FLUSSI E VISIONI - Zeudi Zacconi - “Corpomondo, il femminile selvaggio”

Zeudi Zacconi


Selvaggia ho l’anima – lo spirito 

delle mie contraddizioni

intrappolato in questi nodi – si scioglie

nell’impeto di un ramo

scosso dal tormento dell’origine. E poi

un vento e un altro e un altro ancora

a ricordare ciò che sono, a liberare

la mia natura verso i cieli – piedi

radici affondano e la terra

che mi restituisce al corpomondo

è la mia storia – dea

pietrificata ora si spacca nella luce. * (1)



Fondersi con la natura, riconnettersi all’anima selvaggia di ogni cosa, alle pulsazioni sotterranee che ci fanno creature di pelle e d’istinto. Sprigionare quella forza generatrice e propulsiva intrappolata dentro, seguire il richiamo primordiale della vita. Corpi nel corpo del mondo. Getti nel getto di luce. Concave e convesse forme negli incavi della terra, nei grembi degli alberi. Nodi nel nodo del vento. Anelli e semi, avvallamenti. Sentieri e sassi, onde e cortecce, costellazioni e nebbie. Vertebre, fusti, ventri.

In cerca da sempre di un’appartenenza, uomini e donne vagano in questa esistenza e si ammalano di solitudine, perché staccati dalla natura sentono di non appartenere più a nulla. Disancorati e disorientati aneliti, compiono un volteggio solitario, cattura di un nonsenso a questo incedere. Disperdono intuizioni – rovesciati steli – faticano a reggersi intatti nel farneticare del mondo. 

Rientrare nel luogo da cui si è usciti, ritornare alla ricchezza interiore e riconoscerla come legame col creato, permette di riconnettersi alla potenza vitale che vibra dentro ogni elemento, al canto dei desideri più autentici. Disappartenere alla superficie per ritornare ad appartenersi nella dimensione più vera delle profondità. Riallinearsi al sentire primitivo. Riabitare le proprie terre di abbandono. Permettere al potenziale di rivelarsi agli occhi e donarsi, nel dialogo intimo e alchemico con le forze che governano il cosmo.

In questo senso, secondo Emily Dickinson, il poeta è una creatura che dà forma poetica ai messaggi che gli provengono dal mondo naturale, attraverso cui l’invisibile si svela nella dimensione del percettibile, per farsi dono e canto dell’anima.

E così, se “la poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino”, come ci dice Paul Celan, allora lo scrittore cerca la grande riconciliazione attraverso le parole, per adempiere alla propria missione di vita.

Secondo la teoria di James Hillman, ciascun uomo è la ghianda dentro cui è presente l’essenza della quercia che non si è ancora espressa. E all’uomo spetta intuire – captando e decifrando i segnali della propria anima – quell’intensa e improvvisa forza di attrazione esercitata dallo scopo, che lo spinge inesorabilmente verso la sua vocazione più alta e il suo vero talento. 

Come una divinità interiore il daimon ci guida in questa direzione, è voce che ci aiuta e ci tormenta allo stesso tempo, finché non decidiamo di ascoltarla. La sua liberazione è la nostra liberazione, ci permette di raggiungere stadi elevati di consapevolezza rispetto al nostro percorso di crescita e al nostro ruolo nel mondo. Mette in crisi ciò che siamo per mostrarci ciò che potremmo essere. Distrugge per farci ricostruire, stringe per farci sciogliere, spegne per far sì che tutto possa riaccendersi nuovamente e ardere. 

Riconoscere e incanalare questa energia presuppone un cammino interiore di ascolto, silenzio, apertura e connessione. Implica un distacco dalla realtà tangibile per rientrare in un’oltrerealtà  intangibile e comprendere l’incomprensibile, accogliere l’incommensurabile.

***

Noi contiamo qualcosa solo in virtù dell’essenza che incarniamo,

e se non la realizziamo, la vita è sprecata.

