ALLONTANARSI DALLA LINEA GIALLA - Stefania Giammillaro - La signora con i sandali

 

Allontanarsi dalla linea gialla

Alle 7:38 del mattino prendeva con me il treno una donna alta, dai tratti e profilo nordici, circondati da un morbido caschetto biondo. Insieme attendevamo il parziale anticipo che ci concedevamo rispetto all’orario d’arrivo previsto e sempre insieme ne condividevamo ritardi ed affollamento. La osservavo attentamente, ogni volta, quasi a squadrarla e notavo che indossava dei sandali alti, ma al contempo comodi grazie alla larghezza del tacco e al plateau anteriore. Ho da sempre nutrito una vivida ammirazione per chi riusciva a viaggiare anche per brevi tratte, con tacchi al seguito.

Giorno dopo giorno, l’outfit cambiava, tranne la chioma: perfettamente liscia e pettinata con cura. Tutto perfetto, tranne… i sandali. Sempre gli stessi: stesso tacco, stesso plateau, stesso colore beige spento, stesso smalto rosso amaranto ai piedi. Tanto che pensai ad un’abitudine dettata da una divisa o prossima ad una divisa che avrebbe dovuto indossare al lavoro.

Solo una certezza aveva cominciato ad insinuarsi dentro me, fino a corroborarsi sempre più: non poteva che essere straniera. Benché non l’avessi mai sentita parlare, anche quelle rare volte che abbiamo condiviso il sedile, sedute strette come denti - citando Anne Carson - per me era e non poteva che essere una lavoratrice fuori sede e fuori paese, un po’ come me, d’altronde.

L’ufficializzazione delle mie sensazioni arrivò quando, a novembre inoltrato, in Toscana si registrò un brusco abbassamento delle temperature, tale da far presagire - a ragione - un inverno piuttosto rigido. Alla vista del suo caschetto che prendeva forma, lasciando sempre più spazio alla figura intera, a mano a mano che saliva le scale di accesso al binario 8, dove si sarebbe fermato il nostro treno, rimasi immobile a vivisezionare ogni attimo antecedente al gran finale. Ebbene, quando l’ultimo scalino fu sorpassato dal fantomatico sandalo beige tacco 10, ogni conferma alle mie percezioni si cristallizzò definitivamente. Solo una svedese o russa o polacca, ucraina, danese, inglese, norvegese avrebbe potuto continuare ad avere i piedi scoperti, a non soffrire il freddo insomma!

Poi arrivò Dicembre e le sue piogge torrenziali. Un giorno arrivai davvero poco prima che si chiudessero le porte, sul punto di perdere il treno. Evidentemente anche la donna con i sandali non era lì da molto più tempo di me, considerando che varcammo insieme la soglia del vagone. Non potevo credere ai miei occhi: il caschetto biondo era coperto da un berrettino grigio, che lasciava spazio solo a dei ciuffetti sotto il mento, che ne rimarcavano il perfetto taglio da carrè parigino, solo poco più scalato. E poi…gli occhi, di un celeste ceruleo, evidenziati dalla stessa matita marrone scuro, leggermente sbiadita ai lati.

il resto del corpo era tutto avvolto da un cappottino bombato nero con la zip al centro. Infine, incredibilmente, degli stivali grigi antipioggia, avevano sostituito i sandali beige!

Lo stesso giorno condividemmo non solo la traversata Pisa – Firenze, ma anche il viaggio in tram. Lei incontrò delle amiche che la salutarono e… altro colpo di scena: la signora con i sandali beige era pienamente, profondamente, autenticamente …Italiana!

Raggiunsi l’ufficio soverchiata da un mix caliginoso di umori, in mezzo al quale, di tanto in tanto, si affacciava qualche domanda del tipo: "Ma come poteva essere possibile? Com'era possibile che granitiche convinzioni potessero crollare così rovinosamente?"

