Melania Valenti - Leggere poeticamente il mondo con Filippo Golia e il suo "Notizie per Bartleby" - Intervista

 


Melania Valenti


Filippo Golia lo conosco virtualmente da anni e, anche se non ci siamo mai incontrati di presenza, è una persona che innanzi tutto definirei come una Persona perbene, un uomo colto, impegnato e di una umiltà imbarazzante.

Nato con la penna in mano, ha scritto da sempre, per poi volgere la sua scrittura al servizio della Rai, operando come inviato agli Esteri del Tg2.

Filippo ha davvero calcato le scene del mondo, da Gaza alla Crimea, dall’ Etiopia alla Libia, da Gibuti a Singapore, dall’Afghanistan a Cuba, scrivendo di rifugiati, guerre, profughi, e facendolo in modo professionale e appassionato a un tempo, tanto da vincere, nel 2019, il Premio giornalistico «Maria Grazia Cutuli».

Nel tempo abbiamo mantenuto i contatti e durante il lock down, mentre io realizzavo uno dei miei libretti, lui, costretto a casa come tutti, scriveva la favola per bambini e non, Zelda mezzacoda, con illustrazioni di Valentina Marino, leggendo la quale sono stata definitivamente conquistata dalla levità profonda della sua scrittura.

Narrerei ancora di lui, ma questa volta porterò a voi le sue stesse parole, farò parlare egli stesso di sé, anche se, schivo per come lo conosco, non so se alla fine gli avrò fatto cosa gradita.

Ecco quindi Filippo Golia e il suo ultimo libro "Notizie per Bartleby” attraverso le parole dello stesso Filippo.

Filippo Golia, "Notizie per Bartleby ", Les flaneurs edizioni, Collana Icone a cura di Alex Cannavale ed Elisabetta Destasio Vettori.



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- Eccoci qui, Filippo, nelle vesti per te ribaltate di intervistato piuttosto che intervistatore. Cosa dice Filippo Golia di sé, definendosi con tre parole?

Persona, lettore, giornalista

- La scrittura, giornalistica o in tutte le altre forme, ha da sempre accompagnato la tua vita: c’è una persona cui ti senti di dire grazie più delle altre?

Non ero molto bravo a scrivere, né penso di esserlo mai diventato. Ma avevo un orecchio formidabile per la buona scrittura e per la letteratura (che sono due cose profondamente diverse).

Quando è stato necessario, ho utilizzato quel buon orecchio per tagliare e rendere accettabili le cose brutte che scrivevo. Ne ho fatto anche un lavoro perché ne ho avuto l’occasione e perché gli studi di legge, che avevo concluso, non mi avevano soddisfatto. Ma penso che, senza alcuni inciampi e condizionamenti, sarei potuto diventare un buon filologo: un lavoro, comunque, basato più sull’ascolto che sulla scrittura.

Sono grato a mio nonno, che fu giornalista a Napoli. Mi chiamo come lui (nome e cognome) sono nato nel suo stesso giorno, mi ha regalato, in età insospettabile, molti libri sul giornalismo, che conservo. A un certo punto, il fatto che lo fosse stato lui, mi ha convinto che potevo esserlo anche io.

- Nelle vesti di giornalista ti sei mai sentito in pericolo? Se sì, quando e perché?

In Libia, dove ho passato molto tempo, avevo paura di venire sequestrato. Una notte è squillato il telefono nella mia stanza, saranno state le tre, e il portiere dell’Hotel di Tripoli in cui mi trovavo ha blaterato delle cose non molto sensate, in un inglese improbabile. Mi sono detto: ecco, adesso vengono su e inizia tutto. Ma poi non è successo nulla. Sembra che quel portiere notturno fosse solo un po’ fuori di testa.

- E nelle vesti di scrittore? In fin dei conti, anche nel mondo dell’editoria e della poesia, non sono tutti agnellini e, anche se in modo meno eclatante, spesso ci si sente davvero in guerra, la guerra delle miserie, la guerra del chi vende di più. Sei d’accordo con me?

Non mi considererò mai uno scrittore. Sono un giornalista che ogni tanto scrive anche un libro. Avendo avuto una discreta fortuna nella mia professione considero i libri una seconda attività, aperta alle più rosee prospettive di fallimento.

- Parlando del tuo ultimo libro, non si può non notare sin dal titolo un richiamo allo scrivano di Melville. Ne vuoi raccontare l’origine?

Melville è un autore che amo molto, sia nella sua forma gigantesca, Moby Dick, che nella sua forma minimale, Bartleby (mentre con Clarel litigo periodicamente).  Mi sono presto reso conto che l’attitudine negativa con cui affrontavo e lavoravo i testi del libro aveva un correlativo nell’I would prefer not to dello scrivano di Melville.