(Carl Gustav Jung)


Per migliaia di anni ci hanno insegnato a soffocare l’istinto, a credere che sia una forza pericolosa e inaffidabile. Fidarsi invece della magia che è dentro di noi, permettere che si schiuda quella parte irrazionale e selvaggia – che corra verso ciò che la attrae – fa sì che si possa attingere ad una fonte di saggezza antichissima, necessaria al raggiungimento dell’interezza e alla realizzazione piena della propria essenza. Ascoltare l’intuito allora: quella conoscenza primaria del cuore e del corpo che la ragione non riesce a spiegare. 


Fossimo istinto soltanto, adesso / non servirebbe altro *(1)



The Soul of the Blasted Pine, 1908

Anne Brigman, The Soul of the Blasted Pine, 1908



Ad incarnare un simile percorso di liberazione verso la potenza espressiva del Sé autentico fu la fotografa e poeta Anne Wardrope Brigman, che agli inizi del secolo scorso abbandonò ciò che non le apparteneva più per inseguire il disegno della sua anima, la chiamata del suo talento.

Anne Brigman, impegnata in una personale “lotta contro la paura”, arriva a svincolarsi da ogni laccio che imprigiona la sua energia creativa e la sua forza vitale. Perseguendo la libertà del proprio spirito selvaggio raggiunge l’emancipazione del suo ruolo di donna, a partire da un totale riscatto del proprio corpo – strumento di dialogo con l’ambiente – espressione di energie che lo interconnettono con ogni elemento naturale circostante. Anne fu la prima donna ad immortalare il suo corpo nudo immerso in una natura incontaminata. 

La fisicità dunque, come mediazione e riappropriazione di spazi e forme che si intersecano e si fondono in un risultato artistico che traspone il reale in una dimensione immaginifica, a partire dalle pulsazioni ancestrali di una donna che è al tempo stesso creatura e creatrice.

Scatti evocativi, di una corporalità che stupisce per il suo forte impatto moderno. La potenza di una femminilità ancestrale, la forza e la nudità della donna dentro la forza e la nudità della natura, in una compenetrazione armonica e totale, in una appartenenza viscerale. Slanci di corpi eterei verso il cielo, in atmosfere evanescenti. Oppure corpi aggrappati alla terra, alla roccia, alla corteccia, in una mimesi completa. In una immersione panica che ridefinisce l’identità femminile attraverso la fusione tra elemento naturale ed elemento umano. 


“La sua macchina fotografica le ha dato il potere di ridefinire il suo posto come donna nella società” – riporta il critico John Hawley Olds – poiché “oggettivare il proprio corpo nudo come soggetto (dell’immagine) nei primi anni del 1900 era già radicale; farlo all’aperto in un ambiente desolato come quello della Sierra Nevada era rivoluzionario”.




Via Dolorosa, 1910

Anne Brigman, Via Dolorosa, 1910


Il prolungamento degli arti umani nei rami, l’estensione del corpo di un albero nel corpo della donna, raccontano di una storia comune, di una memoria primordiale di cui la ragione non ha traccia, ma a cui ci riconducono i sensi. Ritorno ad un istinto primario di generazione e protezione, dove l’albero e la donna sono l’uno anima dell’altra.

La suggestione è quella di un tempo antico, dove i corpi si donano e si nascondono nella natura, sino a fondersi totalmente con essa e a scomparirvi dentro. Si attinge ad un immaginario di dee e riti pagani, di una potenza evocativa che lascia ancora oggi stupiti per la sua impressionante contemporaneità. 

Recuperare un rapporto intimo con la natura è una sfida alle convenzioni e alle norme sociali dell’epoca. Anne Brigman è senza dubbio pioniera di una controcultura che rivendica la libertà di espressione del femminile in ogni sua forma.

