POESIA E ALTRE FORME - Massimo Maggiore - L'essere e il nulla (creativo)
![]() |
| Massimo Maggiore |
Scrivo questo mio pezzo il primo giorno del nuovo anno. Uso quindi il tempo sospeso delle feste, in particolare quelle di fine anno, per riempire il nulla che ho davanti con riflessioni del tutto divincolate da qualsiasi idea precostituita di quello su cui scriverò.
Si realizza così in presa diretta il concetto sartriano del rapporto tra l'essere e il nulla, l’Être e le Néant alla base dell’esistenzialismo: l’essere che ha davanti a sé la libertà assoluta, tanto da costringerlo nel paradosso di un essere che non è neppure libero di non essere libero. Questa libertà assoluta dà angoscia, proprio perché lo pone di fronte ad una assoluta e spaurente responsabilità. Non esiste il destino e quindi non esiste una predestinazione, non esiste – secondo Sartre – nemmeno il condizionamento dell’inconscio, da cui la critica al determinismo freudiano: siamo drammaticamente liberi di essere quel che siamo, di diventare altro.
Che c’entra questo con queste mie righe? C’entra perché appunto sono scaturite senza che le avessi pensate prima di scriverle. La pagina bianca (il nulla) che si lascia infondere essere dai miei pensieri, a loro volta (con)formati, messi in una forma. Questo modo di procedere è pure in parte deterministico, si dirà, perché se scrivo quel che scrivo è perché sono io, Massimo, con tutta la mia storia, il mio essere (stato) a scrivere. Vero, è così. Ma è un determinismo dettato esclusivamente dal fatto che debba scrivere per un blog letterario-culturale, quindi da una finalità presente e specifica.
L’essere si infila in un contenitore, assume la forma del contenitore che lo rende leggibile, altrimenti sparso come sarebbe per l’aere e inafferrabile.
Qui si innesta ancora la riflessione più specifica sul tema della mia rubrichetta (non suoni sminuente ma affettuoso vezzeggiativo alla milanese) “Poesia e altre forme”: come si formano le cose, se non attraverso una specificazione o precisazione dell’essere? Aereo e inafferrabile, come dicevo, finché qualcosa o qualcuno non ci pone dinanzi ad una domanda: la principale delle quali è quasi sempre “chi sei?”. La più difficile delle domande, la più imbarazzante in un certo senso, perché la mia identità (quella di ciascuno) non è un punto fisso nello spazio-tempo, è al massimo un arcobaleno, l’esito formale di una combinazione di luce e nebbiolina in sospensione finché duri, una rifrazione temporanea.
A questo riguardo, mi viene in mente la forma espressiva della pittura astratta e, in quella categoria, l’action painting americano e il suo massimo esponente Jackson Pollock.
In questa immagine ripreso nell’atto di creare una delle sue tele, quasi sempre di enormi dimensioni. La tecnica è quella del dripping, per cui il colore viene lasciato sgocciolare sulla tela distesa per terra da un contenitore bucherellato o schizzato direttamente con le mani mediante l'uso di bastoni o pennelli. Con questa tecnica, l’artista coopera con il caso, coopera con il nulla appropriandosi della sua volontà: decide che colori usare e dove indirizzare lo sgocciolamento o lo schizzo, in quale regione della tela, ma non controlla, né prevede gli esiti di quel gioco ardito con la destinazione (non il destino) che il colore “sceglie” per il concorrere di elementi esterni, puramente fisici, come la gravità, un refolo di vento, addirittura la rivoluzione terrestre lungo il suo asse.
Il risultato è quello noto di una specie di caos confinato, da interpretare e a cui chiunque può attribuire il proprio significato, come nell’esempio sotto riprodotto:
Non sto scrivendo queste righe con la tecnica del dripping, non potrei, anche se come ho detto, sono partito dal non avere alcuna idea di quello su cui avrei scritto. Ora l’idea si è formata ed è appunto una riflessione sul rapporto tra forma e ordine espressivo, ovvero se vi sia coincidenza tra i due concetti.
Io credo non vi sia coincidenza; credo che chi si cimenti in una forma artistica espressiva necessiti solo di consapevolezza. Al limite, questa consapevolezza è l’idea di esporsi al nulla (della pagina o della tela bianca), secondo un dirigismo creativo più o meno accentuato, perché questo assuma l’essere e cominci a parlare. Pollock decisamente lo ha fatto.
Non so se in poesia esista qualcosa di simile al dripping di Pollock. Certamente una tecnica molto utilizzata in poesia è quella della pura associazione di idee e di suoni tra loro che poi assumono una forma poetica e, nella misura in cui ciò accada, diventano poesia. A differenza di Pollock, però, il poeta avveduto tenterà di tornare indietro, di piegare alla propria intenzione associazioni compiute sul foglio di cui si appropria, per aggiungere un significato - a quel punto tendenzialmente costruito ex post – o una suggestione immaginifica, che scaturisce dalla involontaria associazione iniziale.
Credo quindi che questo mio partire dal non sapere di cosa avrei scritto mi abbia condotto a parlare del rapporto tra forma creativa e nulla. Si tratta come spero sia chiaro ormai di una concezione del nulla del tutto diversa da quella che siamo soliti associare al “nulla”. Non si tratta del nulla come dissoluzione, destino nientificante dell’essere (ossia la morte), ma del nulla come spazio di espansione dell’essere. Il nulla come giardino vuoto che si lascia colorare dal germogliare dei semi portati dal vento.




Commenti
Posta un commento