Antonio D'Alonzo - Introduzione al pensiero ed all'opera di Coomaraswamy

 

Antonio D'Alonzo


Il singalese Ananda K. Coomaraswamy (1877-1917) è stato unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi indologi di tutti i tempi. Uomo dalla straordinaria e infinita erudizione, ha riscosso un certo credito - a differenza di Guénon - anche nel mondo accademico. Grande specialista dell’arte tradizionale orientale, è stato eccezionalmente prolifico nelle pubblicazioni (1).
Coomaraswamy si raccorda all’opera di Guénon intorno al 1917, spingendolo a fargli mutare opinione riguardo all’autenticità tradizionale del buddhismo (2)

Coomaraswamy nasce a Colombo, nell’isola di Ceylon, nell’agosto del 1877, in una famiglia colta ed importante, da padre singalese appartenente all’etnia Tamil e da madre inglese. Dopo la morte del padre, Coomaraswamy segue la madre in Inghilterra e si laurea in Geologia e Botanica a Londra, conseguendo un dottorato nelle stesse materie nel 1906. Successivamente si sposa una prima volta ed inizia ad effettuare una serie di ricerche sul campo che ricevono grandi attenzioni dal mondo accademico e scientifico, al punto che viene nominato responsabile delle ricerche mineralogiche a Ceylon. Una volta ritornato nel suo paese natale, Coomaraswamy inizia ad interessarsi alla produzione artistica dell’isola, raccogliendo un vastissimo materiale etnografico, aiutato dalla moglie, esperta fotografa (3).
Il perennialista singalese inizia a maturare idee di difesa dell’arte tradizionale, contro la culturalizzazione introdotta dalla civiltà occidentale moderna:


"E riconobbi che ciò è parte di tutto quello che sta accadendo in tutto il mondo, ossia la continua distruzione del carattere nazionale dell’individualità e dell’arte… la nostra civiltà orientale era qui duemila anni fa: il suo spirito sarà completamente annientato di fronte all’impatto con il nuovo mercantilismo di Occidente? Qualche volta penso che lo spirito orientale non sia morto, ma stia dormendo e possa ancora giocare un gran ruolo nella vita spirituale del mondo" (4)

A questo nuovo interesse per l’arte tradizionale, subentra l’impegno sociale per risvegliare la coscienza dei ceylonesi, abbagliati dalla seduzione della cultura occidentale moderna (5). Coomaraswamy, in questo periodo inizia ad elaborare le idee definitive sulla «Tradizione Primordiale» - che però il perennialista cingalese preferisce chiamare philosophiaperennis - che arriveranno a prendere una forma definitiva, solamente dopo i sessant’anni d’età.

Coomaraswamy inizia ad interessarsi al socialismo utopico ed idealistico di William Morris, alla poesia ricca di venature «alchemiche» di William Blake, al trascendentalismo americano, al pensiero di Friedrich Nietzsche, all’attività della Società Teosofica
Intanto sul piano personale, Coomaraswamy divorzia dalla prima moglie e si sposa una seconda volta con una musicista inglese: ma anche questo matrimonio avrà breve durata. 

Le sue pubblicazioni, al contrario della vita matrimoniale, vanno benissimo: con Rajput Painting (6) contribuisce a diffondere la pittura del Rajasthan e del Punjab, ed inizia ad essere conosciuto nel mondo degli storici d’arte, fino a ricevere la chiamata da parte del museo di Boston per diventare curatore della sezione dedicata all’arte indiana (7). Al museo di Boston, Coomaraswamy acquisisce un livello di erudizione enciclopedica, non soltanto nell’arte orientale, ma anche in quella islamica, in quella cristiana, ed in quella dei nativi americani, integrando queste conoscenze con lo studio delle dottrine metafisiche orientali ed occidentale, continuando a studiare anche la filosofia occidentale contemporanea. 

Nella Danza di Shiva, Coomaraswamy inizia a definire le idee base che accompagneranno la sua produzione nell’ultima stagione della sua vita, anche se ancora si mostra influenzato dalle correnti vitalistiche ed irrazionalistiche occidentali, come il trascendentalismo. Intanto si sposa una terza volta, anche se neanche questo matrimonio durerà a lungo. 