- Leggendo il libro, saltando da una pagina all’altra, ci si ritrova immersi tra le notizie di una redazione, ma anche la redazione può diventare poetica. Hai praticamente trasportato la poesia in redazione e viceversa. So che, come si legge dalla introduzione al libro, tu stesso non lo definiresti un libro di poesie. Ci vuoi allora dire come chiameresti tu i testi presenti nel libro, se non poesie?

Sono degli oggetti. Penso di aver realizzato degli oggetti, forse in plastica.

Penso ai ready made di Duchamp: l’orinatoio che è anche una maternità (il titolo dell’opera è Fontana).
Gli oggetti hanno sempre un certo grado di ambiguità. L’ambiguità, spesso, è uno dei traguardi della poesia. Da questo punto di vista si può dire che quei testi, in qualche modo, assomiglino a delle poesie.

- Ti assicuro che, da lettrice, la forza che si legge tra le righe del tuo ultimo lavoro è tale da lasciare l’amaro in bocca, proprio perché si è a conoscenza della veridicità di tutto ciò che si legge. La differenza è quindi enorme, a mio modo di vedere, tra un libro di poesia per così dire “tradizionale” e il tuo: si legge poeticamente il mondo, si viaggia dal Messico alla Palestina, dal Congo alla Croazia e, mentre si viaggia, si “vede” ciò di cui parli in una lingua da agenzia, la lingua delle notizie, ritagliate e ricucite per farne poesia. Ma di una, come scrivi nelle pagine finali del libro, di una notizia non hai saputo, o potuto, o forse voluto scrivere, ci racconti?

La storia di una ragazza palestinese morta durante un’operazione israeliana a Jenin, in Cisgiordania, finita con un conflitto a fuoco. Su quella storia c’erano più versioni (alcune comprendevano un gatto, altre no) e non ho voluto sceglierne una. Era molto prima del 7 ottobre e di tutto il disastro che ne è seguito. Da anni penso che quanto accade in Medio Oriente, tra Israele e Palestina, dove pure ho passato del tempo, sia una nuda tragedia, i protagonisti siano protagonisti di una tragedia, quindi, potenzialmente, tutti vittime. Capisco il bisogno di schierarsi. Ma è anche giusto che a volte manchi la parola.

Bene, Filippo, chiudo questa chiacchierata chiedendoti della tua prossima sfida e proponendoti di parlarmene non appena l’avrai realizzata!

Ho pronto un libro. La biografia di Assunta Finiguerra, poetessa dialettale lucana di San Fele, a cui era stato impedito di studiare. Arrivata a quasi cinquant’anni senza aver mai pubblicato nulla né essersi allontanata troppo da San Fele, negli ultimi dieci anni di vita conquistò i circoli letterari Romani, un posto per le sue poesie in una collettiva Einaudi, l’amicizia di grandi poeti come Franco Loi (ho ritrovato e riportato nel testo parte della loro bellissima corrispondenza). Sto cercando un editore adatto. Ma non è semplice.

***

Nulla è semplice, nella vita, ma Filippo Golia, in Notizie per Bartleby ha dimostrato con i fatti che la poesia ha la sua casa dove ci siano occhi e cuore per trovarla. Destrutturando il linguaggio asettico da agenzia di stampa ne ha fatto, con il guizzo da genio della lampada, versi crudi, asciutti, intensi, che parlano di poesia.

 

19-2-21

Una donna

condannata a morte

in Iran

morta d'infarto

visto

per aver visto

16 uomini

16 uomini

16 uomini

prima di lei

cappio

ma il suo corpo senza vita

comunque appeso

 

12-3-21

Litigavano e si lasciavano continuamente

finché non hanno deciso di legarsi l’uno all’altro

fisicamente

due giovani ucraini

una catena unisce i polsi

le liti tra di noi non sono scomparse

la rabbia svanisce

le difficoltà quotidiane

abituarsi


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Filippo Golia, per anni inviato agli esteri del Tg2, oggi organizza il lavoro della redazione e degli altri inviati. Ha pubblicato i libri C’era 49 volte un Paese e Il Campionato del Mondo delle Favole, Robin Editore; i libri per bambini Zelda Mezzacoda e Zelda Mezzacoda - La Carica dei Fuoriclasse, ed. Laltracittà; per Mattioli 1885 ha curato la sceneggiatura del graphic novel Il Bacio Fantasma, disegnato da Marco Petrella e dedicato alla vita dello scrittore americano Richard Brautigan.

 

 









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