IL DIARIO DI DAFNE - Ester Guglielmino - Nata a Primavera
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Ester Guglielmino |
Nata a Primavera
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
[da Vuoto d’amore,
1991]
Era nata il 21 marzo del 1931,
Alda Merini, in via Mangone a Milano, nei pressi di porta Genova. La sua
era una famiglia di media borghesia: il padre impiegato di concetto, la madre
casalinga, lei secondogenita, prima dell’arrivo del fratellino che ebbe un’Alda
appena dodicenne come levatrice. Lo scoppio della guerra sconvolse tutto questo:
durante un bombardamento - nel 1943 - la casa di famiglia venne completamente
distrutta. Lei con la madre cercò riparo a Vercelli, dove trovò delle sistemazioni
di fortuna che la misero presto a contatto con i risvolti più brutali della
povertà. Il padre, invece, rimase a Milano con la sorella maggiore. Non era
facile studiare, Alda era stata una studentessa modello alle elementari ma la
guerra le impose una sosta forzata. Appena fu possibile riprendere gli studi,
il padre - da uomo concreto - la costrinse a scegliere un percorso che l’avviasse
al lavoro, presso l'Istituto Professionale Femminile Mantegazza. Invano, poi, lei tenterà
di farsi accettare al Liceo Alessandro Manzoni, senza riuscirvi, non avendo
superato la prova di italiano. Ma la letteratura aveva scelto ugualmente di
abitare i vestiti di questa ragazzina solitaria e appartata, religiosissima, tanto
da pensare - per un certo periodo - di abbracciare addirittura i voti, intento
da cui la distolse forzatamente la madre. D’altronde c’è una precoce e tenace vena
mistica, nella poesia della Merini, che lascia intravedere radici profonde e che
di certo ha a che fare col suo sguardo, stupito e spaventato assieme, sul mondo.
Ed era quel Dio, forse, amato e al contempo temuto per le inspiegabili vendette
che già vedeva addensarsi sul capo, ad avere in serbo per lei un dono speciale:
quel furor che gli stessi pagani
avevano catalogato come dono divino, perché incontrollato, inarginato,
pervasivo. È così che una quindicenne inizia a scrivere, pur non avendo avuto
una specifica formazione. È così che la poesia la occupa come un vaso da
colmare, nel tentativo di compensare un senso di vuoto che permarrà, definitivo.
Il
gobbo
Dalla solita sponda del mattino
io mi
guadagno palmo a palmo il giorno:
il giorno
dalle acque così grigie,
dall’espressione
assente.
Il giorno
io lo guadagno con fatica
tra le due
sponde che non si risolvono,
insoluta io
stessa per la vita
… e nessuno
m’aiuta.
Mi viene a
volte un gobbo sfaccendato,
un simbolo
presago d’allegrezza
che ha il
dono di una strana profezia.
E perché
vada incontro alla promessa
lui mi
traghetta sulle proprie spalle.
[da Poetesse del Novecento, 1951]
È
il 22 dicembre 1948 quando la poetessa, appena diciassettenne, scrive Il gobbo, una poesia che si porta
addosso il peso di una funesta profezia, ma anche lo stigma di una promessa da
assolvere, di un solco da scavare nel proprio passaggio sulla Terra. Giacinto
Spagnoletti, poeta noto e apprezzato, la pubblicò - assieme a Luce, che è coeva - nell’antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1949
(Guanda,1950); poi questi testi, assieme ad altri due, passarono a Poetesse del Novecento
(Scheiwiller,1951) su suggerimento di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani.
