CASA POESIA - Emanuela Mannino su Profumo di liquirizia di Pietro Edoardo Mallegni

 

Emanuela Mannino

Profumo di Liquirizia è l’ultima raccolta poetica di Pietro Edoardo Mallegni, autore che ha all’attivo diverse pubblicazioni poetiche e riconoscimenti di settore.

Il titolo reca già in sé un primo indizio contestuale, un paradosso quasi sinestetico tra l’odore piacevole della liquirizia e il sapore retrogusto amaro della stessa. Una metafora di vita quotidiana percepita in tutta la sua forza espressiva ed attrattiva, al contempo foriera di amara malinconia. La Bellezza della vita amata, ricercata, e conglobata in stati umorali contradditori ma irrinunciabili, eviscerati dalla poesia stessa. 

Il mondo che il poeta porge è la descrizione puntuale, cruda, realistica ma a vocazione simbolica d’altro, del proprio mondo lavorativo, ovvero quello della ristorazione, con uso frequente di un lessico culinario, ispirato al mondo gastronomico.

Diversi autori, in passato, hanno fatto un utilizzo specifico di termini lessicali afferenti al cibo, dandone sia una connotazione descrittiva di usi e costumi, sia una connotazione simbolica, quale metafora di vita e talvolta, di morte. Alcuni autori hanno, inoltre, ripreso terminologie specifiche e procedure culinarie, come meta-narrazione di epoche infantili incasellate nel tempo presente. 

Ricordiamo, come nella Bibbia via sia un passaggio del Cantico dei Cantici dedicato alla frutta. “Sostenetemi con focacce d’uva passa, rinfrancatemi con le mele, perché io sono malata d’amore”. 

I componimenti di Giovanni Pascoli contengono riferimenti a utensili, tradizioni, ricette, come nelle opere: "La piada" e "Il desinare". I vari componimenti dell’autore, con riferimenti al cibo, assumono valenza trasformatrice di comportamenti umani. Al contempo sono correlati alla tradizione familiare e locale. Fanno da collante di memorie infanti congiunte al tempo presente. Il banchetto, momento conviviale per antonomasia, è metafora di vita-morte.

Giuseppe Parini, nell’opera Il Giorno, utilizza riferimenti al cibo, in accezione didascalica, a denuncia di un’epoca da lui ritenuta ipocrita, in particolare tramite la satira riferita all’aristocrazia, come nella Vergine Cuccia, ove è contenuto un riferimento ai vegetariani che erano tanto di moda.

Altra satira culinaria è quella di Guido Gozzano che cita  i peccati di gola delle nobildonne dell’Ottocento.

Gianni Rodari  scrive i versi “pedagogici” in rima, dedicati al pane e ai pesci.

Pablo Neruda, nelle Odi elementari, utilizza il cibo come metafora di bellezza, di vita, di comunione tra esseri umani.

Aldo Fabrizi celebra l’aspetto giocoso e gioioso del cibo, attraverso la versificazione di ricette culinarie golose.

Infine, per citare un altro dei numerosi esempi di autori che hanno adottato termini culinari, ricordiamo Dacia Maraini e la raccolta di poesie Mangiami pure,  in particolare la poesia “Va bene, mangiami pure”, nella quale sono contenuti riferimenti sessuali, erotici e sottili sfumature di moti interiori veicolati dalle parole del cibo.

In Mallegni il cibo è linguaggio poetico che assume una forza evocativa di grande poliedricità. Esso è metafora di contraddizioni, di spaesamento, di vita e morte che coabitano nella stessa casa. Un frigorifero che dovrebbe servire a conservare il nutrimento vitale per l’essere umano, a dare certezze di  scorte di esistenza, ricorda all’uomo che tutto è provvisorio, dissonante che ciò che non ha senso, ha senso in quanto intraducibile. E quando l’uomo, poi,  si dimentica del compito di se stesso, arriva a vedere il mondo con occhi diversi, perdendosi  in esso, sogna di compenetrarsene, sino quasi a sparire.


Strana è la vergogna:

come, in frigo i corbezzoli,

 a fianco di cicale e acciughe,

sono il mio consenso all’intraducibile.

Sordo e cieco e con  parole perse,

sparse per il mio essere,

come nelle favole,

per ritrovare casa.

Disteso sulla mia assenza,

ascolto il gorgogliare il sole

i turisti, la gioventù,

l’idiozia.


