CRONACHE A MANAGUA - Davide Toffoli su Sonia Gentili, UN GIORNO DI GUERRA, Aragno 2024

 

Sonia Gentili, Un giorno di guerra, Aragno 2024

L’ultimo lavoro in versi di Sonia Gentili toc

ca il tema, attualissimo, della realtà come “Un giorno di guerra”. Una guerra che, sin dalla nascita, tutti i viventi si trovano a combattere per restare vivi, attraversando le guerre storiche del passato e dei giorni nostri, e la battaglia più silenziosa, ma non meno dirompente, dell’amore e della perdita. In una fitta dialettica tra interezza e frammento, tra l’immagine e il suo negativo, il libro ragiona profondamente sulla ciclicità e sul ritorno delle stagioni, lavorando sulla frammentazione e sul disfacimento del senso, e propone una “cosmogonia” che inglobi la guerra, senza ridurla impropriamente ad una deviazione dal corso normale delle cose. Ne scaturisce una riattualizzazione della storia, che riconsegna al tempo il suo respiro lirico, in grado di ricomprendere passato e futuro, cronaca e intimità, grande Storia e storie quotidiane, in una percezione che riesce a conservare la visione mitico-simbolica delle cose.

In Sonia Gentili la poesia non è semplicemente una forma, ma piuttosto un movimento verso la forma, nel quale poeta e lettore vivono un’esperienza simile, che è prima di tutto esperienza del mondo.

La prima sezione, ALBA, si apre con la splendida Favola, in cui “Gli animali / non ancora formati dalla luce sentono / la loro voce fendere / breve il vento e poi morire / nell’aria che attorno / si richiude”. Un’immagine esemplare in costante e inesorabile trasformazione, che ci fa percepire il reale prima come suono e subito dopo come forma, con l’esistenza come lotta, come guerra per “fuggire la paura”. Alberi rafforza immediatamente la concentrazione di una vita che preesiste alla vista o alla percezione di immagini (“Radici toccavano / radici senza mai / guardarsi. Conoscevamo / senza pensiero / e pensavamo senza / immagini. Eravamo / immagini senza risveglio”). La vita dell’uomo è piccola cosa al cospetto del Tempo, una piccola danza tra suoni che ci preesistono e ci sopravvivono (“Corno / tamburo / lontananza”), mentre “Il tuono ha respirato / e siamo morti. Quando il lampo / ha illuminato il tempo non c’erano più occhi / e il mondo è apparso”. È quindi la luce a farci prendere coscienza delle forme e dei corpi.

Segue la sezione GUERRA e, soprattutto qua, il tempo della realtà è un giorno di guerra, dove ogni soldato somiglia al nemico che vuole combattere (“Un soldato arabo ha / sparato. Sua madre era il deserto / o il disertore che si era / perso”). Ogni uomo, ogni soldato è “specchio di fango, occhio / della terra per incrociare lo sguardo / di chi cade e dirgli siamo / da qualche parte nel deserto / che ogni giorno è solo, è cieco / e spara”. Il testo, poi, che fornisce il titolo al libro, si apre quasi con un presagio di lutto: “Sei il morto nell’acquitrino, sei la strada / su cui si bucano le ruote, nella sera / sei il corpo che fa un rumore / di preghiera, sei nessuno / per nessuno e senti il mondo diventare nero”. Venire al mondo è guerra. Scrive con grande chiarezza e lucidità Alessandro Canzian che il verso di Gentili muta continuamente velocità e lunghezza passando dalla descrizione densa di assonanze e allitterazioni alla visionarietà dell’immagine evocata, alla lapidarietà quasi apodittica senza possibilità d’appello né speranza. Grande la potenza dell’immagine e della parola: “Edipo è il suo oracolo / se sa scrivere il suo nome / ma il nome è senza sillabe e le ali / chiuse sono del morto / sul ciglio della strada”. Chiude la sezione una splendida Preghiera, profondamente laica, che è uno sguardo intimo sul mondo: “Che i nostri corpi passino / col sole, vòlti gli uni verso / gli altri per vita, per calore, / per desiderio d’ombra a sera / assorti nel dondolio del sé ormeggiato / in porto e poi di notte soli, più / lontano, alla fine / degli alberi davanti / alle forme anteriori”.

La terza, NEVE, è sezione enigmatica e suggestiva, aperta da un testo in francese dal titolo Neiges d’antan, che evoca una celebre ballata di François Villon. La dialettica è tra l’oscurità e la luce e “la prova dell’esistenza / è nella neve”; e “se noi siamo giardini / innevati / del nostro esserci / amati”; ma anche tra musica e silenzio.

