LA POESIA ELEMENTARE - Anna Martinenghi - La poesia (elementare) da Premio Nobel

 

Anna Martinenghi

«Lo scorso gennaio, facendo pulizia nel ripostiglio in vista di un trasloco, mi è capitata fra l mani una vecchia scatola da scarpe. Dentro c’erano una decina di diari personali risalenti alla mia infanzia. In mezzo a quella pila, ho trovato un libricino fatto a mano con una scritta a matita sulla copertina: “Poesie”. Molto sottile, appena cinque fogli di carta ruvida formato A5 piegati a metà e spillati insieme. Sotto il titolo, due linee a zig-zag affiancante: una partiva da sinistra disegnando sei gradini in salita, l’altra ne tracciava sette in discesa. Una sorta di illustrazione o solo scarabocchi? Sul retro, il mio nome e l’anno: 1979. Le otto poesie nelle pagine interne, accompagnate ciascuna da una data a fondo pagina e disposte in ordine cronologico, erano della stessa grafia chiara e precisa del titolo. Tra i versi ingenui e impacciati che ci si può aspettare da una bambina di otto anni, mi ha colpito la poesia datata aprile. Aveva inizio con queste due strofe:

Dov’è l’amore?

Nel tic-toc-tac del mio cuore.

Cos’è l’amore?

È il filo che unisce i nostri cuori.»


Han Kang – “Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti” – Adelphi Edizioni


Inizia così il discorso di accettazione del Premio Nobel per la letteratura di Han Kang1, scrittrice sudcoreana premiata a Stoccolma nel 2024: Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti2”, che vi invito a leggere per intero.

È partendo dalla poesia embrionale, “elementare” dell’infanzia, che Han Kang costruisce una folgorante lectio magistralis sul valore e l’importanza delle parole e del linguaggio.

«[...] Prima di riporre tutto accuratamente nella scatola, ho fotografato con il cellulare quella poesia. Perché sentivo che c’era un legame tra alcune delle parole usate da quella bambina di otto anni e la me stessa di oggi. Dentro il cuore che batte nel mio petto. Tra il mio sentire e il suo. Un filo d’oro li univa – un filo luminoso.»

Mi ha commosso la consapevolezza di quel legame stretto fra la bambina di otto anni che scriveva poesie e la scrittrice adulta che ha seguito il dipanarsi del filo, non smettendo di farsi domande:

«[...] è proprio questo che amo: la possibilità di addentrarmi e soffermarmi su domande che sento così cruciali e impellenti [...]. Porto il peso di quelle domande, le abito. Quando le ho esplorate fino in fondo – e ciò non vuol dire che abbia trovato delle risposte – sono arrivata alla fine del libro. A quel punto, non sono più la stessa di quando ho cominciato, il processo di scrittura mi ha cambiata ed è da questa condizione mutata che riparto...»

Le parole, quelle scavate a mani nude dentro noi stessi durante il processo di scrittura, poi donate all’occhio del lettore, non sono materia inerte; ma energia propulsiva e generatrice. In questo senso la parola poetica diviene seme, che resta sepolto a lungo, quasi dimenticato, agendo come lievito che cambia lo stato della materia.

«Scrivendo, mi chiedevo: non potrebbe essere proprio questo a permetterci di sopravvivere nel nostro mondo precario e violento? Il fatto di appuntare lo sguardo sugli aspetti più vulnerabili dell’essere umano, e sfiorarne con la mano l’innegabile calore?»

In questi nostri tempi complessi, si invoca a gran voce l’insegnamento delle emozioni come materia d’insegnamento obbligatoria per arginare situazioni di violenza e aggressività sempre più diffuse nel tessuto sociale, dimenticando (colpevolmente!) che da sempre poesia e letteratura permettono di mettere a fuoco ciò che siamo, comprendere il senso delle nostre esistenze e dare significato ai nostri destini, solo se non rimangono mera teoria. Proprio come in una scuola guida, le parole ci preparano ai gesti, ci danno la consapevolezza che esiste un modo nuovo di muoversi (e vivere!) che ci è ancora sconosciuto, ma che possiamo fare nostro, attingendo dall’esperienza e dall’intensità di chi già ha vissuto, amato, imparato, sbagliato, prima di noi. Esistono nuove velocità.

Possiamo imparare a guidare, ma soprattutto possiamo imparare a scegliere la nostra strada, facendoci attraversare dall’intensità delle emozioni – anche quelle negative - accogliendole, riconoscendole, dando loro un nome e rimpicciolendo così le nostre paure; per mettere ordine nel caos e nelle contraddizioni del nostro esistere. Poesia e letteratura ci allenano alla vita, allargano i nostri orizzonti, ci avvicinano come esseri umani in un sentire comune.

«[…] Se ripenso al tempo che ho trascorso a leggere e a scrivere, mi rendo conto di aver rivissuto ogni volta quel momento di stupore. Seguendo il filo del linguaggio fin nei recessi più profondi di un altro cuore, per incontrare un’altra interiorità. Affidando a quel filo le mie domande più urgenti e vitali, e consegnandole in tal modo ad altri. Fin da bambina mi sono sempre interrogata. Sulla ragione per cui veniamo al mondo, o quella per cui esistono la sofferenza e l’amore. Per migliaia di anni la letteratura si è posta queste domande, e se le pone ancora oggi. Qual è il significato della nostra breve permanenza su questa terra? Quanto è difficile per noi restare umani qualunque cosa accada? Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti, insiste sulla necessità di immaginare i tanti punti di vista delle persone e degli esseri viventi che abitano questo pianeta: il linguaggio ci collega gli uni gli altri. La letteratura, che si fonda sul linguaggio, possiede inevitabilmente una sorta di calore corporeo. E, altrettanto inevitabilmente, leggere o scrivere letteratura vuol dire opporsi a ogni atto che distrugga la vita. Desidero condividere con voi il significato di questo premio, che è un premio per la letteratura, così da opporci tutti insieme alla violenza. Grazie»

Pur non essendo premi Nobel, portiamo dentro di noi dei semi di poesia che possiamo crescere e coltivare, badando alle parole che ci definiscono nella notte più buia, diventando gesti e scelte. Le vostre quali saranno?



Commenti

  1. anna spissu26/07/25, 15:07

    Grazie di queste domande e risposte. Proprio ieri stavo leggendo anch'io il librino di Han Kang e avevo sottolineato questo:
    " Quando scrivo ,utilizzo il mio corpo. Osservo, ascolto,annuso, assaporo; sento la morbidezza,il calore,il freddo,il dolore; percepisco i battiti del cuore,la sete, la fame e tutto ciò che il mio corpo avverte...utilizzo ogni più sottile sfumatura delle sensazioni...e cerco di infonderle nelle mie frasi come una corrente elettrica. E quando sento che quella corrente si trasmette a chi legge,mi sorprendo e mi commuovo.In quei momenti,mi rendo davvero che la lingua è il filo che ci unisce, un filo lungo il quale scorrono la luce e la corrente della vita".
    La grandiosità della " parola" , la sua forza. Una rete enorme che ci collega anche nella vita quotidiana una grande lezione di fiducia in questi tempi bui di guerre in cui perfino si negano parole i cui corrispondenti fatti di morte, fame e disperazione sono sotto gli occhi del mond

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    1. Anna Martinenghi27/07/25, 10:23

      Grazie Anna, ho trovato il suo pensiero molto vicino al mio. Credo che i discorsi dei premi Nobel per la letteratura andrebbero diffusi, letti nelle scuole, meditati! Abbiamo tanto bisogno del pensiero di intellettuali liberi e onesti <3

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