IL DIARIO DI DAFNE - Ester Guglielmino - Sull’inverno e sulla sua ultima neve
Horatius,
Carmina, I, 9
Vides ut alta stet nive candidum
Soracte nec iam sustineant onus
silvae laborantes geluque
flumina constiterint acuto.
Dissolve frigus ligna super foco
large reponens atque benignius
deprome quadrimum Sabina
o Thaliarche, merum diota.
Permitte divis cetera, qui simul
stravere ventos aequore fervido
deproeliantes, nec cupressi
nec veteres agitantur orni.
Quid sit
futurum cras, fuge quaerere et,
quem Fors dierum cumque dabit, lucro
adpone nec dulces amores
sperne, puer, neque tu choreas,
donec virenti canities abest
morosa. Nunc et campus et areae
lenesque sub noctem susurri
composita repetantur hora,
nunc et latentis proditor intimo
gratus puellae risus ab angulo
pignusque dereptum lacertis
aut digito male pertinaci.
Orazio,
Odi, I, 9
Guarda la neve che imbianca tutto
il
Soratte e gli alberi che gemono
al suo
peso, i fiumi rappresi
nella
morsa del gelo.
Sciogli
questo freddo, Taliarco,
e
legna, legna aggiungi al focolare;
poi
senza calcolo versa vino vecchio
da
un'anfora sabina.
Lascia
il resto agli dei: quando placano
sul
mare in burrasca la furia dei venti,
non
trema più nemmeno un cipresso,
un
frassino cadente.
Smettila
di chiederti cosa sarà domani,
e
qualunque giorno la fortuna ti conceda
segnalo
tra gli utili. Se ancora lontana
è la
vecchiaia fastidiosa
dalla
tua verde età, non disprezzare, ragazzo,
gli
amori teneri e le danze. Ora ti chiamano
l'arena,
le piazze e i sussurri lievi
di un
convegno alla sera,
il
riso soffocato che ti rivela l'angolo
segreto
dove si nasconde il tuo amore,
il
pegno strappato da un braccio
o da
un dito che resiste appena.
(trad. di Mario Ramous, 1954)
Me
lo sono sempre immaginato davanti alla finestra, Orazio. Lo sguardo
grande, silenzioso, capace di abbracciare in un secondo quella luminescenza di infinito.
E il Soratte lì davanti, immobile, bianco, maestoso, quasi un gigante buono
rassegnato a incanutire le sue selve di gelo e di mistero. E poi silenzio tutto
intorno, il silenzio profondo e nudo del sonno dell’inverno, ma il silenzio del
cuore pure, che sperimenta la discrasia eterna del voler vivere per sempre e
del dover morire. Me lo sono sempre immaginato, Orazio, con un peso non leggero
sopra il cuore, come un uomo che ha saputo attraversare umili e potenti, sogni di
gloria e fughe repentine, ma quell’immagine non è mai andata disgiunta dalla
percezione di un sorriso, il sorriso di chi sa guardare così lontano da poter mettere
a fuoco ciò che gli rimane più vicino. E allora eccola lì la legna affastellata
in ordine accanto al focolare e il vino buono portato dalle mani del servo più
fidato, come chi sa brindare stringendo fra le labbra la consapevolezza lieve
che tutto ha già un suo corso stabilito. Metriótes (μετριότης) non vuol
certo dire rinnegare la forza potente delle gioie e dei dolori, dimenticare le
disgrazie che ti precipitano sulla strada come improvvise slogature, ignorare la
passione degli eventi che ti bussa alla porta durante la bufera, metriótes
vuol dire tenere in equilibrio un piede avanti all’altro lungo un ripido
crinale, perseguire una serenità di intenti che si frapponga al mezzo degli
eventi, porsi dinnanzi alla vita come chi gioca con le carte tutte aperte:
niente assi nella manica, né numeri segreti nel ventre antico della cabala,
solo la forza di resistere all’urto del reale, puntando sull’equilibrio puro di
contrastanti prospettive. E poi l’autárkeia (αὐτάρκεια) come allenamento
costante del proprio essere e reagire, l’autosufficienza di chi non elemosina
facili rimedi né rassicuranti previsioni. Autárkeia vuol dire
allontanare ogni vampa che ti brucia, prendere tutto col giusto senso transitorio
che la vita ti richiede. Non ci saranno amori che durano in eterno, né sconfitte
nere su cui non si possa battere a festa con il piede, non ci saranno assolti per
sempre davanti ai tribunali né sventure tetre che non incontrino una fine. Ci
sarai tu al centro esatto delle cose, albero maestro che tiene la vela dritta
davanti a ogni bufera. Riduci all’osso ogni bisogno che ritrovi esterno il suo
soddisfacimento, discrimina bene cosa ti serve da cosa ti è superfluo, creati
una bolla d’aria libera al tuo intorno, di un azzurro tenue che nessuna
tempesta possa mai scalfire. Basta a te stesso se sei un uomo saggio, chiedi il
giusto e che il giusto sia sempre meno di quello che avresti chiesto. Per
vivere con dignità impara questa breve e semplice ricetta e non importa se tu
sia ancora verde e inesperto come il giovane Taliarco, il freddo non conosce
età per chiederti di pagare pegno. Non vedi, com’è calmo il vento ora? Nessun
cipresso si agita, nessuna foglia si sfoglia sopra i rami. Lascia in balìa di
un dio segreto il tuo destino, certo che non potrai mai controllarne il corso
per davvero. Concentrati sul calore di questo fuoco appena acceso, sulla
dolcezza calma di queste labili parole, sulla felicità a tempo che ti dona alcune
volte il cuore. Non disdegnare di vivere quel poco di certo che ogni giorno si segna
a tuo guadagno: il tepore delle mezze stagioni, la serenità dell’esserci qui e
ora, il passo lieve dell’amore che si nasconde nell’angolo più riposto della
casa. Sii saggio anche tu, filtra il vino dell’attesa, guarda dalla finestra e
immergi il tuo sguardo nella materia pulsante della vita. Ama, danza, sorridi,
tralascia quel tanto che ti sfugge come sabbia fine tra le mani. È questa l’unica
deità concessa agli uomini: capire che ogni inverno prima o poi dovrà finire in
un’altra primavera.


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