Negli anni Trenta, ormai sessantenne, si sposa una quarta e definitiva volta, arrivando finalmente anche ad elaborare una visione definitiva sul mondo della «Tradizione» e sulla perdita di valori spirituali della civiltà occidentale. In questo periodo, Coomaraswamy inizia a leggere i libri di Guénon, a cui dedica un testo (8) nel 1935, arrivando a definire il suo personale ruolo specifico rispetto all’opera di divulgazione del perennialista francese:

"La mia primaria funzione non è scrivere libri leggibili o articoli: questo è proprio il punto in cui la mia funzione differisce da quella di Guénon. Tutta la mia volontà di scrivere è indirizzata ai docenti ed agli specialisti, quelli che hanno indebolito il nostro senso dei valori recenti, la cui vantata erudizione si rivela realmente tanto superficiale. Penso che la rettificazione debba avvenire al livello di quella che si reputa la “vetta” e solo così essa troverà la sua via nelle scuole, nei libri e nelle enciclopedie" (9).

Come abbiamo visto, Coomaraswamy non parla mai di «Tradizione», ma piuttosto di «dottrina primordiale» o di philosophiaperennis. Coomaraswamy è stato definito l’autore più prolifico del New England, riscuotendo i favori del mondo accademico. Il grande storico rumeno delle religioni Mircea Eliade nei suoi testi citava sovente l’opera di Coomaraswamy, a differenza di quella di Guénon, probabilmente perché il perennialista francese, non menzionando mai le sue fonti, si rendeva sospetto al mondo accademico. Ne parla un altro grande esponente della corrente perennialista, Elémire Zolla nel suo Uscite dal Mondo:

"Come mai Eliade su Guénon preferì tacere? Credo perché Guénon parlava in nome di una conoscenza filosofico-matematica, senza preoccuparsi di argomentare con citazioni accademiche sufficienti. Talvolta le ignorava, ma fece capire di avere accesso ad altre e diverse fonti. Questo lo rese sospetto. Viceversa, Coomaraswamy faceva parte di un’ideale comunanza di studiosi delle religioni e delle arti, documentava in modo perfino eccessivo ogni asserzione. Fu accolto con favore" (10).

Come abbiamo visto, nei suoi libri, lo studioso singalese oltrepassa il campo dell’arte tradizionale indiana ed orientale. Le sue eccezionali conoscenze gli permettono di spaziare dalla storia del medioevo indiano ed europeo alla fenomenologia delle religioni, allo studio della mitologia comparata, all’estetica occidentale ed orientale. A differenza di Guénon, Coomaraswamy non è mai particolarmente polemico verso il mondo moderno; le sue opere hanno piuttosto un taglio enciclopedico che descrive comparativamente le metafisiche, i simboli, le iconografie e le culture sociali dell’Occidente e dell’Oriente.

Coomaraswamy, regala ai suoi libri un taglio enciclopedico (11), guardandosi bene dallo scrivere contro una corrente o una scuola spirituale, al contrario del perennialista francese, i cui toni corrosivi e polemici ad oltranza verso tutto quello che non riscuote la sua approvazione produce dei libri interamente volti alla demolizione dell’avversario di turno, dagli orientalisti, allo spiritismo di Kardec, alla Società Teosofica

Per Coomaraswamy la philosophia perennis è una dottrina metafisica, meta-storica e trans-storica di ordine superiore, il cui campo di applicazione riguarda tutto ciò che va oltre il visibile: «La filosofia metafisica chiamata perenne a causa della sua eternità, universalità e immutabilità… Ciò che è stato rivelato alle origini contiene implicitamente l’intera verità… la dottrina non ha storia» (12).

Questa dottrina eterna, secondo il perennialista singalese, permette di ricongiungerci al nostro Sé eterno che nella tradizione brahmanica ed in quella giainista corrisponde ad Ătman, mentre nel buddhismo la coscienza non può sopravvivere alla morte e ciò che entra nel Samsara è soltanto una fioca luce-coscienza che in nessun modo può corrispondere all’Ătman delle Upanishad e del Vedanta (13).