Come
ebbe a scrivere lei stessa nella sua Nota
alla ristampa de La presenza di Orfeo,
(Scheiwiller,1993): “L’adolescenza,
periodo mitico e burrascoso, è sempre alla ricerca disperata di un vertice (di
un verso) che la possa oltraggiare e al tempo stesso difendere”. La poesia
della Merini ci pone dinnanzi alla realtà della predestinazione, della
vocazione innata, della forza infusa da un’entità superiore. E questa forza possiamo
chiamarla Dio, Poesia, Destino ma adombrerà sempre la chiamata a onorare un
dono irrevocabile. E quando questo dono si rivela in giovanissima età, possiamo
solo tacere e interrogarci sul mistero delle cose, per poi lasciarle andare
all’insoluto d’ogni plausibile risposta. Ma, fuori da questa bolla magica, resta
il mondo, restano le sue dinamiche inoppugnabili, le logiche sociali di
convenienza che stritolano chiunque. Alla fine della guerra, la famiglia Merini
si ritrova a vivere in cinque in un piccolo locale abbandonato, che era stato la
bottega di uno straccivendolo. Cinque brande, nient’altro. All’orizzonte una
possibilità di cambiamento che porta il nome di Ettore Carniti, uomo solido,
pragmatico, gran lavoratore. Alda ha diciotto anni e sposarlo è un modo come un
altro per iniziare a chiedere un risarcimento alla vita. Tuttavia Carniti, che Alda
amerà sinceramente e da cui avrà ben quattro figlie, è anche uomo profondamente
diverso, nel sentire, dalla novella sposa. Non mostra alcun interesse per la
sua vocazione poetica (come la famiglia d’origine d’altronde, perché “di poesia
non si mangia”), è incline all’alcool e alla violenza, la sua presenza appare sinistra
e ambigua fra le pagine di Paura di Dio,
una raccolta che contiene testi scritti tra il 1947 e il 1953.
Dies irae
Tu insegui le mie forme,
segui tu la giustezza del mio corpo
e non mai la bellezza
di cui vado superba.
Sono animale all'infelice coppia
prona su un letto misero d'assalti,
sono la carezzevole rovina
dei fecondi sussulti alle tue mani,
sono il vuoto cresciuto
sino all'altezza esatta del piacere
ma con mille tramonti alle mie spalle:
quante volte, amor mio, tu mi disdegni.
[da Paura di Dio, 1955]
E ritorna
tale presenza, ancora più invadente, in Nozze
romane, raccolta inclusa nella collana Dialoghi
col poeta ed edita da Schwartz nel 1955, di cui - nel risvolto di copertina
- si sottolinea la modernità e la novità nell’ambito del panorama novecentesco;
se di modelli si vuol parlare (ma perché bisogna sempre parlare di modelli?) si
deve andare a Rilke o a Whitman, e soprattutto alla sensibilità complessa di
questa giovane poetessa, alla sua visione dolorosa del presente, che sconfina
in una devozione costantemente ambivalente:
Nozze romane
Si, questa sarà la nostra casa,
oggi arrivo a capirlo;
ma tu, uomo gaudente, chi sei?
Ti misuro: una formula eterna.
Hai assunto un aspetto inesorabile.
Mi scaverai fin dove ho le radici
(non per cercarmi, non per aiutarmi)
tutto scoperchierai che fu nascosto
per la ferocia di malsane usanze.
Avrai in potere le mie fondamenta
uomo che mi costringi;
ferirai le mie carni col tuo dente,
t'insedierai al fervore d’un anelito
per soffocarne il senso dell'urgenza.
Come una pietra che divide un corso,
un corso d'acqua giovane e irruente,
tu mi dividerai con incoscienza
nelle braccia di un delta doloroso...
[da Nozze Romane, 1955]
Siamo
ben lontani dai toni erotico-mistici, quasi magici, che avevano percorso La presenza di Orfeo (1953) e che
avevano adombrato l’amore, di ben altra natura, per Giorgio Manganelli:
La presenza di Orfeo
Non ti preparerò col mio mostrarmiti
ad una confidenza limitata,
ma perché nel toccarmi la tua mano
non abbia una memoria di presagi,
giacerò all'informe
fusa io stessa, sciolta dentro il buio,
per quanto possa, elaborata e viva,
ridivenire caos...
Orfeo novello, amico dell'assenza,
modulerai di nuovo dalla cetra
la figura nascente di me stessa. [...]
[da La presenza di Orfeo, 1953]
Ora,
invece, c’è un’angoscia irreparabile che pervade questi versi e che permette di
cogliere i prodromi di un tormento ben più profondo:
Quando l’angoscia
Quando l’angoscia
spande il suo colore
dentro l’anima buia
come una pennellata di
vendetta,
sento il germoglio
dell’antica fame
farsi timido e grigio
e morire la luce del
domani.
