UMAMI, DHARMA E BARBABIETOLE - Pietro Edoardo Mallegni - Il tredicesimo passo
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| Pietro Edoardo Mallegni |
“Ciao, sono Trevor e oggi è una buona giornata perché non ho cercato un “colpetto” nella spazzatura o da qualche spaccino. Mi sono disintossicato e dormo molto. Faccio strani sogni. In una macelleria, al centro della stanza ci sono io: nudo, seduto su una sedia, con i polsi legati allo schienale. Sto soffocando. La testa avvolta in un sacchetto di plastica che si gonfia ad ogni tentativo di inspirare, appannandosi del mio vapore, aderendo talvolta così precisamente al mio volto da disegnare lo spazio tra i denti. La mia bocca è totalmente spalancata. La pelle ha un colorito grigio; è grinzosa come quando si rimane troppo tempo in acqua. La mia lingua stranamente piatta e larga. Mi guardo negli occhi. Rossore di capillari rotti. Niente disperazione nel mio sguardo, ma solo reciproca osservazione.”
Questo è stato il primo e ultimo
intervento che ho fatto alle sedute di recupero. Ricordo che Tracy, la nostra
sponsor, mi aveva rimproverato “Il racconto dei sogni non è utile alla
terapia di gruppo, specie se riguarda scene di questo genere. Meglio parlare di
prospettive positive, rischi di ricadute, fattori scatenanti o di come sentirsi
utili nel mondo.” Dare una
consistenza a come ci sentiamo realmente non è accettato. Soffocati. E la cura
non è una sana boccata d’aria, ma solo un’asfissia differente da quella che ci
eravamo iniettati nelle vene. Da quel giorno non ho aperto più bocca alle
sedute. Ascolto. Ascolto le storie di tutti. Fino alla nausea. E, finito di ascoltare i loro racconti edulcorati
dalla visione ottimale della terapia di Tracy, ascolto i suoi rimproveri per
non partecipare attivamente. Tornato in cella, durante la notte, ascolto i
pianti e il singhiozzare sommesso dei nuovi arrivati. E ascolto pregare, tra
chi di notte fa appello al suo santo per la grazia, al secondino di turno o
alla pietà di qualche conto in sospeso. Non c’è mai silenzio. Non ci sono veri guariti, solo chi grazie al fine
pena si è potuto scrollare dalle spalle il peso della terapia obbligatoria. Non
conosco il nome di quelli seduti intorno al cerchio e dubito che loro sappiano
il mio. Ma comprendo bene la velocità fuggitiva del nostro sguardo, che non
regge il confrontarsi con l’altro per più di pochi secondi. Ho ascoltato storie
oltre le capacità digestive degli uomini comuni: ragazzi venduti per una dose,
uomini d’affari pieni di debiti che rovinano famiglie e aziende per mantenersi
il vizio, figli lasciati da soli al freddo e alla fame, storie di ematomi e
vene mancate, storie di chi andando al bar per una birra, in preda a una crisi,
cade a terra pisciandosi nei pantaloni. Ascolto i doverosi rimproveri di Tracy trasformati
nelle loro parole, in uno dei dodici passi della terapia. Ogni confessione arriva dove si riconosce
l’impronta di un pensiero esterno, di una parola detta poiché imposta come
verità. Una brava ragazza: Tracy. Me la immagino a raccogliere coupon per la
spesa, a sistemare il prato la domenica mattina, a fare i conti per far
quadrare le sue benedette 24.000 sterline l’anno. Un ragazzo l’altro giorno ha
detto “l’unica cosa che mi somiglia è lo spazio bianco tra le parole nelle
lettere che mi spedisce mia madre”. Siamo tutti un po’ così. Spazi bianchi
tra le speranze e i desideri degli altri, riempiti solamente dall’ennesimo
schizzo sciolto in una goccia di ammoniaca, fermi a contemplare la schifezza
che siamo. E dio solo sa quanto quella sensazione di schifo si ripresenta
quando siamo seduti in cerchio ad ascoltarci. Ma esternare fa bene. È sano.
Condividere è sano. È l’insalata sociale, quella che ti devi mangiare se vuoi
crescere forte. Sciroppo di metadone e
predisposizione all’ascolto.
Due anni che sono qui dentro. Ma, a volte,
capita che a un disgraziato come me il destino o l’entità che preferisci faccia
un regalo, standomene zitto, ho guadagnato la buonuscita anticipata, puntuale
per festeggiare capodanno. Che poi festeggiare. C’è poco da festeggiare. Cercherò
solo di trovare uno schizzo a pochi spicci e farmelo magari con una in camera e
crepare insieme. Ho giusto 70 sterline. Dovrebbero bastare.
