INNESTI - Emanuela Sica - Innesto V: Tania Chimenti, Mariateresa Bari, Elena Milani
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Emanuela Sica |
Moriremo
per sfinimento, come
falene librate ai lampioni.
Meglio sarebbe accettare
le ombre, forse i bui,
senza foro d'uscita
dello sparo
stasera la luna.
*
C'è una traccia
irregolare
scavata dall'aratro del tempo
sulla pagina del pensiero
Arido il foglio
svela sillabe nel solco
Il seme di senso geme
ma resiste
*
Le foglie avevano
compiuto
il giro dell'anno, ne avevano
uno in più quelle
incastrate all'angolo
di una me che vuole
restare a parlare di silenzi
Mi dicevi le bugie
quelle bianche, innocenti,
perché ero rimasta l'unica
a saper leggere nel fondo
del fogliame il futuro
Stai sereno, ti dicevo,
io credo a tutto ciò che penso
e non dico, è un segreto
fra me e la pace degli altri.
*
Accade…non tutte le notti, ma in alcune, che si riesca a sentire
(concretamente) “il suo” abbraccio pesante. Una coperta di lana grezza,
fatta di esistenze sospese tra la luce artificiale di un lampione e il chiarore
lontano della luna, cade sulle membra a limitare lo sguardo mentre “noi siamo”
come falene, attratte da una luce che non ci appartiene e, allo stesso tempo,
ci consuma. Fuori e dentro di noi il buio accoglie l’ingresso della stanchezza,
della fatica di un ciclo che torna, si ripete, lasciando cicatrici, rompendo equilibri.
Allo stesso modo, senza che ce ne rendiamo conto, nel solco della terra, un
seme cerca la propria voce, l’identità di chi vuole essere nella crepa di una
pagina ancora da scrivere, dove memoria e tempo scavano il loro solco e
spingono a ribaltare la morte in vita. Il germoglio questo lo sa e si allunga a
smuovere la zolla per apparire, per prendersi la carezza del sole insieme a
quell’alito d’ossigeno vitale, capace di affrontare e distruggere la
marcescenza delle cose. Solo a contatto con il fuori la vita ha quel senso
caparbio d’essere altro. Intanto, le foglie, testimoni senza verbo, portano con
sé un anno in più, raccogliendo parole dalla vita che si rivolta, nasce,
cresce, si accartoccia, giorno per giorno: verità e bugie miste a innocenza e cattiverie,
ventilano la consistenza dell’ora e adesso. Poi, tra le ombre, nei segreti che
non possono essere svelati, taciuti dalle lingue impaurite, si nasconde una
quiete sconosciuta, un accordo silenzioso con la pace degli altri.
In queste poesie il filo conduttore è “il tempo”, si vede, a dipanarsi nel suo impatto sull’esistenza umana, sulla natura, sul linguaggio che lo rinnova quotidianamente o lo fa regredire (dipende dal caso, dal destino o dai punti di vista). Le immagini evocative suggeriscono un senso di resistenza, accettazione della fine, della trasformazione, ineluttabile.
"Moriremo per sfinimento..." (Tania Chimenti) evoca un destino inevitabile, una luce ingannevole che attrae e distrugge, e di un buio che, forse, sarebbe più saggio accettare. Il contrasto tra la luce artificiale e l'oscurità naturale suggerisce la tensione tra illusione e realtà, tra l’attrazione per l’effimero e la necessità di confrontarsi con il vuoto. La poesia diventa consapevolezza di cosa siamo, in eterna tensione con il divenire.
"Seme di senso" (Mariateresa Bari) esplora il tema della costruzione del significato, di quella risposta (probabilmente) nascosta nel tempo. Il foglio arido, il solco scavato dall'aratro del tempo, il seme che geme ma resiste permettono alla parola poetica di fondersi con la terra, con la sua difficoltà di fiorire, ma anche con la sua resilienza. La poesia diventa il luogo in cui il senso lotta per emergere.
"Le foglie avevano compiuto il giro
dell'anno..." (Elena Milani) introduce il tema del passato che si
accumula, della memoria che si deposita sui viali dell’esistenza come foglie
incastrate negli angoli di ciò che siamo stati. La voce poetica si confronta
con il non detto, con le verità sottaciute, e con la lettura dei segni nascosti
nel fogliame, evocando la fragile linea tra ciò che crediamo e ciò che
scegliamo di non rivelare.