E contro me le cose inanimate
che ho creato dapprima
vengono a rimorire
dentro il seno
della mia intelligenza
avide del mio asilo e
dei miei frutti,
richiedenti ricchezza
ad un mendìco.
[da Nozze Romane, 1955]
E la profezia si auto-avvera. Una notte il marito - stando al
racconto ufficiale delle figlie - rientra a casa, dopo essere andato in giro
con gli amici e aver speso tutti i soldi, nonostante le condizioni economiche
molto precarie della famiglia (avevano una panetteria). Alda, che pur continua
a nutrire amore sincero nei suoi confronti, gli scaraventa addosso una sedia.
Carniti finisce in ospedale. È un gesto estremo o solo una ‘versione ufficiale’
dei fatti? Dobbiamo crederci, ma non è difficile intravedere la disperazione di
una donna che veniva picchiata abitualmente e che si crogiolava nell’illusione vana
che cambiasse qualcosa. Viene internata presso l’ospedale psichiatrico Paolo
Pini, le figlie vengono date in affido temporaneo. Il mondo crolla d’improvviso
a volte e le fragili basi che gli hanno fatto da puntello rivelano tutta la
loro inconsistenza. In fondo, la linea di confine tra normalità e malattia è
così sottile che a ogni momento puoi rischiare di spezzarla, e con essa quello
che di te ancora resta. Inizia per la Merini il lungo viaggio negli abissi
della malattia mentale o meglio delle ‘metodologie’ con cui essa veniva
affrontata e curata. Penthotal, Nobrium, Largactil, Noritrem,
Bellargil, Serenase sono alcuni dei potenti psicofarmaci di consueta
somministrazione, sedativi forti per coscienze in stato di perenne alterazione.
E poi gli elettroshock, Alda ne subì quarantasei durante i suoi ventiquattro
ricoveri: dal 1965 al 1972 - con brevi ritorni in famiglia e la nascita di
altre due figlie - e poi, tra alti e bassi, fino al 1979, anno in cui inizia la
meditazione lucida sull’esperienza manicomiale e il suo consapevole percorso di
rinascita, in nome della poesia.
La Terra Santa
Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch'io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c'era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.
Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso la messe,
la messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.
Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E dopo, quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l'avello
anch'io mi sono ridestata
e anch'io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all'inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.
[da La Terra Santa,
1984]
Quello della Merini è un racconto che lascia il segno su chi legge, perché non si tratta di una semplice testimonianza, è piuttosto un’immersione negli occhi, nelle orecchie, nei vestiti, nel terrore di chi vive i manicomi, prima della legge Basaglia (legge n. 180, 13 maggio 1978). Un girone infernale da cui si viene catturati e che risucchia fino al midollo chi precipita nell’oblio del mondo. Anche per la poetessa il primo contatto è di repulsione, di annichilimento: in un unico momento le si rivela il caos dell’esistenza, la tragicità irreparabile di trovarsi dall’altra parte, quella dell’incapacità di intendere e volere. Eppure questa discesa straniata negli abissi dell’essere si evolverà presto verso una percezione assai più profonda ed empatica dell’umano.
Se i primi tempi furono di ricovero coatto, in seguito ci fu da parte sua la decisione volontaria di restare in quel luogo: il luogo degli ultimi, degli emarginati, dei dimenticati dalla società dei vivi. Quello che era stato caos primordiale e respingente diventa famiglia, gente a cui dare e da cui ricevere quella carezza che il mondo di fuori non aveva mai saputo avere. Qui Alda si sente protetta e capace di proteggere, capita e capace di capire. I più maligni potrebbero dire che parliamo di una coscienza allucinata, restituita dagli elettroshock allo stato di tabula rasa, ma la poesia nasce da una zona altra, da una memoria ancestrale che nessuno può svellere e portare via, un sostrato di consapevolezza che resiste a tutto e diventa bagaglio a cui attingere come tesoro perenne.
