FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi – OLTRE LA PERDITA

 

Hannes Caspar ph.

Dove ti sei perduta

da quale dove non torni,

assediata

bruci senza origine.

Questo fuoco

deve trovare le sue parole

pronunciare condizioni

di smarrimento dire:

«Sei l’unica me che ho

torna a casa».

 [Chandra Livia Candiani, "La domanda della sete", Einaudi 2020]


Ho imparato negli anni a dilatarmi, farmi elastico e tornare al punto di partenza. Ho mantenuto il centro a fuoco, per poco, e poi di nuovo sfocatura e dispersione. Come vetro appannato e dietro io, lo stesso volto di sempre. Lo stesso gesto a ricordare la materia fragile che mi compone. Lo scarto che resta appiccicato addosso mentre si staccano vecchie convinzioni. Una ad una, come strati di pelle. Cambiarla, la pelle.

Ho imparato il vuoto, che contiene tutto il divenire. Dove la vita si modella su se stessa, fa i conti con se stessa e trasfigura il sogno. Ho imparato a navigare nella nebbia e in mezzo al caos dell’incertezza. Restare salda al senso dell'andare — non sapere la rotta ma tenere a mente la luce. La fiducia che muove la barca tra le onde quando è mare mosso fuori e dentro. Più dentro sempre. Il bene fatto che non si dice e l'amore, che a volte torna indietro. Collisione. Sbagliare a prendere misure, appartenere e confondersi. Non volere altro. Nell’altro sparire, prima di essere. Troppo stretta la vita o troppo larga, da cucire addosso. Addosso sentire tutto, anche ciò che non si deve.

Mancava l'aria di notte, di giorno si parlava a fatica. Sentivo l'ansia singhiozzare e fare compagnia, invadere poi. Sottotrama e sottotraccia. Subdola e silenziosa come la domanda perenne – ossessionarsi. Un macigno sul cuore il peso di ogni azione – non arrendersi. Lanciare ipotesi al destino, lasciare il cammino, ritrovarlo. Talvolta procedere talvolta arrestarsi. Stare, vuoto dentro al vuoto. Dal buio una nuova iniziazione. La luce nera. Nel passo fermo un transito, come una nuova luna – un segno nel segno – a rischiarare i pensieri-foschia. Troppi e tutti insieme addensare. Fare spazio, mente lucida. Ancorarsi alle sponde. Aggrapparsi forte alla vita.

 

Quando sei stanca,

disossata dai pensieri,

basta guardare il cielo.

Svanisci, diventando

smisurata, sei nettare di zero. [*1]

 

Avvicinarsi all'orlo delle nuvole e danzare su parole di neve che si sciolgono nella voce. Ad annaspare, nella voce tenere tutti i dolori del mondo. Io che il controllo delle emozioni non l'ho mai avuto. Controllare il mondo le sue pene. Ho sempre dovuto faticare a riposizionarmi al centro di me stessa, ad afferrare il nocciolo delle questioni – a fare perno ai vortici – a mantenere l'equilibrio anche quando camminavo, un piede dietro l'altro eppure barcollare – mi sbilanciavo a oltrepassare il margine. Come scrivere fuori dalle righe. Fuori dalle pagine. E poi giravo intorno e sempre mi sfuggiva la premessa. Fotografare scrivere. La palude delle parole. Riemergere. Istanti che se ne vanno troppo in fretta. La fretta mi fa fare male le cose. Mi contrappone ad esse. Le cose, il loro nome. Ed io, un passo dietro alle cose. Di un passo, dietro al nome.

 

[…] solo conta / conta i respiri / come fossero monete / per passare oltre te, / l'orizzonte opaco / del nome. [*2]

 

[…] Allora niente, / vivo in una nuvola di luce / dove tutto rabbrividisce / e fa parola, allora bevo / all'orlo del mondo / alla sua fontana. [*3]

 

Fermarsi alla soglia. Confini chiari precisi. Costruire recinti di protezione. La sacralità dello spazio vitale a tutela della propria identità. L’identità del mondo. Di nuovo fare i conti con le misure. Fare i conti, io? E poi i limiti, i confini. Gli orari. Del disequilibrio ho fatto ragione del dirigermi altrove. Del tempo un tempo senza ricordo. Senza perdita. La perdita stessa il tempo. Il tempo della perdita. Il sostare è sempre stato lo sparpagliamento di me, qua e là. Raccogliersi. Smistare. Ricomporre il bisogno.

 

E allora “si sta. / Soli e improvvisati / abbandonati e senza senso / si sta, frastornati / e vuoti. Si sta”. [*4]

 

Il desiderio di autenticità è il salto che costringe ad abbassare le maschere e guardarsi. Far saltare tutte le costruzioni tutti i ruoli. Non esiste più il personaggio esisto io con la mia verità – non poter più recitare. Non potersi nascondere, sono pronta? L'abbandono del controllo è il costo della me allo specchio che ho scrutato a lungo, la rinuncia ad ogni protezione. La perdita della storia passata, il suo ripetersi: stesse prove fino a quando non si impara la lezione. Spezzare i cicli. Prepararsi all’uscita di Saturno. Indietro torna tutto, per essere lasciato.

Fare chiarezza una volta per sempre. Ma per sempre una volta non può bastare. Mostrare la propria debolezza ma essere fedeli al passo. Alla direzione che chiama. Svestirsi. Abbandonare il controllo. Essere custodi del segno. Contenere albe.

 

E l'indomabile fiducia / accucciata fuori dalla porta / come un cane folle di devozione / dorme sonni / che contengono alba. [*5]

 

E questo battere e levare che ora tiene il tempo alla mia vita, alla mia voce dentro ogni parola che funziona. Che la parola poi non deve funzionare deve vivere. Fino a reggere tutto il fiato ridere – oltre la perdita – il naufragio a cui si sopravvive. Come le parti di me che ho ritrovato.

 

Tutto è a rischio. Custodisci.

 

Hannes Caspar ph.

Non ci sono più

sono andata via

silenziosissima.

La mia vita

è spoglia di me.

E tutto brilla.

 [Chandra Livia Candiani, "Fatti vivo", Einaudi 2020]

 

 

  

 

Riferimenti

[*1] Chandra Livia Candiani, Pane del bosco, Einaudi 2023

[*2,4,5] Chandra Livia Candiani, Fatti vivo, Einaudi 2017

[*3] Chandra Livia Candiani, La bambina pugile, Einaudi 2014

[*6] Chandra Livia Candiani, La domanda della sete, Einaudi 2020

 

https://youtu.be/_9ea_QTRAJw?si=kLdPJ3wGLqa5qv6A


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