LE MONOGRAFIE DI FINESTRE - CINQUE FINESTRE SULLA POESIA - Gabriela Fantato (a cura di M. Valenti, D.Bellomusto, V.Bruno, D.La Mantia, S. Giammillaro)
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| Gabriela Fantato |
(da La terra magra, Il Convivio editore, 2023)
Il testo di Gabriela Fantato di cui scelgo di scrivere è tratto da Terra magra, silloge densissima ricca di rimandi che raccoglie componimenti più datati, ma che non avevano trovato ancora una precisa collocazione in pubblicazioni precedenti, e liriche scritte durante la pandemia. Risulta quindi comprensibile come, già dal titolo della raccolta, l’autrice scriva di terre magre, laddove l’aggettivo è da intendersi sinonimo di arido, senza più semi da far germogliare, lontano dalla rigogliosità di un tempo altro dal presente. Ed è per questo che propongo qui Circolo Polare Artico, testo a mio parere emblematico sin dal titolo.
Leggendo questa lirica, si noti l’anafora «seduti qui», in cui l’autrice afferma con l’enfasi data dalla ripetizione l’immobilità quasi disarmata di fronte allo scorrere incessante del tempo-natura, metafora di vita umana. Si avverte uno scoramento di fondo, una mancanza di affetti veri, di abbracci e sorrisi, di «risate bambine, /quelle che non si scordano mai», capaci di rallentare l’inesorabile fine e allontanare la paura. Quella bambina, ormai adulta, si trova quasi disorientata, implora al mondo di rallentare la sua corsa, chiede alla natura di farsi gelo, quasi a fissare ogni attimo in una eternità atemporale. E ambientare il testo in un paesaggio desolato e desolante, in un infinito ghiaccio polare, non può non coincidere con il gelo sentito dalla poeta come paesaggio in cui si svolge la nostra vita.
Nel disordine
E in tutto questo vuoto fiorisce
- il disordine,
uno sporcarsi della vita
dentro la nostra debolezza
e noi : affogati di parole.
Abbiamo imparato
a uccidere - la storia, periferia dell'anima, mentre il buio
ci travolge le lenzuola,
inventa certezze e la tosse amara
della sopravvivenza.
Fiorisce il disordine
e il cemento è perfetto
sopra le strade e nel bicchiere.
Là sotto altri continuano
- il compito, il rito eterno
del vivere ogni giorno
tra le macerie.
Si sopravvive senza
spiegarsi come ogni domenica
torni - domenica.
E un piccolo sorriso resta,
fantasma di speranze.
(G. Fantato - Inedito)
Ho letto questo inedito qualche giorno fa e mi è sembrato un piccolo, fragilissimo affresco, uno di quei ritratti meravigliosi e provvisori che gli artisti di strada realizzano sui marciapiedi; si rischia di calpestarli, di non distinguerne gli esatti contorni, ci chiedono attenzione.
Fiorisce il disordine
e il cemento è perfetto
sopra le strade e nel bicchiere.
In quegli affreschi improvvisarti, dipinti con gessetti colorati, tra cemento e cielo, se li sfioriamo con lo sguardo, si può scorgere il nostro essere, il nostro esserci.
Siamo cornice e soggetto di un quadro destinato a sparire sotto la pioggia della nostra indifferenza, eppure se rallentiamo, nel disordine dei passi che muoviamo, che ci muovono, che si muovono accanto, davanti e dietro i nostri volti, in quel disordine, se rallentiamo il passo e ci concediamo attenzione, può fiorire una speranza nuova e duratura.
E un piccolo sorriso resta,
fantasma di speranze.
Ho apprezzato e assaporato il tono semplice, scarno di retorica, colmo di autentica aderenza alla realtà.
Per me è stato un privilegio leggere questo inedito, Gabriela Fantato ha una voce limpida e calda, a dispetto del freddo che c’è fuori e nel disordine del mondo la sua poesia sa essere un rifugio.
Doris Bellomusto
Come una speranza
C’è un senso liscio
in questa giostra vuota,
un rosso dentro le labbra
dove la pianta selvatica
cresce nonostante il secco
C’è una geometria
- inedita
in questo tenersi
aggrappati al calendario.
C’è un gran salto da fare
tra ora e quel domani
per afferrare la gioia senza
peso e misura,
senza il silenzio che ci spezza
canne al sole.
Ora occorre andare avanti,
fare bottino
e salvare tutti i racconti,
per il dopo.