[…] “la paura è la grande catena che lega le donne e ne impedisce lo sviluppo, e la paura è l’unica cosa apparentemente grande che non ha un vero fondamento nella vita. Scaccia la paura dalla vita delle donne e potranno conquistare il loro posto”.


The Breeze, ca. 1910

Anne Brigman, The Breeze, 1910


La desolazione e l’asprezza del paesaggio si incarnano in una donna-ninfa che diventa parte integrante del contesto primitivo e rupestre che la circonda, e con le cui forze naturali entra in contatto, trovando un equilibrio perfetto.

La visione della fotografa diventa predominante rispetto alla realtà e il suo sguardo sull’ambiente apre le porte a mondi surreali, per cui non c’è riproduzione ma creazione. Viene ribaltato così il concetto base della fotografia, che è quello di ritrarre ciò che già esiste. Il reale è in questo caso al servizio dell’immaginario e si presta ad essere manipolato e rarefatto per dare vita a vere e proprie opere pittoriche.

Allo studio fotografico di Anne si affianca il suo dettato poetico, nella ricerca di una interezza artistica che riconduca alla forma intatta della parola e a quella nuda e totalizzante dell’immagine – senza necessità di spiegazione né descrizione – ma soltanto di corresponsione di una carica vitale e corporea in grado di immergere in una dimensione magica e soffusa. Totalmente estatica, incredibilmente libera. 


"Le mie immagini raccontano della libertà della mia anima, della mia emancipazione dalla paura, ho trovato lentamente il mio potere con la macchina fotografica, tra i ginepri, i pini, i tamarack".

***

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Anne Brigman, Incantation, 1905


Pyre Song


Seppellisci il mio corpo

Nella fiamma pulita... ...

Non c'è bisogno di epitaffio...

Non c'è bisogno del nome... ...

Ha conosciuto la tenerezza

Ubriaco profondo di dolore

Salita verso il cielo

Cercando la sua stella...

Sbagliando, sperando,

Viaggiando lontano.

Sì... date il fuoco

Questo guscio sottile

Con uno spray selvaggio

Di cedro e muschio.

Vestitelo ma leggermente...

Lasciatelo andare libero

Torniamo agli elementi

Tranquillo e pulito.

Senza parole o lacrime

Nessun rimpianto vano...

Felice di averci vissuto

Felice della liberazione

Vivido... sereno.

Nessun bisogno di requiem

Cantato da un coro

Canzoni del vento e canzoni di fiamma

Sono i miei desideri

Per questo corpo benedetto

Trasmutato dal fuoco.



***

Immagine e parola si uniscono in una danza che è comunione di significati, i quali riconsegnano ad una spiritualità pagana. Una messa in scena drammatica e potente, un’apertura creativa che stupisce e rapisce poiché non racchiude l’interpretazione in un unico campo semantico ma lascia aperte molteplici possibilità di visione e di incanto.

Tema ricorrente nella fotografia di Anne Brigman (e nelle poesie che la accompagnano) sono gli alberi selvaggi – custodi di memoria e sapere – quegli alberi maestri  che possiamo ritrovare nelle immagini della poeta Franca Mancinelli, e che danno il titolo ad una sezione del suo libro Tutti gli occhi che ho aperto.

Entità – gli alberi – in cui i corpi umani si fondono in un unico sentire, e che fanno da specchio nella cattura dell’invisibile mondo. Immersi nella natura, gli occhi che si aprono possono essere ora gli occhi di una pianta, ora quelli di un uccello e ora gli occhi della pioggia. A dimostrare che siamo tutti interconnessi nel battito profondo del cosmo. Tentando di penetrare il buio e il mistero fitto dell’esistenza che unisce tutte le creature in quella forza istintuale che governa ogni forma di vita – umana, vegetale e animale.


ho visto gli occhi degli alberi


nel folto una scossa

di chiarore rimasto –a vegliarci

come fitta pioggia che aspetta.



ramifico secondo la luce

alberi maestri

a spalancarmi il petto

con la forza che viene da un seme.



dai rami della specie

la nuca, una cima

in ascolto tentenna


tutto l’andare è tornare,

un fascio di legna raccolta.