E mi perdo, con lo sguardo,

nell’orizzonte, la sabbia

tra i miei piedi, laggiù

fra il silicio e la sporcizia,

sogno affogarmi.


Il cibo con i suoi rimandi sensoriali sinestetici, con gli strumenti per cucinare, è anche metafora di trasformazione e di snodi evolutivi.


Era un odore di pane il mio, di mais dolce

tostato e ferrosa sensazione

di materiale e asfalto. 


Gusti che si tradiscono, questi anni sono

e storie di vino e di bruttezze

che ci descrivono.


(…)

Un colino di magie grandi, capperi e

alluminio e sali sparsi ovunque.

La penna vicino alla planetaria

e fogli sporchi di tartaro e carbone.

(…)


Pietro Edoardo Mallegni offre al lettore poesie intrise di movimenti icastici poliedrici. I versi liberi hanno un respiro crepuscolare, talvolta velatamente criptico, oscillano tra la malinconia e il distacco emotivo, sono fortemente sensoriali, carichi di riferimenti naturalistici. Sono presenti venature ironiche e pennellature di surrealismo. Le immagini di grande forza evocativa si susseguono in modo quasi compulsivo a dettagliare la denuncia di una realtà che all’autore sta stretta, un globo di humanitas che via via prende nota del proprio esistere, attraverso la scrittura stessa. 

Caratteristica pregnante del movimento interiore della silloge, considerata come un corpo materico vivente, è il fluire contemporaneo di più dimensioni temporali, dal passato illusorio dell’infanzia al futuro anelato grigio-rosa, al presente sempre più radicato che si fa rifugio di silenzio e nutrimento interiore per scenari divergenti possibili.

Si percepisce una sorta di dissociazione esistenziale tra la realtà infante, illusoria ed effimera e la realtà ormai adulta, che fa i conti con il vuoto, con la tangibilità del senso di perdita del tempo, con la sensazione di non essere mai pienamente realizzato né amato per chi si è stato, si è, si può essere.  Tale coacervo di stati umorali è una frattura provvisoria, è frammento di un dinamismo sfociato in una sorta di movimento riparatore, ove gli opposti mondi confluiscono, si fondono e aprono aneliti ribelli al futuro possibile. 


Una steppa incolta, nel quale perdersi,

è agghiacciante l’amore d’ognuno

del sentirsi altrui.

Una bugia: il mio pentirmi,

il mancamento mi morde

dietro alla fantasia;

tanto vorrei essere voi,

e dedicarmi alle leggerezze,

alla raccolta dei denti degli alberi.


Ma questo impegnarsi a vivere,

questo sentirsi ecosistema,

contare i giorni come

ingredienti di una spesa,

sono la ruggine delle foglie

del mio esistere,

un fungo imperfetto;

l’oidio dell’anima.


Un sintomo: la vita

e mantenersi vivo

è inconcludente.


Il poeta traccia l’identikit di un uomo che non si accontenta della quotidianità, dei suoi schemi e significati socialmente acquisiti. Un uomo che scavalca il muro di se stesso, non ammette rese comode, non ammette di essere uguale agli uguali. Sente il peso del proprio potenziale autentico da non soffocare, da non conteggiare con i giorni altrui, da non relegare, a un’etica culturale passiva. Talvolta il poeta vorrebbe non avere pensieri, sentirsi leggero come molti, come chi pensa di saperne di più, vorrebbe avere le risposte che gli altri sembrano avere, presi a dare testimonianza e mostra della propria memoria biologica, della propria vita, come e  più degli anelli di un albero, come i denti degli alberi. I denti degli alberi quale personificazione simbolica, quasi ironica, suggeriscono la denuncia della presunzione umana di saper vivere e dell’aver saputo mordere la vita.

Per il poeta, in fondo, esistere è un assioma vitale, ed è detestabile inseguire sempre una spiegazione, come un’ideale di ordine supremo che includa l’essere umano nell’ecosistema dei viventi. Il desiderio razionale più cocente è lasciare che la propria vita in quanto tale, basti a sé, senza compiti né esami, senza elucubrazioni spinte all’eccesso. La vita pensata si connota come dato di fatto, è  atto palese dell’esistere; ogni sforzo sovraumano meta-esistenziale non porta a buoni frutti. Occorre lasciarsi svolgere, nei meandri dell’irrazionale, resistendo agli attacchi dell’autocompiacimento passivo. Osare tutte le possibilità. La malattia e la morte, arriveranno comunque.


