d'Angiò, e dopo tre
giorni l’acqua aveva assorbito il profumo del garofano selvatico dell’isola. Il
brand ha costruito la sua identità su questa origine monastica, artigianale,
legata al territorio.
Io Capri è
una fragranza creata da Laura Bosetti Tonatto, un
naso professionista che dal 1986 firma mèlanges su misura e creazioni aromatiche
per le maggiori case cosmetiche. Le note di testa sono menta, eucalipto,
limone, anice stellato, arancia e litsea cubeba. Il cuore è composto di fico,
tè, citronella, fiori di campo, fiori di melo e gelsomino egiziano. Le note di
base che realizzano il fondo sanno di alga marina e fiore di tabacco. È un profumo
che sa di brezza marina e ricorda la sensazione di quando esci la mattina
presto e l’aria non è stata ancora scaldata dal sole.
Un aroma che parte da Capri ma appartiene al golfo: fresco
e sensuale, come l’aria che sale dal porto. Dedicato a Giove, divinità al cui
onore Tiberio edificò la più importante fra le ville imperiali di Capri, l’eau de parfum è un mélange dinamico e
deciso, sofisticato e moderno, che accosta le note mature e selvagge a quelle
allegre e stimolanti. Non ha un sillage
dolce, né seduttivo. È fresco ma non banale, verde ma non erbaceo, marino e non
oceanico. Ha quella caratteristica mediterranea che è solare e austera, calda e
ventosa. C’è il fico, frutto simbolo del Sud, quello che cresce nelle crepe dei
muri, resistente e generoso. C’è il tè, nota inaspettata che porta una
dimensione meditativa e un po’ orientale. E c’è l’alga, che ricorda la presenza
costante del mare.
Molti
lo descrivono come soapy, che sa di
pulizia antica, di quando il sapone profumava di erbe e agrumi. È l’emozione di
quando torni dal mare e ti lavi via il sale, quando la pelle è ancora calda di
sole e l’acqua fredda ti rinfresca. Per Napoli è la promessa di freschezza in
una fascia costiera spesso troppo calda, affollata, rumorosa. È l’effluvio
dell’isola che si guarda dalla riva, che galleggia sulla linea del tramonto
come un miraggio. È il sud pulito e ordinato, senza smettere di essere sud. Indossare
Io Capri significa riportarsi una
boccata d’aria di Napoli, un ricordo di mare aperto mentre sei intrappolato nel
traffico di via Toledo, che ti ricorda l’isola a pochi chilometri dal golfo, «ubi
mare et terra in amplexu perpetuo iunguntur», come riferiva Orazio. Non è l’aroma
di Napoli. È il profumo di dove Napoli vorrebbe arrivare quando chiude gli
occhi, guardando l’orizzonte appena oltre il porto.
Bibliografia
Boundanella,
Peter (1993). The Films of Roberto Rossellini. Cambridge Film Classics.
https://doi.org/10.1017/CBO9780511620225.007
Cotroneo,
Roberto (2022). Chet. Neri Pozza.
Greenberg,
Izzy (1999). Cahiers de (Roberto) Rossellini. CineAction,
48, 42-46.
https://link.gale.com/apps/doc/A30444023/LitRC?u=anon~7409e39a&sid=googleScholar&xid=8f4c4bb2
Ortese, Anna
Maria (2004). La lente oscura. Scritti di viaggio. Adelphi.
Ortese, Anna
Maria (2014). Il mare non bagna Napoli. Adelphi.
Re, Lucia (2012). Invisible Sea: Anna Maria Ortese's Il
mare non bagna Napoli. California Italian Studies, 3(1). https://doi.org/10.5070/C331012158.
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La biografia di Ermira Shurdha si può consultare alla
pagina del blog visionabile al link



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