POETICO ACCESSORIO - Claudia Olivero - Del tradurre e del tradire

Claudia Olivero

Il dibattito sul tema del tradurre e del tradire, del traduttore traditore, è sempre molto animato tra chi di traduzione si occupa. La prima volta ne ho sentito parlare all’università, quando la mia docente di Teoria e storia della traduzione, Rossella Bernascone, ci iniziò a questo concetto, che da allora trovo estremamente affascinante.

Dopo essermi imbattuta in alcuni articoli interessanti, ho deciso di consultare qualche dizionario, per capire meglio se tra queste due parole, tradurre e tradire, che così bene si accompagnano per forma e suono, ci possa essere anche una vicinanza semantica o lessicale.

Sul Vocabolario etimologico della lingua italiana, bello datato, ma generosamente consultabile online, trovo quanto segue:

Tradire: dal lat. tràdere dare, consegnare, mettere in mano. Composto della particella transoltreal di là, indicante trasmissione, e dere per dare, consegnare, offrire.

Il significato più usato e conosciuto non è però positivo ed è nell’episodio evangelico in cui Giuda consegna Gesù ai sommi sacerdoti, che nel tempo e nella cultura moderna si è fissato quello che oggi maggiormente utilizziamo. 

A sorpresa, invece, in francese, ha spesso il significato di scoprire, svelare, ovvero consegnare agli altri la cosa che ci è stata affidata: questo significato è quello che etimologicamente, per quanto riguarda la traduzione letteraria, e soprattutto poetica, mi piace di più.

Tradurre: dal lat. traducerefar passare, da transal di là e ducerecondurre. Ad esempio, far passare un’opera da una lingua a un’altra.


Se è dunque vero che queste due parole non hanno la stessa radice, è però innegabile che una connessione tra portare e consegnare ci sia. Certamente io posso portare una cosa senza consegnarla a nessuno, ma di contro non posso consegnare nulla che non abbia portato con me. Quindi tradurre, dal punto di vista meramente etimologico, può non essere un tradimento, ma il tradimento è, da un punto di vista linguistico, una forma di traduzione: consegnare, portare oltre, in un posto nuovo. Nel tradimento cosa consegno, dunque, e cosa porto oltre? 


Mi piace molto l’idea del tradurre come atto di portare un’opera oltre un margine, oltre la sua linea di partenza, facendole superare una frontiera immaginaria, quella linguistica e culturale, che allontana l’originale da se stesso, ma lo avvicina all’estraneo, che a sua volta lo accoglie come un figlio adottivo nella propria cultura.

E tradurre è, prima ancora che atto pratico e artigianale di lavoro sulla parola, un atto intimo di appropriazione dell’opera.

In tedesco, ad esempio, il verbo übersetzentradurre, ha anche il significato di portare sull’altra riva: come è bello immaginare un’opera, una poesia, avvistata dal nocchiero in mezzo a una furibonda nebbia, scelta tra milioni di altre poesie, adagiata sulla barca e dolcemente traghettata sulla riva opposta, dove una nuova lingua l’aspetta, e dove troverà nuovi avidi e golosi lettori.

E come mai potrebbe il traduttore-nocchiero prendere una poesia senza essere accusato di rapimento? Solo, ovviamente, se questa stessa poesia gli fosse stata consegnata da qualcuno… dal suo autore. Poco importa se in modo del tutto inconsapevole: chi scrive per un pubblico sa che ogni sua parola smette di appartenere al proprio cuore e alla propria voce, nel momento in cui raggiunge cuore e voce di un lettore.

Ed è dunque proprio l’atto di tradire, nel suo originale significato di consegnare, a far sì che la traduzione possa avere luogo. Se poi proseguiamo a giocare con la lingua, quel tradire è uno svelare, nell’atto di donare un nuovo senso all’opera, utilizzando una nuova lingua. Ogni traduzione, quindi, ha la potenzialità di svelare qualcosa di nuovo di se stessa, un senso che magari non era stato pensato in ugual modo dall’autore, ma che è nato dall’atto proprio del tradurre.

Anche l’inglese translate deriva dal latino, però non dal verbo traducere, bensì da transferre, con significato di trapiantare, trasferire. Non si tratta più quindi di condurre un’opera verso un nuovo destino, immagine che per me ha una valenza più intima, quasi materna, sicuramente educativa, ma decisamente più forte è l’idea di un lavoro manuale, agricolo: magari necessario per la sopravvivenza dell’opera stessa. E chissà quante volte è successo veramente che un’opera sia stata tramandata alla storia proprio grazie all’esistenza di una traduzione. 

Sono arrivata a queste riflessioni, tutt’altro che definitive, imbattendomi in un pensiero di Umberto Galimberti, in cui il filosofo parla del tradimento in termini più ovvi e meno letterari. 

Traducendo un testo, tradiamo il testo o il suo autore, il suo pensiero? Traducendo un testo lo riscriviamo, secondo il nostro senso e con la nostra abilità, oppure gli regaliamo un nuovo senso? 