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Terra Santa è la raccolta capolavoro della Merini e nel 1993 vinse il
Premio Librex Montale. È tra questi versi che ritroviamo quell’umanità
dimenticata e abusata di cui era stata - e di cui sempre continuerà a sentirsi
- parte: pavimenti immondi, brande sudice come confine amaro della
sopravvivenza, fascette a ‘normalizzare’ il corpo e a ‘ricomporlo’ con tutta la
violenza del rigore, vecchiette sedate fino all’abbandono della vita, ragazze
stuprate da chi avrebbe dovuto dare loro una parola di conforto. Dello stesso tenore
è L’altra verità. Diario di una diversa,
uscito con prefazione di Giorgio Manganelli, che traspone l’esperienza in prosa:
“L’uomo è socialmente
cattivo, un cattivo soggetto. E quando trova una
tortora, qualcuno che parla troppo piano, qualcuno che piange,
gli butta addosso le proprie colpe, e, così, nascono
i pazzi. Perché la pazzia, amici miei, non esiste.
Esiste soltanto nei riflessi onirici del sonno e in quel terrore che abbiamo tutti,
inveterato, di perdere la nostra ragione.”
Fu,
probabilmente, questa forza di denuncia a sostenere la Merini nei tempi non
facili che seguirono la dimissione dal Paolo Pini. Nel 1981 muore, dopo una
penosa malattia, il marito. Le difficoltà economiche sono tali che affitta una
camera al pittore Charles. Intanto continua a restare isolata dalla comunità
poetica: Maria Corti testimonia di averle cercato invano la disponibilità di un
editore. Nel 1982 è la Corti a procurarle uno spazio di trenta poesie sul n. 4
della rivista letteraria “Il cavallo di
Troia”, diretta da Paolo
Mauri. Il valore evidente di quei versi e la forza dirompente del racconto vengono
colti. Nel 1984 l’editore Scheiwiller si decide ad aggiungere a queste altre
dieci liriche, pubblicando La Terra Santa,
mentre tanti altri inediti non inclusi restano ancora a disposizione presso il
Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei dell’Università di Pavia. Sono
di questi anni anche i contatti telefonici col poeta - e stimato medico ottantenne
- Michele Pierri, intenerito dalla sua difficile situazione economica ed
esistenziale. Nonostante la distanza di luoghi (lui è tarantino) e di età (ben
trent’anni di differenza) i due decidono di sposarsi, con rito religioso. Alda
si trasferisce a Taranto, torna a sentirsi felice, amata, protetta. La vita
sembra mostrarle un’altra possibilità e lei risponde, come fa sempre, con la
scrittura. Sono tante le poesie di questi anni e le si può raggruppare per
tematiche dominanti: le Poesie per
Charles (1982), dedicate all’amico-pittore-affittuario; le Rime Petrose e le liriche Per Michele Pierri (1983); Le satire della Ripa (1983); La gazza ladra (1985), tutte rimaste
inedite fino alla raccolta Vuoto d’amore
(1991) curata da Maria Corti. Il matrimonio con Pierri durerà quattro anni e
sarà panacea per l’anima, destinata però a concludersi con nuove delusioni. I
figli di Pierri, da sempre restii alla relazione, approfittano delle condizioni
precarie del padre per rivolgerle accuse infondate e mandarla via. Perché la
malattia è uno stigma che ti perseguita e scrollarselo di dosso, in fondo, resta
un’utopia. Torna la depressione e tornano i ricoveri - prima a Taranto, poi a
Milano - sotto le cure della dottoressa Rizzo, figura molto cara cui dedicherà
diverse poesie.
Dal 1986 in poi chi l’avesse cercata, Alda Merini, l’avrebbe trovata sulle rive del Naviglio, spesso seduta a un tavolo del caffè-libreria Chimera: la sigaretta in mano, la sua macchina da scrivere, le poesie che nascevano d’incanto come nuvole di fumo, pronte ad accompagnare amici e avventori disponibili a prenderle in custodia. L’arte non si regala, penserete, meno che meno a chi non ne sa assaporare a pieno il suo valore. Eppure questi saranno gli anni inaspettati della fama, delle amicizie, dei riconoscimenti, delle pubblicazioni sempre più importanti. Saranno gli anni dei premi letterari, degli interventi pubblici alle televisioni e ai giornali, della laurea honoris causa conferitale dall’Università di Messina. Saranno gli anni della tranquillità, anche finanziaria.
