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Eccoci qui, Filippo, nelle vesti per te ribaltate di intervistato piuttosto che
intervistatore. Cosa dice Filippo Golia di sé, definendosi con tre parole?
Persona, lettore, giornalista
- La scrittura, giornalistica o in tutte le altre forme, ha da
sempre accompagnato la tua vita: c’è una persona cui ti senti di dire grazie
più delle altre?
Non ero molto bravo a scrivere, né penso di esserlo mai diventato.
Ma avevo un orecchio formidabile per la buona scrittura e per la letteratura
(che sono due cose profondamente diverse).
Quando è stato necessario, ho utilizzato quel buon orecchio per tagliare e
rendere accettabili le cose brutte che scrivevo. Ne ho fatto anche un lavoro
perché ne ho avuto l’occasione e perché gli studi di legge, che avevo concluso,
non mi avevano soddisfatto. Ma penso che, senza alcuni inciampi e
condizionamenti, sarei potuto diventare un buon filologo: un lavoro, comunque,
basato più sull’ascolto che sulla scrittura.
Sono grato a mio nonno, che fu giornalista a Napoli. Mi chiamo
come lui (nome e cognome) sono nato nel suo stesso giorno, mi ha regalato, in
età insospettabile, molti libri sul giornalismo, che conservo. A un certo
punto, il fatto che lo fosse stato lui, mi ha convinto che potevo esserlo anche
io.
- Nelle vesti di giornalista ti sei mai sentito in pericolo? Se
sì, quando e perché?
In Libia, dove ho passato molto tempo, avevo paura di venire
sequestrato. Una notte è squillato il telefono nella mia stanza, saranno state
le tre, e il portiere dell’Hotel di Tripoli in cui mi trovavo ha blaterato
delle cose non molto sensate, in un inglese improbabile. Mi sono detto: ecco,
adesso vengono su e inizia tutto. Ma poi non è successo nulla. Sembra che quel
portiere notturno fosse solo un po’ fuori di testa.
- E nelle vesti di scrittore? In fin dei conti, anche nel mondo
dell’editoria e della poesia, non sono tutti agnellini e, anche se in modo meno
eclatante, spesso ci si sente davvero in guerra, la guerra delle miserie, la
guerra del chi vende di più. Sei d’accordo con me? Non mi considererò mai uno scrittore. Sono un giornalista che ogni tanto scrive
anche un libro. Avendo avuto una discreta fortuna nella mia professione
considero i libri una seconda attività, aperta alle più rosee prospettive di
fallimento.
- Parlando del tuo ultimo libro, non si può non notare sin dal
titolo un richiamo allo scrivano di Melville. Ne vuoi raccontare l’origine?
Melville è un
autore che amo molto, sia nella sua forma gigantesca, Moby Dick, che nella sua
forma minimale, Bartleby (mentre con Clarel litigo periodicamente). Mi sono presto reso conto che l’attitudine
negativa con cui affrontavo e lavoravo i testi del libro aveva un correlativo nell’I
would prefer not to dello scrivano di Melville.
- Leggendo il libro, saltando da una pagina all’altra, ci si
ritrova immersi tra le notizie di una redazione, ma anche la redazione può
diventare poetica. Hai praticamente trasportato la poesia in redazione e
viceversa. So che, come si legge dalla introduzione al libro, tu stesso non lo
definiresti un libro di poesie. Ci vuoi allora dire come chiameresti tu i testi
presenti nel libro, se non poesie?
Sono degli oggetti. Penso di aver realizzato degli oggetti,
forse in plastica.
Penso ai ready made di Duchamp: l’orinatoio che è anche una maternità (il
titolo dell’opera è Fontana).
Gli oggetti hanno sempre un certo grado di ambiguità. L’ambiguità, spesso, è
uno dei traguardi della poesia. Da questo punto di vista si può dire che quei
testi, in qualche modo, assomiglino a delle poesie.
- Ti assicuro che, da lettrice, la forza che si legge tra le righe
del tuo ultimo lavoro è tale da lasciare l’amaro in bocca, proprio perché si è
a conoscenza della veridicità di tutto ciò che si legge. La differenza è quindi
enorme, a mio modo di vedere, tra un libro di poesia per così dire
“tradizionale” e il tuo: si legge poeticamente il mondo, si viaggia dal Messico
alla Palestina, dal Congo alla Croazia e, mentre si viaggia, si “vede” ciò di
cui parli in una lingua da agenzia, la lingua delle notizie, ritagliate e
ricucite per farne poesia. Ma di una, come scrivi nelle pagine finali del libro,
di una notizia non hai saputo, o potuto, o forse voluto scrivere, ci racconti?
La storia di una ragazza palestinese morta durante un’operazione
israeliana a Jenin, in Cisgiordania, finita con un conflitto a fuoco. Su quella
storia c’erano più versioni (alcune comprendevano un gatto, altre no) e non ho
voluto sceglierne una. Era molto prima del 7 ottobre e di tutto il disastro che
ne è seguito. Da anni penso che quanto accade in Medio Oriente, tra Israele e
Palestina, dove pure ho passato del tempo, sia una nuda tragedia, i
protagonisti siano protagonisti di una tragedia, quindi, potenzialmente, tutti
vittime. Capisco il bisogno di schierarsi. Ma è anche giusto che a volte manchi
la parola.
Bene, Filippo, chiudo questa chiacchierata chiedendoti della tua
prossima sfida e proponendoti di parlarmene non appena l’avrai realizzata!
Ho pronto un libro. La biografia di Assunta Finiguerra,
poetessa dialettale lucana di San Fele, a cui era stato impedito di studiare.
Arrivata a quasi cinquant’anni senza aver mai pubblicato nulla né essersi
allontanata troppo da San Fele, negli ultimi dieci anni di vita conquistò i
circoli letterari Romani, un posto per le sue poesie in una collettiva Einaudi,
l’amicizia di grandi poeti come Franco Loi (ho ritrovato e riportato nel testo
parte della loro bellissima corrispondenza). Sto cercando un editore adatto. Ma non è semplice. ***
Nulla è semplice, nella vita, ma Filippo Golia, in Notizie per Bartleby ha dimostrato con i fatti che la poesia ha la sua casa dove ci siano occhi e cuore per trovarla. Destrutturando il linguaggio asettico da agenzia di stampa ne ha fatto, con il guizzo da genio della lampada, versi crudi, asciutti, intensi, che parlano di poesia.
19-2-21
Una
donna
condannata
a morte
in
Iran
morta
d'infarto
visto
per
aver visto
16
uomini
16
uomini
16
uomini
prima
di lei
cappio
ma il suo corpo senza vita
comunque
appeso
12-3-21
Litigavano e si lasciavano
continuamente
finché non hanno deciso di legarsi l’uno
all’altro
fisicamente
due giovani ucraini
una catena unisce i polsi
le liti tra di noi non sono scomparse
la rabbia svanisce
le difficoltà quotidiane
abituarsi
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Filippo Golia, per anni inviato agli
esteri del Tg2, oggi organizza il lavoro della redazione e degli altri inviati.
Ha pubblicato i libri C’era 49 volte un Paese e Il Campionato del
Mondo delle Favole, Robin Editore; i libri per bambini Zelda Mezzacoda
e Zelda Mezzacoda - La Carica dei Fuoriclasse, ed. Laltracittà; per
Mattioli 1885 ha curato la sceneggiatura del graphic novel Il Bacio
Fantasma, disegnato da Marco Petrella e dedicato alla vita dello scrittore
americano Richard Brautigan.
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