LADRO DI STELLE - Marco Brogi - Canzoni incantate

 

Marco Brogi


Invece di contare le pecore, compresa quella sulla copertina di uno dei primi dischi di De Gregori, stanotte  per prendere sonno provo a contare le mie canzoni regine: Ma perdio (Gianni Togni), A me mi piace vivere alla grande, Domani (Fanigliulo), Il suonatore Jones (Fabrizio De Andrè), Bisanzio (Francesco Guccini), Gli angeli (Vasco Rossi), Ragazzo dell’Europa (Gianna Nannini), Gaston e Astolfo (Roberto Vecchioni) e poi, fammi pensare, Ho capito che ti amo (Luigi Tenco), Ma che buffa che sei (Piero Ciampi),  e mi sa che siamo già a dieci. E Canzone per te (Sergio Endrigo) la lascio fuori?  E Gli autobus di notte (Luca Carboni)? E Ho visto anche zingari felici (Claudio Lolli)? E Quand on n’ha que l’amour (Jacques Brel)? E L’istrice (Mario Castelnuovo)? E Il duomo di notte (Alberto Fortis) E dance me to the end  of love (Leonard Cohen), Eleanor Rigby (Beatles) e Cu’mme (Enzo Gragnaniello)?

<Ma che c’è, Marco, di tanto speciale in codeste canzoni?>.  A mia mamma non mi andava di dirle che sono amanti generose, sensuali, di una bellezza misteriosa, e che sanno ascoltare e quando sta a noi di ascoltarle ci raccontano la nostra vita. Piccole regine-geishe senza tempo, parenti strette del firmamento. Lo sai che? Te lo dico ora che c’era (c’è?) in quelle canzoni.

 

Ma noi in questa realtà

siamo due navi in una bottiglia

scordata in un bar

(Ma perdio).

 

L’ho sentita per la prima volta  a casa dei gemelli Sergio e Sandro, su Radio Subasio forse, aprile-maggio, il 33 sarebbe uscito da lì a pochi giorni. Giri e giri in macchina con Barbara e con questa canzone sulla strada di Monte Oliveto, l’abbazia stile “Nome della rosa” che una leggenda vuole essere il centro del mondo, tante serate una sopra l’altra a scalare stagioni nostro malgrado, e in particolare una serata di pioggia che annaffiava ciò che saremmo diventati, avvisaglie di cambiamenti, questo pezzo porta via, a Barcellona e all’inferno, cioccolata e galleria, visioni intermittenti di un’età adulta che ci aspettava al varco, mostrandosi per quello che era ed è. Però dovevamo ancora arrivarci e intanto ero lì con Barbara ad abbracciare il nostro tempo. Ma perdio è un periodo che se ne va via.

 

A me mi piace vivere alla grande già

girare tra le favole in mutande

(A me mi piace vivere alla grande)

 

Sei in un punto, mamma, dove il cellulare non prende, non riesco a contattarti.  Sappi che questa canzone, una piuma che fa il solletico alla seriosità, è la suoneria del mio telefonino.

 

Ho capito che ti amo

quando ho visto che bastava un tuo ritardo

per sentir svanire in me l’indifferenza

(Ho capito che ti amo)

 

Questa piaceva anche a te, ricordi? Anche se è lenta e te parlavi veloce per l’urgenza di farsi capire di chi sa di avere in sorte una clessidra bucata.

 

Commenti