Ma ora, vi chiedo, che valore avrebbe potuto
avere tutto questo per una donna che era riuscita a scendere all’inferno e a
risalire? per una donna che aveva subito l’annullamento di sé stessa, pur
riuscendo a preservare intatto il suo dono? in che modo la fama, i premi, il
denaro avrebbero potuto scalfire il distacco consapevole di chi la vita sa
guardarla da lontano, con circospezione, senza perderne, nemmeno per un attimo,
la coscienza del valore estremo?
“Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno
dicendo sul manicomio.
Io la vita
l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un
inferno… per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara”. [da La pazza della porta accanto, Bompiani,
1995]
Continuerà
a vivere quasi da clochard, questa donna rifiutata dal mondo e baciata dalla poesia, in una
casa piena di libri, quadri, foto, oggetti accumulati nel tempo, sigarette
spente sul pavimento, numeri di telefono scritti alle pareti. In una casa che
sa essere rifugio per artisti, barboni, squattrinati o solo per chi ha bisogno
di aiuto. Così succederà con Titano, un barbone raccolto in fin di vita dalla
strada e ospitato, in casa e nel cuore, per ben cinque anni. È del 1993 la
raccolta Titano amori intorno:
La sottoveste
Lungamente interrogata e stretta
da vincoli
tremendi
se avessi
avuto un futuro di pace
o un futuro
di guerra.
Mi lasciai
scivolare la sottoveste
da entrambe
le spalle.
Per la
verità le trovarono lisce
come quelle
di una bambina.
Ma
trovarono torpido il mio cervello
che aveva
amato.
Videro i
fiori della mia carne
e dissero
che ero incorrotta.
Ma quel
cencio strappatomi via
da tante e
tante ferite
se lo
contesero in molti.
La mia
nudità fu la mia vergogna,
per tutta
la vita,
e mi
scomparve Orfeo per sempre.
Saranno tanti gli amici
che scompariranno in questi anni: Manganelli, Pierri, Titano, Roberto Volponi (per
cui scrive le Ballate non pagate
(1995) con cui vince, nel 1996, il Premio Viareggio). Ci saranno anche loro, la
loro voce, il loro corpo nelle poesie che la Merini compone e freneticamente regala.
Se ne vuole liberare subito, dice, quello che conta è la memoria che le aveva
originate e che nessuno avrebbe mai potuto portarle via. Perché la poesia
registra la vita ma non le assicura alcun risarcimento. Con questa consapevolezza
lei aveva osato sopravvivere all’imperfezione dell’esistere, al dolore del
ricordo, alla sua scrittura. Con questa stessa consapevolezza la sua voce più
tarda osa riconciliarsi con le origini e ridiventare canto. La volpe e il sipario (Girardi
Editore,1997) è la sua ultima raccolta ufficiale, accoglie poesie nate di getto
e trascritte da altri. Perché la poesia sceglie; modula voci, esistenze, mondi
vissuti in trasparenza; e apre spiragli, piccole grandi epifanie di salvezza,
in chi sa ascoltarla e farsi abitare dal suo mistero eterno:
Ascolta il passo breve delle cose
Ascolta il passo breve delle cose
-assai più breve delle tue finestre-
quel respiro che esce dal tuo sguardo
chiama un nome immediato: la tua donna.
È fatta di ombre e ciclamini,
ti chiede il tuo mistero
e tu non lo sai dare.
Con le mani
sfiori profili di una lunga serie di segni
che si chiamano rime.
Sotto, credi,
c’è presenza vera di foglie;
un incredibile cammino
che diventa una meta di coraggio.
[da La volpe e il sipario, 1997]
Bibliografia essenziale:
Alda Merini, Vuoto d’amore a cura di Maria Corti,
Einaudi, 1991
Alda Merini, Fiore di poesia a cura di Maria Corti,
Einaudi, 1998
Alda Merini, Clinica dell’abbandono, Einaudi, 2004
Alda Merini, L’altra verità. Diario di una diversa,
Rizzoli, 2007
Alda Merini, Il suono dell’ombra. Poesie e prose,
Oscar Mondadori, 2009
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