Bartolomeo Bellanova - Tabula rasa

 

Bartolomeo Bellanova



Nei campi di sterminio del novecento si è consumata una cesura, forse un’irredimibile e definitiva condanna della specie umana?

Oggi che la maggior parte delle vittime e dei carnefici sono defunti, non è bastato il sangue dei figli e dei nipoti (siamo alla terza generazione e la quarta è già iniziata), intesi come figli e nipoti viventi nel mondo, per chiudere la ferita marcescente del male estremo, per dare un significato positivo e di speranza alla presenza della nostra razza su questo pianeta.

Troppo è stato l'orrore e la tragedia: il ricordare, il testimoniare con le parole e le immagini quegli esseri scarnificati di vita da parte di altri esseri-abisso di sadismo o esecutori della “banalità” del male, non è bastato in tutti questi anni a evitare genocidi o tragedie di pazza violenza.

Milioni di morti in Ruanda nel conflitto Tutsi contro Hutu, le pulizie etniche dopo la deflagrazione politica della ex Jugoslavia, i milioni di morti dimenticati in Congo, le trincee che tornano in Ucraina, il massacro del 7 ottobre 2023 in Israele, la carneficina infinita di donne e bambini a Gaza ecc … Perché?
Non possiamo più accontentarci della commemorazione e dello studio storico, pur necessari, sulle origini di tanto male, ma dovremmo riuscire a fare tabula rasa, essere come i neonati, tornare in uno stato di coscienza iniziale nel quale i semi interiori del bene e quello del male sono già presenti entrambi, silenti, in potenza.
Ripartire qui e ora dal punto zero non significa dimenticare l’orrore o negare le vittime e disconoscere i carnefici.
Significa fare una completa disintossicazione dalle parole di odio, dai messaggi, dalle provocazioni della cultura dello scontro, in famiglia, con gli amici, nella scuola. 
Il bambino nato da pochi mesi vive nel suo stato di innocenza e ignoranza e assorbe dall’ambiente esterno, dai genitori e dagli esseri umani più vicini, ogni cosa, ogni impulso, come una spugna, in modo del tutto naturale. Noi dovremmo sgocciolare via il veleno dalle nostre spugne usate e non dare nutrimento al seme del male, partendo dal non dare più ospitalità a parole di violenza come “annientare”, “uccidere”, agli aggettivi o ai pronomi possessivi quando indicano il possesso di altri esseri viventi (“il mio cane”, “la mia ragazza”, “mia moglie” ecc…). Una vera educazione di pace passa dall’uso del linguaggio, prima ancora che delle azioni. 
Ogni cosa creata dalla scintilla della creazione (Dio, Brahman il Principio Creatore, il Caso ecc ...) è stata creata ed è in continuo alimentata dall’energia che attrae gli atomi, li cozza, li unisce, li divide.
Tutte le cellule del nostro corpo sono costituite da molecole, a loro volta formate da atomi legati tra loro. Il 93% sono atomi di idrogeno, carbonio, azoto e ossigeno. Mentre la maggior parte delle cellule del corpo umano si rigenera ogni 7-15 anni, molte delle particelle che compongono queste ultime esistono in realtà da milioni di millenni. Gli atomi di idrogeno sono stati prodotti durante il Big Bang e quelli di carbonio, azoto e ossigeno sono stati generati all’interno di stelle ardenti.
Quanto è affascinante pensarci parte di una lunghissima catena di trasformazioni, dal paramecio all’uomo, dettata dall’atto d’amore riproduttivo da parte di ogni essere vivente!  Il paramecio è un organismo unicellulare lungo circa 0,05 pollici (0,5 mm), uno dei più antichi organismi sulla terra, appartenente al regno Protista, quindi non è esattamente una pianta o un animale. L’organismo può digerire il cibo, muoversi nell’acqua spingendosi con le ciglia e riprodursi. 
Noi siamo forme provvisorie dell’evoluzione e abbiamo maturato, come specie, qualità uniche quali l'arte, la letteratura, il senso estetico, il culto e il rispetto dei morti con il loro seppellimento. Questo amore universale, è la componente immateriale del nutrimento del corpo e della mente, la forza irriducibile della coscienza. Contemporaneamente abbiamo affinato tutto il male e le perversioni peggiori. Tutto e il contrario di tutto sta dentro di noi. Se solo potessimo comprendere questo essere IO LO STESSO, in comunione con tutte le donne e gli uomini e tutte le manifestazioni di vita sulla terra, si scioglierebbero l'odio e i conflitti ed evaporerebbe la paura della morte che blocca gli slanci di compassione e alimenta il male verso sé stessi e verso gli altri. Potremmo allora pensarci come pura energia vitale senza fine, alimentatori di nuova vita, raggiungere la consapevolezza di una gioia autentica e profonda, punto di partenza per impegnarci tutti i giorni affinché ogni nuova vita possa essere piena e rigogliosa.
Ma il potere che divide et impera non ce lo permette con le menzogne della supremazia razziale, della difesa dei “sacri” confini nazionali, la mala fede e le trappole mentali delle ideologie omicide. Staccarsi il più possibile dalla dipendenza dai beni materiali rende liberi, fare del proprio corpo e del proprio spirito un tempio aperto per visite e scambi di doni, rende liberi nel rispetto di ogni essere vivente.
La bellezza dell’arte e del creato rende liberi perché ci riporta alle nostre comuni radici, tutti interconnessi tra noi e con gli altri esseri viventi, come quando dentro a un bosco o in un museo basta uno sguardo per sentirsi espressione di un unico comune destino.
Disinnescare le trappole letali del potere rende liberi: svuotare da dentro le macchine automatiche di cui siamo ingranaggi.
Se è vero che a “dispetto d’ogni altra cosa, questo soltanto, sì, il linguaggio, rimane imperduto”, come scrive Paul Celan, allora potremo diramarsi negli altri fino a dimenticarci dell’IO SONO nella poesia e nella letteratura, che è la realizzazione della libertà massima e del risveglio qui su questa terra. Al dopo ciascuno darà le sue risposte.


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