La sua fiamma mi schiuderà le mani.



da qui partivano vie

respirando crescevo


nel crollo, qualcosa di dolce

un incavo del tempo


tutti gli occhi che ho aperto

sono i rami che ho perso.



[da Alberi Maestri]



crescono i capelli ancora, le unghie

il peso è restituito

all’aria. Le mani sono le stesse:

il calore è tornato

del sole. Posso sentire

la tua scossa arrivare

come le foglie dal ramo più alto.



[da Tutti gli occhi che ho aperto]



ora inizio a distinguerti,

vieni da un incavo del legno

da forme riconosciute tra i rami

nostri avi ad attenderci –figli

saliti nel cerchio degli anni.


[da Specchio ricurvo]


The Lone Pine, 1908

Anne Brigman, The Lone Pine, 1908


Alogenuri d’argento


non si chiudono gli occhi.

Vedo da dentro –il buio

dal germe a questo incavo:

scrittura, mia camera oscura.



[da Tre sillabe di silenzio]


***

Il ritocco dell’immagine attuato da Anne Brigman attraverso la camera oscura crea nuove proiezioni della realtà che appartengono all’immaginario della fotografa, la quale dispone degli elementi naturali fissati per trasporli in una dimensione astratta e magica, rarefatta e intimista. Intrisa di spiritualità.

Così si può pensare anche la poesia, e così la descrive Franca Mancinelli: scrittura, mia camera oscura”. Una poesia fotografica che immortala e proietta, incamera buio – lo vede da dentro – e ne riproduce le ombre e la luce restituendone il segreto avvertito dalla poeta, seppur non completamente svelato. Uno spazio alchemico in cui si trasforma la materia del reale in visioni straordinarie. Nella camera oscura avviene dunque una manipolazione del tangibile, una commistione tra noto e ignoto, tra elementi raccolti dalla realtà materica ed elementi percepiti nella dimensione della surrealtà, che si mescolano secondo la visione della poeta, la quale inevitabilmente si trova a restituire il rovescio del buio. Una verità capovolta, quella che Emily Dickinson chiama obliqua


Di’ tutta la verità ma dilla obliqua –

il successo è nel cerchio –

sarebbe troppa luce per la nostra

debole gioia

la superba sorpresa del vero –

Come il lampo è accettato dal bambino

se con dolci parole lo si attenua –

così la verità può gradualmente

illuminare – altrimenti ci accieca –


Ecco allora una verità che illumina senza rendere ciechi – quella rilanciata dal fotografo e dal poeta – una verità carpita alla realtà che ci circonda, alla natura custode del mistero dell’esistenza. Restituita ma non rivelata, immaginata ma non contraffatta, veicolata da quella forza primitiva ancestrale che vibra in tutte le forme di vita. E che è luogo di ritorno della nostra anima. Seme di appartenenza.


Io mi perdo in questo mutamento:  /  il mio appartenere adesso è un bosco. *(2)


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Anne Brigman, Dawn, 1912




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Nevada Museum of Art




Riferimenti e approfondimenti


- Anne Brigman, Songs of a Pagan, The Caxton Printers Ltd., Caldwell, Idaho,1949

- Anne Brigman: A Visionary in Modern Photography  - Nevada Museum of Art

Anne Brigman: A Visionary in Modern Photography

- James Hillman, Il codice dell'anima. Carattere, vocazione, destino, Adelphi, 2009

- Franca Mancinelli, Tutti gli occhi che ho aperto, Marcos y Marcos, 2020

- Emily Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, 2022


*(1) Zeudi Zacconi, Corpomondo (inedito)

*(2) Zeudi Zacconi, Senz’angoli è il mare a cui mi aggrappo (4 Punte edizioni, 2023)








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