A PROPOSITO DI LUCCIOLE - Francesca Romana Rotella - Nella carne delle donne
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| Francesca Romana Rotella |
Mi ricoverarono alla trentesima settimana di
gravidanza.
Ero andata al Policlinico per un esame, forse
uno dei due feti era tachicardico, forse avevo le contrazioni, sicuramente era
una gravidanza a rischio: sindrome da trasfusione feto fetale, forse.
Ho trascorso oltre un mese all’Umberto Primo di
Roma nel reparto di ginecologia e ostetricia.
Era una stanza da tre letti, era fine agosto, in
un mese non so quante donne ho conosciuto, quante storie ho ascoltato, loro
entravano e uscivano, io rimanevo.
C’era una neomamma giovane, bella e bionda,
partorita la bambina, uscì dopo solo due giorni. Appena dopo il parto, il
marito. dandole un bacio sulla fronte, le disse: “domani non posso venire a
trovarti, gioca la Lazio”; la bambina era sana, lei era felice.
C’era una donna sopra i quarant’anni che aveva
incontrato l’amore tardi, era il secondo tentativo di FIVET, non sapeva di
essere incinta. Purtroppo, aveva avuto un precedente aborto spontaneo, ma c’era
anche un altro embrione di cui non si erano accorti, ora un nuovo aborto e
malediceva d’aver ripreso subito a lavorare, malediceva di non aver capito di
essere incinta, malediceva il fatto che ogni piccolo frammento, insignificante
elemento del quotidiano, fosse un ostacolo insormontabile al suo desiderio di maternità,
ogni cosa le era contro.
C’era una donna del Bangladesh, sapeva di
cumino, non parlava italiano, ma mi chiedeva ossessivamente se nel vitto ci
fosse del maiale: “c’è maiale?” e io pazientemente: “no”. Me lo
chiedeva anche quando portavano la colazione, le mele o le pesche, “c’è
maiale?” alla fine speravo solo che lasciasse l’ospedale il prima
possibile.
C’era una donna che era stata picchiata dal
marito mentre era incinta, avrebbe abortito.
Lui era seduto davanti a me quando lei mi disse
“m’ha dato i calci sulla panza mentre stavo per tera”, lui, guardandomi:
“ma te l’ha detto ‘sta matta che ce n’avemo già tre de fiji?”
Signor giudice è un'attenuante?
C’era una donna di Capoverde, le prestai il
libro “Gabriella, garofano e cannella”, faceva fatica a leggere in
italiano, ma era felice di provarci. Aveva già un figlio di una decina d’anni
avuto da una precedente relazione. Il nuovo compagno era molto romano e un po’
vecchio, la veniva a trovare con il ragazzino, non mi sembravano felici, lei ci
provava per tutti e quattro, si chiamava Dulce, e lo era davvero.
C’era una donna stupida, che girava
costantemente per la stanza senza mutande, con un babydoll corto. La venivano a
trovare il marito e il figlioletto di cinque anni, aveva avuto minacce
d’aborto. Il figlioletto era triste, il marito non me lo ricordo, lei era
stupida.
C’era una donna sull’orlo dei quaranta,
finalmente aveva avuto il figlio tanto atteso, era felice, 2 chili e ottocento
grammi.
C’era una donna sui 45, scelse di interrompere
la gravidanza. “Prendo delle medicine per un problema di salute, è
rischioso, poi, ho già due figli grandi e una certa età”, mi disse.
Non possono e non devono essere giudicate le
donne per le loro scelte, aggiunsi io.
Trovai incomprensibile e crudele aver messo
insieme donne felici e donne tristi, segmenti di vita troppo distanti.
C’è già un dolore muto, c’è già una gioia
assordante, perché dover sentire le urla laceranti delle altre?
La sanità deve ancora molto alle donne, abbiamo
un credito enorme, continuiamo a lottare unite per i diritti di tutte.
(La biografia dell'autrice è disponibile al link https://finestrelama.blogspot.com/p/redazione-esterna.html)


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