Le tre poetesse dialogano, da ambiti diversi, da luoghi distanti, da
vissuti contrapposti, sul concetto di transitorietà: la vita che si spegne come
una falena sfinita, il senso che nasce con fatica dalla terra arida del tempo,
le foglie che si accumulano come tracce di un passato che continua a raccontare
di sé. In questo innesto emerge, potente, il bisogno di accettare ciò che
sfugge, ciò che si consuma e si rinnova, nel silenzio e nella parola, nella
luce e nell'ombra. Il senso ultimo sembra trovarsi non nell'affannosa ricerca
di una risposta, ma nell’accoglienza dell’indicibile, nella consapevolezza che
ogni ciclo si chiude lasciando segni, come solchi nella terra, come foglie
incastrate, come sguardi rivolti a una luna silenziosa che osserva tutto
dall’alto e non si confonde con l’umanità, impaurita. Nei testi, a mio
avviso, sono riscontrabili alcune rievocazioni filosofiche. Partirei da Heidegger (1), per
il quale l’essere umano è un essere-per-la-morte (Sein-zum-Tode), costantemente
proiettato verso la propria fine ed il tempo non è un semplice fluire, ma una
struttura fondamentale dell’esistenza: siamo nel tempo e attraverso di esso ci
comprendiamo. A seguire Eraclito (2), per il quale tutto è movimento,
trasformazione continua (panta rei). Nulla resta immutato, eppure in questo
flusso incessante si può trovare un ordine, una logica nascosta. Poi Platone (3), nel
contrasto tra luce e oscurità: la prima che inganna e consuma, può essere letta
come l’illusione delle ombre nella caverna mentre l’oscurità accettata potrebbe
simboleggiare il ritorno alla condizione umana più autentica, il confronto con
il limite, con il silenzio, con il mistero dell’essere. Infine, nell’innesto,
la parola poetica che emerge “unitaria” può essere accostata a Jacques
Derrida
(4), secondo cui il linguaggio è sempre un gioco di differenze e
slittamenti di significato (différance). Il senso non è mai dato una volta per
tutte, ma si costruisce nel tempo, nella relazione tra memoria e oblio, tra
detto e non detto.
Riferimenti:
1. Nel suo capolavoro Essere e Tempo (1927), Martin Heidegger descrive l’essere umano (Dasein) come un essere-per-la-morte (Sein-zum-Tode), ovvero un ente consapevole della propria finitezza. La tensione tra luce e buio può essere vista come una metafora dell’autenticità e dell’inautenticità dell’esistenza, temi fondamentali in Heidegger.
2. Famoso per la sua dottrina del divenire: πάντα ῥεῖ (panta rhei), ovvero "tutto scorre". Sebbene la frase esatta non sia attestata nei frammenti originali, il concetto è presente nei suoi scritti e ripreso da Platone (Cratilo, 402a). Il continuo mutamento del mondo naturale e umano, secondo Eraclito, è regolato dal Logos, un principio di ordine e armonia nascosto dietro il cambiamento. La poesia sul seme che cerca di trovare senso nel tempo e la metafora delle foglie che si accumulano possono essere lette in chiave eraclitea: la realtà non è statica, ma un processo in divenire.
3. Nel Mito della Caverna (Repubblica, libro VII, 514a-520a), Platone usa la metafora della luce e dell’oscurità per descrivere il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza. La mia lettura inverte in parte questa simbologia e si avvicina ad un’accettazione della finitezza, che si avvicinerebbe più a Heidegger che a Platone. Tuttavia considero, nell’a analisi, la tensione tra la luce artificiale e il buio come un possibile riferimento a quella luce ingannevole che attrae e distrugge potrebbe essere letta come un’illusione (le ombre della caverna), mentre l’oscurità accettata potrebbe simboleggiare un ritorno alla condizione umana più autentica. Nel Mito della Caverna (Repubblica, libro VII, 514a-520a), Platone usa la metafora della luce e dell’oscurità per descrivere il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza.
4. Jacques Derrida introduce il termine différance in Margini della filosofia (1972) e lo approfondisce in La scrittura e la differenza (1967). Il concetto gioca sul doppio significato del termine francese différer, che significa sia "differire" (nel senso di "essere diverso") sia "posticipare". Nella mia analisi, ho interpretato il tema poetico del senso che fatica a emergere come un’eco della différance. Qui, il significato non è mai fisso, ma si costruisce, man mano, nel tempo, attraverso slittamenti e rinvii continui. Accade così che ogni parola tragga il suo senso dalle differenze rispetto alle altre e non da un significato assoluto e stabile.
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