CERCANDO LE CHIAVI - Anna Segre - L'ombra del dono

 


Ma parliamo del regalo. Lo sapete che nei libri di antropologia culturale, il capitolo dedicato al regalo nelle varie popolazioni e civiltà è di almeno tanto così? (fa un segno di libro spesso con pollice e indice).

Il regalo, lo dice l’etimo, è legato al re, alla corte, al giudizio sociale.

Il regalo è violenza, ricatto, trappola.

Chiedi ai Troiani. Timeo danaos et dona ferentes.

Ecco.

Temili.

E poi sono incartati. Pare che la sorpresa sia un’emozione prevalentemente negativa per la maggior parte delle persone.

C’era la madre perfida di una mia amica che metteva pezzetti di frutta marcia nelle scatolette per anelli, ne faceva un pacchetto col fiocco e lo buttava dal suo balcone al primo piano per strada, sul marciapiede. E aspettava, nascosta dietro la finestra. Godeva a vedere il malcapitato che, stupito e speranzoso, raccoglieva e apriva il mefitico minuscolo pacchetto. La faccia schifata e orripilata della preda. Perché era chiaramente una forma di caccia con esca.

C’era una popolazione della profonda Africa sadiodove che funzionava così:

il villaggio A faceva un regalo al villaggio B, metti un paio antilopi da fare alla brace.

Il villaggio B doveva ricambiare con almeno tre antilopi, se non aggiungendo qualche zanna d’elefante.

Il villaggio A, a questo punto, per dimostrare che poteva permettersi quello ed altro, arrivava con mezzo elefante e due chili d’argento.

Il villaggio B, non potendo perdere la faccia, per ricambiare si separava dai suoi preziosi piatti d’oro e dalla sua scorta di legni per profumare i riti propiziatori.

E così via, fino alla rovina economica dei due villaggi.

Perché uccidersi vicendevolmente, quando si può regalare un ordigno psichico senza spargimento di sangue? Alla fine, il primo dei due villaggi che non poteva più vivere per la povertà, diventava schiavo dell’altro. Festa finita.

Il regalo è guerra, simmetria emotiva, sfida.

L’umiliazione di ricevere qualcosa di talmente prezioso, da non poter mai ricambiare.

Il regalo è un atto di potere.

Il regalo obbliga, insinua, pretende.

Il regalo evade una pratica.

Non accettare regali dagli sconosciuti.

Certe oscene bomboniere. Certi vestiti immettibili. Certi oggetti irricevibili.

Si sa perfettamente cosa mi piace, i coltelli, gli arnesi, insomma la ferramenta, la lana, le graphic novel, la cioccolata fondente.

Eppure ogni compleanno puntualmente le persone più care mi regalano le cose più sbagliate. Sono esasperata da quest’obbligo che li fa diventare idioti e che infine obbliga me a buttar via il frutto della loro inutile spesa. Perché sia chiaro: non ho nessuna remora a buttar via.

Siccome me lo regali, me lo devo tenere?

Siccome me lo regali, ti devo ringraziare?

Siccome me lo regali, me lo devo mangiare? Mettere? Usare? Leggere?

Sai quanto vale lo spazio che abitiamo? Un tot al metro quadro che non sono disposta a compromettere, inquinare, ingombrare con ciò che non mi corrisponde.

C’è una tale violenza nella tradizione di fare regali, che negarla ne è un’ulteriore conferma.

Ci inchiniamo a ringraziare, comunque sia, perché ‘a caval donato non si guarda in bocca’.

Chi ti fa un regalo non vede l’ora di vedertelo scartare, la tua sorpresa (positiva, lui se l’aspetta positiva, entusiasta), il tuo apprezzamento, il rinsaldarsi del legame tramite l’oggetto, la metafora dell’anello, della penna, dell’orologio.

Il mutuo affettivo dell’auto. Quei genitori che regalano la macchina al figlio. Tipo.

Comunque il regalatore se lo mette a credito, su questo non ci piove. E chi riceve abbassa la testa, umiliato dal proprio bisogno? Vergognandosi del proprio piacere? Sicuramente una sudditanza.