(da Terra magra, Il Convivio Editore, 2023)
La poesia di Gabriela Fantato prende forma in una terra esposta, povera di promesse e proprio per questo abitabile. Non cerca compensazioni, non alza la voce, non promette salvezze. Lavora piuttosto per resistenza minima, per appigli sottili, per immagini che reggono insieme precarietà e ostinazione. In Terra magra la speranza non è mai un orizzonte luminoso, ma un gesto che insiste, una crescita che avviene nonostante.
Subito il testo si sposta verso il corpo: un rosso dentro le labbra/ dove la pianta selvatica/ cresce nonostante il secco
le labbra, soglia della parola, diventano terreno. Qualcosa attecchisce senza essere chiamato, cresce senza essere difeso. Selvatica, la pianta insiste nonostante il secco: la speranza, qui, non è promessa ma insubordinazione biologica, gesto elementare di sopravvivenza.
Affiora poi una delle immagini chiave della poesia:
C’è una geometria
- inedita
in questo tenersi
aggrappati al calendario.
La geometria non è ordine imposto, ma tentativo umano di forma. È inedita perché nasce da un gesto minimo: aggrapparsi. Il calendario — simbolo del tempo amministrato — non viene governato, ma usato come appiglio. Vivere diventa un tenersi, fragile e necessario, più che un avanzare sicuro.
A questo punto il testo apre una frattura: C’è un gran salto da fare/ tra ora e quel domani
tra presente e futuro si apre uno spazio rischioso, un vuoto che chiede coraggio. La gioia, per essere afferrata, deve liberarsi di ogni strumento di controllo: senza peso e misura, ma ciò che più minaccia è il silenzio che ci spezza/ canne al sole.
Non un silenzio pacificato, ma una forza disseccante, che espone alla rottura, che lascia i corpi e le voci senza ombra.
L’ultima strofa segna un cambio di postura: dalla constatazione alla scelta.
e salvare tutti i racconti,
per il dopo.
“Andare avanti” non è retorica del progresso, ma necessità. Il bottino non è conquista, bensì raccolta: ciò che va salvato sono i racconti, la memoria vissuta, la parola attraversata dal tempo. Custodirli per il dopo significa affidare alla poesia una funzione etica: traghettare senso oltre la magrezza del presente.
Senza che il testo si leghi a un evento riconoscibile, alcune immagini sembrano tuttavia attraversate da un’esperienza di sospensione: un tempo che non avanza, un futuro che resta a distanza, un presente a cui ci si tiene come si può. È una risonanza che può rimandare anche a stagioni recenti di attesa, privazione, rarefazione, ma che la poesia lascia volutamente aperta, sottraendola a ogni riferimento esplicito.
In questa poesia, come nell’intera raccolta, Gabriela Fantato non celebra la speranza: la pratica. La riduce all’essenziale, la libera da ogni enfasi e la riconsegna come gesto minimo che resiste — una pianta selvatica, una geometria improvvisata, una parola salvata per ciò che verrà.
Non una luce che promette, ma qualcosa che cresce nonostante.
Viola Bruno
(in viale sarca)
la linea a perdita di sguardo
si dà potentemente grigia
di cubi: facciata d'occhi
senza mani alla finestra
(superficie dissennata
nel ripetersi di case a deserto
in sempre passi, uno su uno
uno su mille: a sorte)
segnato a dito sta l'azzurro
quella bellezza che ci buca
nella voluttà che convince a vivere
proprio qui sotto, qui da noi in basso cielo
dove la vita come aria si consuma
e l'angolo ottuso della visuale
s'affoga da una riva alla prossima piazza
arrabattati ai giorni invochiamo
di nascere al mattino, ogni mattino
nella sapienza della pioggia
a marzo sul tetto che la tiene
finché sarà l'estate a prenderla con sé
e stiamo tutti qui, qui buoni in riga
come infilati a tubo nel morire.