Tradendo un testo gli facciamo un danno? Sempre? Ed è in questo caso un danno al testo o al suo autore? In che modo il traduttore si fa da parte o si insinua indissolubilmente e silenziosamente nel testo che traduce? A questo proposito farei anche riferimento al mio precedente articolo sulla traduzione di Pascoli da parte di Heaney (cfr. POETICO ACCESSORIO - Claudia Olivero - La traduzione di una poesia è essa stessa poesia ) in cui il premio nobel irlandese dichiara di avere decisamente tradito il testo originale, vuoi perché non conosceva perfettamente la lingua di partenza, vuoi per scelta artistica o elettiva. Però un risultato c’è stato, ed è sotto gli occhi di tutti coloro che avessero voglia di approfondire l’argomento.

Infine mi chiedo: la traduzione crea un testo nuovo che non ha nulla a che vedere con l’originale? I traduttori nel loro lavoro, se traducono poesia soprattutto, a volte provano a mantenere le rime, il ritmo, altre preferiscono mantenere il senso: chi ha ragione e perché? Personalmente, l’avevo già ammesso, amo leggere poesia tradotta. E quando conosco la lingua di partenza e ce l’ho a disposizione, mi piace andare a sbirciare l’originale e interrogarmi sulle scelte operate dal traduttore. Di solito si cerca di avere rispetto per il testo e il suo autore, e questo è giusto, ma a volte può anche essere catartico, come ha fatto Heaney, tradire e portarsi “a casa” la poesia, farla propria.

Perché tradurre non può semplicemente essere traslitterare.

Io non sono traduttrice di professione, però mi è capitato di cimentarmi qua e là con alcuni testi che mi avevano colpito particolarmente, talvolta a seguito di richieste di collaborazione o anche semplicemente perché la traduzione a disposizione non mi convinceva del tutto.

Di seguito potete leggerne alcuni.

Con l’augurio di un buon viaggio nella poesia e nella speranza che anche questa volta il poetico accessorio abbia accompagnato qualche curios* a saltellare tra i versi di chi della poesia ha fatto (o potrebbe fare, chissà) la storia!


LINGUISTICA, di Hilde Domin[1]

Devi parlare con l'albero da frutta.


Inventa una nuova lingua,

la lingua dei fiori di ciliegio,

parole dei fiori di melo,

parole rosa e bianche,

che il vento

porta via

silenzioso.


Confidati con l'albero da frutta

quando ti fanno un torto.


Impara a tacere

nella lingua bianca 

e rosa.

**


OH SI, di Charles Bukowski[2]

quando Dio creò l’amore non fece un favore a molti

quando Dio creò i cani non fece un favore ai cani

quando Dio creò le piante fu una cosa mediocre

quando Dio creò l’odio fu utile a tutti

quando Dio creò me creò me

quando Dio creò la scimmia era addormentato

quando creò la giraffa era ubriaco

quando creò i narcotici era fatto

e quando creò il suicidio era disfatto

quando Lui creò te distesa nel letto

lo sapeva bene cosa stava facendo

era ubriaco ed era fatto

e ha creato all’unisono le montagne e il mare e il fuoco

avrà fatto qualche errore

ma quando creò te distesa nel letto

da Lui uscì tutto il Suo Beato Universo.

**

Nella foresta del re c’è un

Matisse di plastica: IO

L’oscurità di agosto è

la prima oscurità autunnale – 

oscurità = presagio

in guerra, sentieri

reali e terreni di caccia

sono sentieri in divenire

in agosto, in autunno

e in inverno di questi tempi

e presagio di questi tempi

e regalità come eternità

La verità si ripete


A. BUTZER [3]

FRIEDRICH HÖLDERLIN


**

di Semier Insayif [4]

mentre ti immergi nell'enorme ombra

bagnata solo dallo sguardo (ruvido)

promessa invisibile alla notte

assente il tuo battito interiore


chiede della luna

di foglie e rami

sulle tue labbra si disperdono grida

gli uccelli ritirano le ali e stridono

richiama a te i nomi e gli alberi

dove posso ancora stare 

dove possiamo ancora esprimere

ciò che in noi è scritto 

se un cielo si espande (fino al confine)

se l'ombra porta dentro di sé la sua luce

 



[1]  Hilde Domin, da Rückkehr der Schiffe, Gedichte, Fischer 2006. Titolo originale della poesia “Linguistik”

[2]  Charles Bukowski, da Burning in Water Drowing in Flame, 1974, titolo originale “Yes Yes”. Traduzione a

quattro mani.

[3] André Butzer, da Alcune poesie, Fondazione Marconi 2022, traduzione del volume a cura di Claudia Olivero

L’autore è un pittore tedesco, le sue opere sono ad esempio qui:

https://www.taschen.com/it/books/art/01416/butzer/

[4] Semier Insayif, dal volume Volontà poétique, abVerlag 2022



 

Commenti

  1. È proprio così, anche secondo me tradurre significa appropriarsi e poi restituire; far entrare il testo nei confini del proprio essere per poi farlo sconfinare in un territorio (linguistico, umano, culturale) nuovo. Tradurre è insomma riscrivere dopo essersi fatti attraversare dal testo; non tutti possono farlo. Grazie per le riflessioni e i testi.

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