Nere unghie di tumori,

si stancheranno delle tue consistenze,

sgretolandoti sarai parte di draghi d’asfalto,

e niente che tombini e scarafaggi,

non possano digerire saranno le tue carni.

Il divenire di sé,

a me annoia, mortalmente.


Pregnante in Mallegni il conflitto tra desiderio e realtà nella consapevolezza del provvisorio. Conflitto che solo le distanze consapevoli sembrano poter risolvere.

La prima distanza è quella agita da sé e dalla propria bestia, ma anche dagli schemi mentali preconfezionati, persino dai propri sogni. Altra fondamentale distanza scaturisce dal  profondo senso di straniamento rispetto al mondo altrui. E’ un disvelamento parziale: all’ermeneutica  del vivere c’è un un limite. Persino il cielo vuole congedarsi dall’essere cielo, in una sana libera follia, seme d’ignoto per il futuro possibile.




Sagome in buio.

Sagome che sussurrano

ai fiumi che asciugano.

Dissolversi nei ruoli,

nei tetti delle case,

incastonate negli incendi del fegato.

Le distanze che funzionano.


Ho visto la mia intimità,

la nudità dei miei sogni

che vogliono cambiare,

nella bestia che sono.

(…)

Oltre l’interpretazione,

anche il cielo

vuole la sua parte di pazzia.


Uno dei  temi ricorrenti è la consapevolezza della frammentazione di senso nonostante i tentativi di riparazione e l’accettazione dei propri limiti umani

(…)

Una dissestata sensazione di umano,

questo si sceglie.

Una vana luce che scolorisca

un po' il mondo.


Altro  tema, è l’universale della proiezione paterna sul futuro filiale. 

Rispetto alla precedente silloge, “Il Nulla” (Europa Edizioni, 2020) nella quale permaneva una visione di paternità sospesa tra l’onirico e il reale, tra il desiderio di essere e apparire forte al figlio e l’autocondanna dell’immagine imperfetta di sé, in Profumo di Liquirizia, pregnante sembra essere lo slancio di  fiducia verso il futuro rappresentato dai figli, e una maggiore serenità e accettazione di sé.


L’amore dei padri,

le speranze dei figli,

la fiducia.


A loro, il secondo sguardo

e non ho occhi abbastanza forti

per risparmiare lacrime.


Mallegni adotta uno stile che risente del movimento poetico-artistico del DinAminismo fondato da Zairo Ferrante.

I versi denotano un’alternanza di registri stilistici, dal descrittivo al simbolico filosofico. Presenti, inoltre, immagini che richiamano la pittura naturalista del Caravaggio, toni impressionisti, cromature di senso. Il tutto, offerto spesso in modo vertiginoso, con ritmo incalzante e intrecci di livelli tematici.

Le immagini che rimandano alla Natura,  al corpo umano, sono talvolta spietate, crude, hanno un respiro atavico. Il poeta si serve di esse per esprimere  la propria centratura sul vivere, al contempo per ricordarsi di mantenere sempre un occhio vigile, nello stato di quiete apparente.


(…)

Immergi l’occhio dentro questo rosso mare

pieno di carcasse, carezza la rigidità

singolare di gusci e cadaveri e, infine, riposa.

Cagionati forza alle unghie, pareti

Troppo lisce che la vita costringe a scalare.


Riposati e dondolati.

tra schiere di carapaci e assassini.


Nel complesso, Profumo di Liquirizia si caratterizza quale opera di pregio, per  ricchezza di registri linguistici, per lessico colto, per originalità d’uso delle figure retoriche di significato, per la capacità di entrare sino al midollo della propria coscienza,  di vivisezionare pensieri, sensazioni, sentimenti, emozioni, trascinando il lettore dentro a un’esistenza densa di sfumature, in più dimensioni spazio-temporali.

E’ un poeta che grida la vita che resiste, che va salvata, nonostante la solitudine, il vuoto,  lo smarrimento, il bisogno di sentirsi amati tra le fratture del mondo.

Sottili venature che ricordano il mito e la tragedia greca, emergono ricomponendosi in un equilibrio di toni icastici,  a vantaggio di un pathos di grande godibilità. 


Città, mare, marinai e inferno dipinto di blu,

crudeli eretti titani e abissi, dove nascondersi;

spiagge, isole e grotte nere di sabbia e di plastica,

cingiti ai tuoi simili, tra Atlante e Nettuno,

vicino ai cari, diffida di questi aerei che cavalcano l’acqua,

dei mostri che li abitano e delle loro carezze,

tutte uguali, uniche rese dalla minaccia che sono.