Segue ROMA 1944/2024, sezione dedicata alla guerra di ieri, e aperta da Via Rasella, testo che inizia con la minuscola, a sottolineare un discorso che continua, e si sublima nell’immagine indelebile di quel gesto di resistenza compiuto da Rosario Bentivegna. Ci stupisce “il nano Elia”, personaggio immaginario che muore “sotto / la contraerea a Piazza Armenia”. Ci si sofferma con lo sguardo sull’Arco di Costantino e su una Roma portatrice di storia, quando “La grande porta è vuota / nella sera. L’arco indifferente lascia / da secoli sparire sotto di sé / l’antica strada”. Mentre su una fermata d’autobus a Ponte Galeria, in un “manifesto con su / scritto: Fratelli d’Italia” leggiamo che “siamo pronti. A cosa? / Anche loro a uccidere, dicono i bambini”, in un inquietante presagio di guerra e di morte. Una città che ha abbattuto la sua storia per far posto al “nuovo / imperatore dalle mani giunte”, mentre “Nel chiosco / dei giornali si comprano le facce / delle divinità distrutte, in / fotografia”.

Nella quinta sezione, MADRE E BAMBINA, tornano luce e silenzio, con un’enigmatica sposa e una bambina immobile “e i suoi occhi / attraverso il vetro”, che regalano un’immagine tutt’altro che rassicurante. Madre e bambina che si incontrano ad Herat e si abbracciano nel sonno, quando “quella notte / salvarsi voleva dire perdersi”. Ci si muove nell’ombra e “qui niente / più si vede: nel verde / e nel sole il buio / è grande e sento / che ridi nell’abbraccio e credo / che ora noi, madre / e bambina, siamo un’ombra / nel frassino che canta”. Ruba lo sguardo la donna di Herat, con il burka a coprirle il viso: “forse sono un’arma se ho una rete / sugli occhi e sento che i miei spari / si colmano di sabbia come i passi / senza uscita sulle mura”. È l’iterazione a scandire l’insistenza del verso, in un’evidente tensione tra Reale e Ideale. Elettra, Demetra, Persefone, figure archetipiche che si affacciano sul Tempo, mentre “Tu, figlia, resti sonno / di bambina e madre accanto / ma sei sepolta: sei dove non / puoi ma io ti farò / tornare”.

La guerra delle relazioni affettive si completa in CASA, sesta sezione, mentre “Precipitano i passi nella stanza. Un bambino / raccoglie il suo quaderno” e “La casa ora sprofonda dentro al fiume / come un suono che scompare” e deflagra nel silenzio dell’interiorità. Si spegne la luce e “la materia / della notte è una clessidra / soffocata dal tempo che mastica / la pietra e in essa vibra / muto”. È “l’ultimo avamposto / nel deserto”. Una casa condannata dal bosco che “distende i suoi tre manti: tempo, notte, / dimenticanza”. In questo luogo oscuro prende vita una Driade, “ninfa che il bosco chiude / nei suoi rami” e affronta “il buio tra le piante e l’animale / che i rami cullano e imprigionano: / il cuore della bestia senza casa / che ha trascinato a perdersi / tra i rami”. L’uomo è condannato alla quotidianità.

La settima sezione, RITORNO, si apre con un “vecchio che fuma al bar dentro la sera né giovane / né vecchia, solo bella, che accarezza, fredda / come deve la bellezza, il caldo sporco della / sigaretta”. Prosegue con “L’uomo che non guarda”, nei cui occhi “niente ha fine perché niente / ha inizio”. Frequenti i ribaltamenti dell’immagine o della percezione della stessa. Frequente anche l’immagine dell’uomo che beve, metafora vivente di colui che pur dai margini non si rassegna a non cercare la verità. “Il vecchio è l’ora ultima / del giorno // nebbia sotto costa // un uomo chiama / nessuno risponde nessuno / fa ritorno”. Incontriamo anche gli archetipi potenti e continuamente in mutevole movimento di Ulisse e di Orfeo. La ninfa, Nereide, stavolta appartiene al mare ed è proprio a quest’ultimo che si rivolge: “vivere in un tempo / che non muta in onda la forma / della vita, tu, mare, / nemmeno sai se sia mai / stato”.

GIOCO è l’ottava sezione e comprendiamo subito che sono gli Dei a giocare con gli uomini (proprio come accade, appunto, nell’Iliade). Anche in questo caso la sezione si apre con la minuscola, a sottolineare un discorso che, da sempre, si ripete. Con l’uomo a indagare il mistero: “anche il tuo cielo crollerà, / signore, e solo allora veramente / ci ameremo: coi corpi senza altra / meta che la terra e la morte / delle foglie bagnate / di mistero”. Ma forse è proprio il poeta “il dio che gioca a carte / con se stesso”; “da sempre il mare è ciò che non possiede / e vi si specchia”.

La sezione conclusiva è VOCE e si apre nel mito tragico di Saffo che si getta in mare dalla rupe (“Nei miei occhi il giorno è alto / sulla rupe, troppo alto per vedere / qualcosa di più alto: la mia voce”). Perché “ogni giorno è figlio / di un silenzio e il suo soltanto è madre / della voce dell’onda in cui la luce / in un istante fissa / e dissolve la sua / forma”. La mimesis come rappresentazione: non più specchio di qualcosa di immutabile, ma traccia di un’epifania momentanea di un qualcosa in continuo mutamento. Poeta infatti è chi, nel buio, ha “urtato / la forma delle cose che sanno solo / esistere, chiuse e inaccessibili” e che, all’alba, le scopre sulla propria pelle “in forma di ferita”. E quindi ne scrive.

E ogni giorno non può che essere “un giorno di guerra”.   

 




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