Per Coomaraswamy «Molti sono i sentieri che conducono alla vetta dell’unico e identico monte; le differenze tra questi sentieri sono tanto più visibili quanto più in basso ci si trova, ma esse svaniscono arrivando alla vetta» (14). Ed ancora: «per me l’eroe solare- il Sole divino- sempre la stessa Persona, col nome di Agni, Buddha, Gesù, Giasone, Sigurd, Ercole, Horus» (15).

Tuttavia, se è vero che tutte le strade portano all’unica vetta, per Coomaraswamy non tutti i percorsi sono uguali dal punto di vista ontologico, anche se le vie possiedono tutte la stessa dignità ed efficacia: «Mentre ci può essere solo una metafisica, non deve esserci solamente una varietà di religioni, ma una gerarchia di religioni, nelle quali la verità è più o meno adeguatamente espressa» (16)

Per Coomaraswamy il Gestalt, la forma exoterica per eccellenza è quella induista, così come Guénon e Schuon privilegiano l’islam. Coomaraswamy mostra una grande considerazione per la teologia e la dottrina cristiana, criticandone però lo spirito missionario e «la secolarizzazione e la distruzione delle culture esistenti e lo sradicamento degli individui» (17).

Come abbiamo visto, Coomaraswamy contribuisce a far cambiare idea a Guénon sul buddhismo, definendo l’induismo una dottrina che definisce ciò che siamo, mentre il buddhismo definisce ciò che non siamo (18). Interessante è la considerazione della funzione sacerdotale, che Coomaraswamy - d’accordo con Guénon ed in disaccordo da Evola - colloca al vertice della piramide sociale. Coomaraswamy, attraverso un’attenta lettura delle Upanishad e dell’Anguttara Nikaya- ma anche attingendo alle fonti delle antiche civiltà europee come quella celtica che considerava femminile l’essenza della guerra - associa la funzione «maschile», «virile» all’archetipo sacerdotale, mentre la polarità «femminile» e «passiva» è prerogativa della casta dei guerrieri.



Riferimenti:

1. A. Faivre, Histoire de la notion moderne… op. cit., 1999, p. 35.

2. Per una visione più ampia si rinvia a H. Zimmer, Filosofie e religioni… op. cit., 2001.

3. R.Lipsey, Coomaraswamy: his life and work, Bollingen Series LXXXIX, Princeton University Press 1977, pp. 11-13.

4. A. K. Coomaraswamy, BorrowedPlumes, Industrial School di Kandy, Ceylon, 1905, pp. 6-7.

5. R. Lipsey, Coomaraswamy: his life… op. cit., 1997, pp. 15-20

6. A. K. Coomaraswamy, Rajput Painting, B.R. Publishing Corporation, 1, 2003, pp. 10-12.

7. A. K. Coomaraswamy, op. cit., 2003, p. 18-19.

8.  A. K. Coomaraswamy, Sapienza Orientale e Cultura Occidentale, Rusconi, Milano, 1975, p. 78.

9. A. Moore, R. Coomaraswamy (a cura di) Selected letters of A. K. Coomaraswamy, Oxford University Press, 1988, p. 39.
10. E. Zolla, Uscite dal mondo, Adelphi, Milano, 1992, pp. 512-513.
11. R. Lipsey,Coomaraswamy: his life… op. cit.,1997, pp. 7-10.
12. A. K. Coomaraswamy, Methaphysics, CoomaraswamyA. K., Methaphysics, Princeton University Press; Reprint edition 1987, pp.434-435.
13. Per avere una visione più ampia si veda D. S. jr. Lopez, Che cos’è il Buddhismo, Astrolabio Ubaldini, Roma, 2002
14. A. K. Coomaraswamy, Sapienza Orientale e Cultura Occidentale, 1975, p. 74.
15. A. Moore, A. K. Coomaraswamy, Selected letters… op.cit., 1988.
16. A. K. Coomaraswamy, Methaphysics, op. cit, 1987, p.38.
17. A. K. Coomaraswamy, Sapienza Orientale…1975, p. 63.
18. Per avere una visione più ampia si veda il cap. La dottrina, in A. K. Coomaraswamy, Induismo e Buddhismo, Rusconi, Milano, 1973, 87-117.


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