Uscire. E respirare la solita aria di prima, ma adesso chiamarla libertà. Luci di schermi, luci di Natale, clacson, traffico, pedoni, cori natalizi, bambini che corrono, petardi in lontananza.
Vado da Tucker, poche domande,
servizio veloce… Salgo le scale. Quarto piano. Pareti verde spento piene di
muffa e buchi perimetrano porte in color noce scuro. Appartamento 17b. Bussare.
Accanto alla porta sdraiata per terra c’è una donna collassata. Indossa un
corpetto stile punk che lascia trasparire le sue rughe e i suoi lividi. Della
bile gli gocciola dal labbro. Tucker apre la porta. La casa è vuota. Una
lampadina collegata con nastro isolante penzola dal soffitto mentre illumina il
suo sporco materasso a terra e una bottiglia di Sambuca. Si siede. Non apre
bocca. Non apro bocca. Io tiro fuori i soldi.
50 sterline. Da un angolo del
materasso tira fuori un pacchetto di sigarette logoro. Prendo la bustina. Non
ho nemmeno cominciato a controllare che non mi abbia fregato che è tornato a
dormire. Dormire? quello non è dormire è qualcosa di diverso. Di meno eppure di
più. Esco. La donna è in piedi. Mi guarda. Una frangia di capelli neri a tratti bianchi unti e pieni di sporcizia.
Mentre la sua pancia da alcolizzata lascia fuoriuscire l’ombelico arrossato, lì
dove c’era un piercing ora c’è un buco pieno di pus giallo. Ha un odore misto
tra ammoniaca, pneumatico nuovo e cotenna di prosciutto. Mi prende per mano. Ha
capito. Tutte le sue sinapsi e le sue terminazioni nervose hanno capito. La sua
schiena, un elogio alla lordosi, ha deciso di rimettersi sull’attenti cercando
di rimettere in mostra quella che lei ritiene la sua merce di scambio.
Scendiamo. Non mi ha ancora detto niente. Ma non mi lascia andare la mano.
Attraversiamo la strada, c’è lo stesso tutto di prima, ma adesso non fa nessun
rumore. Non c’è nessuna luce che mi colpisca. Solo i capelli neri di lei. Neri
e sporchi come le sue scarpe. Le
smagliature rosso violacee sui fianchi ristretti nella minigonna. Le macchie
marroncine sul retro delle sue braccia grinzose. C’è lei e c’è la bustina.
Capodanno arriva. Entriamo in un altro palazzo. Scendiamo. Una cantina.
Le uniche luci che passano sono quelle delle insegne rosse dei
ristoranti. Io mi metto al lavoro sul letto. Per terra c’è una siringa. Lei si
sdraia accanto, appoggiando i piedi sul cuscino e lasciando scivolare la testa
dietro la pediera. Come finisco di sciogliere la roba nel cucchiaio lei mi
punta un alluce vicino alla bocca. Lo bacio lasciando inumidire le labbra. Le batto forte il collo del piede. Una vena
secca e smagrita si presenta oltre la pelle bianca e distrutta. Avvicino l’ago.
Mi fermo… Le luci e i suoni di fuori ora sono lì e sembra che tutti i rumori
del mondo stiano indossando il tono di voce di Tracy. Arriva la nausea. Arriva
e mi fa tremare il cervello, gli occhi mi lacrimano. Uno strano tremolio mi fa
dondolare la mano con la siringa componendo strani semicerchi nell’aria. Prima
che me ne accorga ho sparato tutta la siringa sul letto buttando a niente le 50
sterline. Lei tira su la testa. Ha gli occhi verdi. Un verde strano tipo
muschio. Si gira. Mi guarda tra lo sgomento e il furioso. Mi cade la siringa.
Metto subito le mani in tasca sperando che mi sia rimasto qualcosa, ma niente.
“E ora?” Anche la sua gola
indossa la voce di Tracy e più penso di farmi con lei più farmi mi fa schifo.
20 sterline fanno la loro comparsa nelle mie mani. Stropicciate e odorose di
vecchio cappotto. Lei mi guarda. “E con due tenner che ci dovrei fare?”
La fisso. “Dammi una notte di tregua e fai un po’ di silenzio a Capodanno
con me”. Non dice niente. Mi richiude i soldi nella mano. Il suo sguardo mi
ha sorriso come un bambino che vede la prima neve che cade sul cortile di
scuola. Si sdraia su me. Mi bacia sfiorandomi il collo. Rimaniamo in
silenzio.


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