FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi – OLTRE LA PERDITA
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| Hannes Caspar ph. |
Dove
ti sei perduta
da
quale dove non torni,
assediata
bruci
senza origine.
Questo
fuoco
deve
trovare le sue parole
pronunciare
condizioni
di
smarrimento dire:
«Sei
l’unica me che ho
torna
a casa».
Ho imparato negli anni a dilatarmi,
farmi elastico e tornare al punto di partenza. Ho mantenuto il centro a fuoco,
per poco, e poi di nuovo sfocatura e dispersione. Come vetro appannato e dietro
io, lo stesso volto di sempre. Lo stesso gesto a ricordare la materia fragile
che mi compone. Lo scarto che resta appiccicato addosso mentre si staccano vecchie
convinzioni. Una ad una, come strati di pelle. Cambiarla, la pelle.
Ho imparato il vuoto, che contiene tutto
il divenire. Dove la vita si modella su se stessa, fa i conti con se stessa e
trasfigura il sogno. Ho imparato a navigare nella nebbia e in mezzo al caos
dell’incertezza. Restare salda al senso dell'andare — non sapere la rotta ma
tenere a mente la luce. La fiducia che muove la barca tra le onde quando è mare
mosso fuori e dentro. Più dentro sempre. Il bene fatto che non si dice e l'amore,
che a volte torna indietro. Collisione. Sbagliare a prendere misure,
appartenere e confondersi. Non volere altro. Nell’altro sparire, prima di
essere. Troppo stretta la vita o troppo larga, da cucire addosso. Addosso
sentire tutto, anche ciò che non si deve.
Mancava l'aria di notte, di giorno si
parlava a fatica. Sentivo l'ansia singhiozzare e fare compagnia, invadere poi. Sottotrama
e sottotraccia. Subdola e silenziosa come la domanda perenne – ossessionarsi. Un
macigno sul cuore il peso di ogni azione – non arrendersi. Lanciare ipotesi al
destino, lasciare il cammino, ritrovarlo. Talvolta procedere talvolta
arrestarsi. Stare, vuoto dentro al vuoto. Dal buio una nuova iniziazione. La luce nera. Nel passo fermo un transito,
come una nuova luna – un segno nel segno – a rischiarare i pensieri-foschia.
Troppi e tutti insieme addensare. Fare spazio, mente lucida. Ancorarsi
alle sponde. Aggrapparsi forte alla vita.
Quando sei stanca,
disossata dai pensieri,
basta guardare il cielo.
Svanisci, diventando
smisurata, sei nettare di zero.
[*1]
Avvicinarsi all'orlo delle nuvole e danzare su parole di neve che si sciolgono nella voce. Ad annaspare, nella voce tenere tutti i dolori del mondo. Io che il controllo delle emozioni non l'ho mai avuto. Controllare il mondo le sue pene. Ho sempre dovuto faticare a riposizionarmi al centro di me stessa, ad afferrare il nocciolo delle questioni – a fare perno ai vortici – a mantenere l'equilibrio anche quando camminavo, un piede dietro l'altro eppure barcollare – mi sbilanciavo a oltrepassare il margine. Come scrivere fuori dalle righe. Fuori dalle pagine. E poi giravo intorno e sempre mi sfuggiva la premessa. Fotografare scrivere. La palude delle parole. Riemergere. Istanti che se ne vanno troppo in fretta. La fretta mi fa fare male le cose. Mi contrappone ad esse. Le cose, il loro nome. Ed io, un passo dietro alle cose. Di un passo, dietro al nome.
[…] solo conta / conta i respiri / come fossero monete / per
passare oltre te, / l'orizzonte opaco / del nome. [*2]
[…] Allora niente, / vivo in una nuvola di luce / dove tutto
rabbrividisce / e fa parola, allora bevo / all'orlo del mondo / alla sua
fontana. [*3]
Fermarsi alla soglia. Confini chiari
precisi. Costruire recinti di protezione. La sacralità dello spazio vitale a
tutela della propria identità. L’identità del mondo. Di nuovo fare i conti con
le misure. Fare i conti, io? E poi i limiti, i confini. Gli orari. Del
disequilibrio ho fatto ragione del dirigermi altrove. Del tempo un tempo senza
ricordo. Senza perdita. La perdita stessa il tempo. Il tempo della perdita. Il
sostare è sempre stato lo sparpagliamento di me, qua e là. Raccogliersi.
Smistare. Ricomporre il bisogno.
E allora “si sta. / Soli e improvvisati / abbandonati e
senza senso / si sta, frastornati / e vuoti. Si sta”. [*4]
Il desiderio di autenticità è il salto
che costringe ad abbassare le maschere e guardarsi. Far saltare tutte le
costruzioni tutti i ruoli. Non esiste più il personaggio esisto io con la mia
verità – non poter più recitare. Non potersi nascondere, sono pronta? L'abbandono
del controllo è il costo della me allo specchio che ho scrutato a lungo, la
rinuncia ad ogni protezione. La perdita della storia passata, il suo ripetersi:
stesse prove fino a quando non si impara la lezione. Spezzare i cicli. Prepararsi
all’uscita di Saturno. Indietro torna tutto, per essere lasciato.
Fare chiarezza una volta per sempre. Ma
per sempre una volta non può bastare. Mostrare la propria debolezza ma essere
fedeli al passo. Alla direzione che chiama. Svestirsi. Abbandonare il
controllo. Essere custodi del segno. Contenere
albe.
E l'indomabile fiducia / accucciata fuori dalla porta / come un
cane folle di devozione / dorme
sonni / che contengono alba. [*5]
E questo battere e levare che ora tiene
il tempo alla mia vita, alla mia voce dentro ogni parola che funziona. Che la
parola poi non deve funzionare deve vivere. Fino a reggere tutto il fiato ridere
– oltre la perdita – il naufragio a cui si sopravvive. Come le parti di me che ho
ritrovato.
Tutto è a rischio.
Custodisci.
| Hannes Caspar ph. |
Non ci sono più
sono andata via
silenziosissima.
La mia vita
è spoglia di me.
E tutto brilla.
Riferimenti
[*1] Chandra Livia Candiani, Pane del bosco, Einaudi 2023
[*2,4,5] Chandra
Livia Candiani,
Fatti vivo, Einaudi 2017
[*3] Chandra Livia Candiani, La bambina pugile, Einaudi
2014
[*6] Chandra
Livia Candiani, La domanda della sete, Einaudi 2020
https://youtu.be/_9ea_QTRAJw?si=kLdPJ3wGLqa5qv6A


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