Prese forma nella mia mente una barriera a specchio, o, meglio ancora, una campana di vetro, nella quale feci entrare tutte quelle occasioni di conoscenza mancate o di pensieri sbagliati, di fraintendimenti o percezioni errate su persone che avevo incrociato sul mio cammino di vita. Esattamente come la signora con i sandali, non potevano che essere stranieri ed indossare i sandali, senza che ci fosse spazio o margine per il minimo dubbio, contraddizione o, peggio ancora, contraddittorio.

Quante volte restiamo imprigionati dentro la cella che noi stessi costruiamo? Preferiamo ululare, pigolare, abbaiare da lì dentro, lamentandoci di essere rimasti chiusi o che qualcuno ci abbia chiuso lì dentro, senza minimamente tentare di uscire, di aprire un varco, una chance, una possibilità di ascolto, di sguardo. Aldo Penna scriveva: “Delle prigioni che ho abitato, di tutte possedevo la chiave”. Ma spesso neanche la cerchiamo la chiave! Neanche ci abbassiamo, ci sforziamo, ci inginocchiamo per vedere se c’è, se è caduta per terra, se si è nascosta in qualche anfratto dentro la shopping bag. No! Ci lamentiamo, ci disperiamo, in attesa che qualcuno ci apra, magari chiedendoci il perché di tutta quella lagna visto che la porta…era sempre rimasta aperta!

Quante volte restiamo ottusi dentro le nostre posizioni, forti dell’esperienza, dell’età, del sensitivismo cosmico, auto celebrativi del nostro empatico intuito, senza protendere un orecchio verso l’altro, ascoltarlo… Un fatto che non implica necessariamente cambiare opinione (o posizione), ma “aggiungere” un altro punto di vista. Anche perché se aggiungi ti arricchisci e se aggiungi sai di aver sondato una soluzione alternativa a quella da te inizialmente delineata. Se alla fine confermi quest’ultima, saprai di averlo fatto nella scelta libera, non nella chiusa convinzione.

Neanche una settimana fa, riuscii a prendere il treno di ritorno delle 18:30. Avevo iniziato di buon'ora a lavorare, dimezzando la pausa pranzo e avevo deciso di premiarmi uscendo con una mezz’oretta in anticipo. Il treno era già pieno e dentro di me avanzava l’interrogativo senza risposta: “Ma tutti sti cristiani ogni ionnu, ma picchì? Ma chi fannu?”

Trovai posto accanto ad una vecchina dagli evidentissimi tratti asiatici, dal viso smunto e dalla lunga chioma bianca raccolta da un fermaglio a mezza coda, la quale, sebbene l’età, sfoggiava una grande borsa sportiva a marchio Puma di un iridescente rosa shocking. Leggeva. Rimase tutto il tempo in silenzio a leggere. Dal mio angolo visuale, sembravano caratteri occidentali, ma di certo erano in inglese. Quando iniziò a sistemarsi per scendere, mi chiese in perfetto italiano da madre lingua se potessi tenerle il libro, che scoprii essere anch’esso in italiano. Sorrisi a lei e anche a me, appoggiandomi la fronte sul palmo della mano, avvinta dall’amara constatazione che ci fossi cascata di nuovo.

Proprio in quel momento realizzai come, dal giorno dei rain-boots, non avessi più visto la signora con i sandali.


Immaginare una bimba già grande

nella sua bellezza donna,

ravvisarne tratti simili alla madre

e temere di farsi accorgere dalla sorella

in balìa del cruccio di non essere all'altezza

 

Unire i punti tra sguardi commossi e

gesti gentili come quei disegni per bambini

che consegnano l'armonia

di un pensiero accennato, ma latente

 

E tracciare grappoli di gente

andare incontro al pellegrinaggio dell'addio diluito

dal distrarsi su dove collocare i bagagli

o dalle dita-telefono che chiedono

di chiamare "appena arrivi"

e di "non dimenticare"

e ...non "dimenticarmi"

 

Incrociare infine il pianto

di chi aveva appena salutato separando

luoghi, confini, destini

nel passaggio del minuto dopo

e rispondere: “sì ti capisco,

anch'io ogni volta sento

che quando parto muoio dentro".

 


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