(da Moltitudine, in Settimo Quaderno di Poesia Contemporanea, a cura di Franco Buffoni, Marcos y Marcos, Milano, 2000)
Il destino è nella vita, una ineluttabilità cui si piega anche la poesia, anzi, anche la “Poesia” con l’iniziale maiuscola quella con i bordi sfocati, ma le linee rette, incisive, determinanti e determinate. Gabriela Fantato, con questi versi di rara bellezza, non a caso selezionati per il settimo Quaderno di Poesia Contemporanea, 2000, curata dall’illustre Franco Buffoni ed edito da Marcos y Marcos, ci consegna una verità sincera, concreta e crudele. Una verità che affonda nella “voluttà che convince a vivere”, la bellezza bucata da un dito che segna l’azzurro (che potrebbe intendersi come sineddoche sia per il cielo che per il mare). Pertanto non c’è scampo, neanche per l’apparente purezza, trascinata nel “basso cielo”, qui nominato stante la poca distanza con l’umano. Sì, l’umano. L’umano che relativizza e sporca, limitato dal “l'angolo ottuso della visuale /s'affoga da una riva alla prossima piazza”. É una marcia ipnotica, angosciante, che non ammette riscatto o via d’uscita. Preambolo di questa marcia sono i versi immediatamente precedenti, racchiusi tra parentesi: “(superficie dissennata/nel ripetersi di case a deserto/in sempre passi, uno su uno/uno su mille: a sorte), che preparano il terreno alla predestinazione, come rullo di tamburi assordanti lo annunciano nell’alternarsi case/deserto, nella conta della distanza “in sempre passi, uno su uno/uno su mille”. Una moltiplicazione all’infinito di soldatini inermi, scandita dal sapiente ritmo poetico dal sapore pascoliano, efficace nella sua coerenza sonora e visuale. L’ultima strofa segna la resa finale, la constatazione ultimativa accolta da un tripudio di immagini di profonda pienezza evocativa e suggestiva: come soldati/burattini ci arrabattiamo “ai giorni/ invochiamo/di nascere al mattino, ogni mattino”. Qui il predicato “invocare” perde la sua comune accezione ascrivibile ad un “rivolgersi a qualcuno con tono di preghiera” per acquisire una pars destruens inequivocabile: invochiamo con speranza, con “fede” un qualcosa: “il nascere al mattino, ogni mattino”, che non può esserci concesso, se non nell’inganno che ci distrae dal progressivo avvicinarci all’esito finale. Ritorna, a parere di chi scrive, il senso dell’aubade in Pavese, che con la sua alba amara non accede più al "nuovo" se entra in una stanza dove c'è solo morte, in una vita dove non c'è più vita, ma "inutilità". Non a caso, la rinascita è invocata “nella sapienza della pioggia/a marzo sul tetto che la tiene/finché sarà l'estate a prenderla con sé”. Vorremmo insomma, ci piacerebbe, ecco, riprodurre il ciclo delle stagioni che rivivificano nel perpetuarsi, nel preservarsi “nel tetto che tiene la pioggia” “finché sarà l’estate a prenderla con sé”. Anche in tal caso, la salvezza della ciclicità delle stagioni è solo apparente. Anche qui c’è un finale estremo, descritto dall’evaporare della pioggia - simbolicamente riconducibile all’acqua, quale fonte di vita – che l’estate – quindi tutto ciò che ad essa inerisce come il sole, il calore, la luce – “prende con sé”, sfumandola, riducendola a particelle d’aria, a vuoto, a zero. E dentro questa pantomima, questa filastrocca narrata sin da piccoli “stiamo tutti qui, qui buoni in riga/come infilati a tubo nel morire”.
La verità lucida, abbagliante e al contempo terribile di cui si fa coraggiosa foriera la nostra, non si limita a dire fatalmente la conclusione dei nostri giorni, ma va oltre, quell’oltre racchiuso in un accorgersi dolorosissimo, già presente nei primissimi versi: “la linea a perdita di sguardo/si dà potentemente grigia/di cubi: facciata d'occhi/senza mani alla finestra”.
Ci guardiamo vivere insomma, assistiamo come spettatori al vento che raffica, al mare che inonda, al cielo che si staglia, alle nuvole passeggere, alla vita che passa e che ci attraversa come “facciata d’occhi”/“senza mani alla finestra”, senza strumenti, quindi, che ci consentono di gridare alla salvezza, di sperarci almeno. Siamo prigionieri di una non-vita priva di un qualsiasi brivido di speranza.
Stefania Giammillaro
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Poetessa, critica e saggista, tradotta in inglese, francese, arabo e spagnolo. Suoi testi sono presenti nell’antologia: Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012) e il poemetto A distanze minime è in «Almanacco dello Specchio» (Mondadori, 2010).Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Terra magra (Il Convivio, 2023), finalista al Premio Camaiore 2023, La seconda voce (Transeuropa, 2018), vincitore del Premio Lago Gerundo 2019, Codice terrestre (La Vita Felice, 2008) e L’estinzione del lupo (Empiria, 2012). Ha curato con L.Cannillo La Biblioteca delle voci (Edizioni Joker, 2006). Interviste a 25 poeti italiani. Ha scritto testi per la musica, libretti d’opera, andati in scena nei maggiori teatri italiani, con le musiche di Carlo Galante.
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