Il tuo nido, fulmini e burrasca e tutti gli dei del mare,

ti videro nascere; la paura divenne la nostra casa.

Pinne e coda e occhi grandi come l’aurora,

la fame di tutto, questo eredita,

di tutto, oggi, c’è mancanza:

dei tuoi parenti, dei tuoi simili, di grotte e cibo

non tumorale, che non somigli a un cappio.

(…)


Profumo di Liquirizia merita una lettura approfondita, è miniera di senso. Seppur con delle ricorrenze tematiche è possibile, infatti,  scovare intrecci di dinamismi. Lo sguardo introspettivo del poeta è un mare a più profondità, un abisso oscuro che dona riflessi trasparenti di grande forza e bellezza. 

Lo stile richiama il Crepuscolarismo per alcuni tratti emotivi, ovvero la malinconia, la solitudine, per una velata autoironia e un diffuso senso di morte ma, per le caratteristiche peculiari delle immagini veicolate dai versi, animate da una chiara impronta modernista, il contributo poetico del Mallegni si potrebbe quasi definire Neo-Crepuscolare. E’ un poeta, infatti, che grida la vita che resiste, che va salvata, nonostante la solitudine, il vuoto,  lo smarrimento, il bisogno di sentirsi amati tra le crepe e le contraddizioni della propria vita e del mondo. E’ un poeta che reagisce agli smottamenti esistenziali senza cedere a un lirismo vittimista e carcerante. Se tutto cessasse di esistere, se il poeta uomo, smettesse di sentire il mondo, se non provasse nemmeno dolore, si sentirebbe solo, così solo che persino il rifugiarsi nella propria giovinezza, nei ricordi, sarebbe un vagare vano. 

Punti fermi del viaggio ermeneutico, quali ad esempio, tronchi e amanti, la parte più viva, sarebbero inutili, un ulteriore attaccamento di sé a sé, una prigione.  Per il poeta non si può fare a meno della propria vita: si ha comunque bisogno degli altri, di riconoscersi nei propri simili, è necessaria anche la fatica del vivere, accanto alle gioie. 

Gli studi del gusto, costituiscono àncora di salvezza e rivelano una continua trasposizione di senso: la ricerca di ciò che si avvicina al proprio piacere vitale, il piacere dell'anima. Il poeta utilizza riferimenti tangibili come legno, sangue/vita e morte. Persino un briciolo di  un nuovo modo di sentire la vita, è vitale. 

Il poeta cerca più la tensione esistenziale della ricerca che l'approdo finale. Questa tensione è vuoto tangibile, ineludibile e necessario; è concreto vivere, e tessitura di coscienza. Rivela e sancisce, al contempo,  la propria biografia ermeneutica: l’anti-oblio per eccellenza, e seme di nuove memorie. 


Umano peggiorare,

questo è il dimenticabile

avvenire notturno

che mi riservo.


Ostinarsi a vivere,

sentirsi parte di un tutto,

di un genere,

come santi e beati.


Il fervore dell’assenza

è il migliore cipiglio

al quale dare

il mio guaire,


Permane solo una goccia,

un ricordo del mio resistere

novizio alla vita





Pietro Edoardo Mallegni è nato a Carrara il 1° luglio 1995. Fin da piccolo nutre due grandi passioni: la cucina e la scrittura, amori che lo porteranno a intraprendere professionalmente la strada del cuoco e più marginalmente quella dell’appassionato scrittore di poesie. Nel 2013 ha pubblicato con la casa editrice“ Marco del Bucchia” la sua prima raccolta:“ Il dedalo in me”, nel 2015 pubblica un'altra raccolta intitolata “ Il Dio Dada” e si avvicina al movimento poetico-artistico italiano “Dinanimismo” guidato e fondato da Zairo Ferrante. Dopo la maturità viaggia molto per lavoro e nel 2017 diventa padre, così decide di tornare a vivere nella sua città , Massa, con la sua famiglia. Tra il 2019 e il 2021, ottiene diversi  riconoscimenti in più pubblica due raccolte di poesia intitolate “Neurocidio” e “Il nulla”. Tra il 2021 e il 2022 suoi vari testi vengono pubblicati su diverse testate giornalistiche online, tradotti in varie lingue, tra cui inglese, francese, spagnolo, arabo e cinese. Nel 2023 esce il suo ultimo libro intitolato “Profumo di liquirizia”  per la “RPlibri”. 


Pietro Edoardo Mallegni




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