FRAGMENTA - Deborah Prestileo - Chi muore nel dirti addio
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| Deborah Prestileo |
In Tre madri, Fabrizio De André
prende la crocifissione, il cuore simbolico dell’occidente cristiano, e la
sottrae alla liturgia per esporla alla sua nudità più intollerabile:
l’esperienza del dolore umano. Non a caso, la canzone nasce all’interno de La
buona novella, un disco che dialoga con i vangeli apocrifi per incrinare la
versione ieratica e pacificata del racconto cristiano.
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| Fabrizio De Andrè |
Sin dal suo incipit, il testo destabilizza l’ordine
simbolico: “Tito, non sei figlio di Dio / ma c’è chi muore nel dirti addio”:
in questa gerarchia capovolta, anche chi non è destinato alla resurrezione può
avvicinarsi a un po’ di azzurro. Anche se Tito, il ladrone, non avrà un
racconto che lo riscatti né un vangelo che lo salvi né, figuriamoci, la
speranza di un ritorno, ha, adesso, nel vederlo morire, qualcuno che muore. In
questo, nell’amore di una madre, Tito non è secondo nemmeno a Cristo. Subito
dopo, “Dimaco, ignori chi fu tuo padre / ma più di te muore tua madre” cancella
ogni residuo di giudizio morale: a che importano l’origine, la colpa, la legge?
Davanti a un ventre materno saccheggiato e annientato e prostrato, una teologia
non è più possibile. La morte, allora, diventa duplice: perché, certo, muore
chi è inchiodato sulla croce, ma muore anche chi resta giù, ai suoi piedi.
Questa è esattamente la stessa frattura che
attraversa Requiem di Anna Achmatova, poema scritto durante gli
anni delle purghe staliniane, quando il figlio Lev Gumilëv venne deportato al
carcere di Leningrado. Anche qui il centro è tutt’altro che il figlio eroe, il
figlio martire, il figlio colpevole. A farsi centro è la condizione di chi
attende, la madre che aspetta che il figlio torni a casa. “Diciassette mesi
che grido, / ti chiamo a casa”. La madre, è lei la condannata. Alla
sopravvivenza, ovviamente, perché la sua cessa di essere vita quando cessa la
vita della sua vita.
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| Kuzma Petrov-Vodkin. Ritratto di Anna Akhmatova, 1922 |
Lo strappo definitivo arriva con “Figlio nel
sangue, figlio nel cuore / e chi ti chiama ‘Nostro Signore”. Da una parte
c’è il figlio reale, biologico, irripetibile; dall’altra il Cristo appropriato
dalla comunità, dalla fede, dalla storia. È la stessa spersonalizzazione che
Achmatova denuncia quando la violenza dello Stato riduce i figli a casi, a
numeri, a colpe astratte. E quando De André scrive “Nella fatica del tuo sorriso
/ cerca un ritaglio di Paradiso”, sembra rispondere direttamente a quei “fiori
polverosi”: il Paradiso è un’invenzione disperata, un tentativo tutto umano
di sopportare l’insopportabile.
“Ti portò cieco questo mio ventre / come nel grembo
e adesso in croce.” Il figlio nasce cieco e muore
cieco, ignaro del destino che lo attraversa. La croce diventa grembo rovesciato,
gestazione senza nascita. “Ti chiama amore questa mia voce”: contro Dio,
contro la storia, contro la teologia, resta una sola parola, elementare e
assoluta. L’amore. È la stessa fedeltà radicale che attraversa Requiem, in“dritto negli occhi mi fissa / e una prossima morte minaccia / l’enorme
stella”.
E, infine, il verso che annienta ogni filosofia del
sacrificio: “Non fossi stato figlio di Dio / t’avrei ancora per figlio mio”.
Maria preferisce un figlio mortale a un Dio sottratto, la fragilità alla
gloria, la vita limitata alla salvezza universale. È lo stesso rifiuto
silenzioso che attraversa Requiem: nessuna idea, nessuna fede, nessuna
Storia vale quanto un figlio vivo.
Tre madri e Requiem parlano la
stessa lingua tragica e necessaria: una lingua che oppone la maternità al
potere, il corpo al mito, l’amore a ogni senso imposto dall’alto. In entrambe,
il dolore non chiede di essere giustificato né redento, semplicemente riconosciuto.
Perché nessuna fede e nessuna ideologia possono dirsi innocenti se pretendono
di assorbire la perdita, di trasformare un figlio in un simbolo. E alla fine resta
una e una sola verità, la più elementare: nessuna resurrezione vale un figlio
vivo.




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