Tantopiù quando si tratta di gioielli: collane guinzagli d’oro, anelli di proprietà al dito, ‘braccialetti’ d’argento. Evidenze di schiavitù.

Siccome mi hai fatto un regalo, devo essere gentile con te?

Il regalo come la pisciata del cane sul suo territorio. Sei mia. Indossa i vestiti che ti ho comprato, mettiti la biancheria intima che ho scelto per te.

Quanta ipocrisia negli enti che donano, ti chiedi sempre perché lo stanno facendo. E le risposte che ti dai sono: per scaricarseli dalle tasse, per farsi belli agli occhi del mondo, per ripulire denaro sporco. Ti sfido a trovarmi altre molto più sensate motivazioni, che dovrebbero esserci, ma sappiamo intimamente, profondamente, certamente, che non ci sono. E bada bene che nominare l’ipocrisia in un contesto sociale è il massimo dell’ipocrisia.

Noi non diamo. Potremmo essere non facili al dare, in assoluto.

Mio padre era avaro.

Così avaro, che lo sbeffeggiavo dentro di me, attribuendogli la retroeiaculazione, per non sprecare nemmeno il seme.

Così avaro che ogni oggetto assumeva un significato altissimo e anche noi prendemmo a considerare il possesso delle cose come difficile, prezioso, importante. Avere era potere.

Sono portata a pensare che dare sia difficile, in assoluto, pur sapendo che non è così.

Non è bella l’avarizia. Ed è oscena l’intima cupidigia, come fosse una paura di carestia, di rovina, che costringe al risparmio di sguardo sull’altro. L’avarizia è un sintomo psichiatrico a tutto spessore: si è avari di sguardo, di abbraccio, di tempo, uh, sul tempo si può essere i paperon de paperoni dei minuti risparmiati, si può essere avari di passaggi in macchina, di applausi, di like, di riconoscimento del valore dell’altro. Come se, non dando, ce ne venisse in tasca qualcosa a noi.

 

Se avessimo guardato attentamente, avremmo saputo cosa donare, a dispetto di qualsiasi prezzo. E se avessimo davvero visto l’altro, non ci sarebbe la questione del prezzo, perché sarebbe la mia carezza rispetto alla tua carezza. Un gesto rispetto a un altro gesto. Ci siamo viste e abbiamo voluto il bene dell’altra, anche tramite un qualcosa. Che poi è la metafora del mio capirti, del tuo intuirmi.

Quanta ambiguità nel dare e avere! E quanto dare e avere abbiamo noi nelle nostre interazioni interpersonali! Il regalo è la computabilità del dare, come un denaro, come la conta dei rapporti sessuali nelle coppie che si stanno separando.

E tutti sappiamo che non è perché non fanno più l’amore, ma per mille altre infinitesime

ferite

e incomprensioni

e incomunicabilità

e distacchi

e bracci di ferro

e stalli interpersonali.

Quanto sono buona, nel dare.

Siccome do, sono migliore. Vorrebbe dire che ho una pessima opinione di me, se per comparirti davanti, devo farmi precedere da un regalo. Timbro un cartellino di merito e mi sento assolta, piazzata al posto giusto, come se il regalo fosse un biglietto d’entrata per la stima.

Ammettiamolo, orsù, di comprare cose che piacciono a noi, che agiamo quest’obbligo seguendo noi stessi e non l’altro.

La giostra dei regali è la buttata in caciara del volersi bene, una finzione pericolosa, un corsetto sociale. Le cose, le cose, le cose. Dal regno delle ombre vengono evocate l’avarizia e la cupidigia come contraltare del Natale.

Siamo avari. E posseduti da una cupidigia che riempie le stanze della mente togliendo aria.

Perché, diciamocelo, l’avarizia è un calcolo sbagliato delle risorse. Esatto, calcolare in un contesto dove il calcolo è la negazione del divino tra noi.

E la cupidigia è il porno del desiderare.


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