RONDINI - Melania Valenti conversa con Andrea di Consoli: un cammino da “uomo semplice”
Andrea Di Consoli non ha di certo bisogno di
presentazioni. Scrittore, giornalista, autore televisivo, redattore in varie
testate e riviste, documentarista, da anni in pianta stabile a Rai Fiction e
capoautore del programma televisivo “La biblioteca dei sentimenti”.
Andrea Di Consoli è intellettuale del mondo con il cuore nel suo Sud più vero.
Ed è poeta (nel 2024 è uscito Dimenticami dopodomani, Rubbettino,
introduzione di Mario Desiati).
Nato in Svizzera da genitori lucani, rientra nella
sua Rotonda per anni, fino a quando si trasferisce a Roma, dove tuttora
risiede. Variegata, la sua attività, quindi, ma sempre sull’orma di una parola
schietta e sincera come lo sono i suoi scritti, una parola che vive e si forma
per immagini.
Da anni siamo in contatto su fb, quel social che tanto si critica ma che, personalmente, reputo mostri una persona davvero per quello che è, oltre a dare tante possibilità di fare rete e conoscere.
Da anni, dicevo, siamo in contatto e, credo senza
potere essere da lui smentita, siamo in sintonia, discreta e partecipata ad un
tempo. È un sentire che a volte mi ha avvicinato alle sue parole, che tanto
generosamente condivide sul suo diario, mentre è anche capitato che altre volte mi lasciasse
interdetta.
Mi azzardo, allora, a mettermi nei suoi panni di
intervistatore doc e, senza volerne emulare la grandezza, provo a porgli
qualche domanda.
In questa nostra conversazione ti ho chiamato “uomo
semplice”; pensando al grande Roth, al suo “uomo semplice”, espressione poi
usata e abusata nel tempo, credi ci sia qualche aggancio io possa avere
effettuato tra quel capolavoro e la tua persona?
Questo non so dirlo, ma anche io, come in Giobbe,
ho pensato che l’inferno fosse più misericordioso di Dio e poi – ma non capisco
mai bene per quali insondabili percorsi – che i miracoli possano soccorrerci
quando ogni speranza svanisce. In quest’ottica essere “uomini semplici”
significa accettare umilmente, senza arrendersi, il destino umano. È una cosa
difficilissima, perché siamo tutti pieni di presunzione, di orgoglio, di
tracotanza, di piccoli deliri di onnipotenza. E di nichilismo. L’umiltà è non
arrendersi al nichilismo anche quando lo si vorrebbe. Sono, dunque, un “uomo
semplice”? La risposta è no, perché sono ancora un uomo arrogante, orgoglioso,
presuntuoso, nichilista.
La semplicità di cui parlo e cui penso è,
evidentemente quella semplicità cui può aspirare solo un uomo complesso, un
uomo la cui vita – interiore, forse, più che esteriore - ha portato a coltivare
questo valore, la semplicità, appunto, come àncora, come boa cui aggrappare la
propria esistenza. Io, almeno, mi sono creata nel tempo questa idea: credi
poterla condividere?
Il concetto di semplicità è molto, troppo largo.
Certamente sono anche una persona semplice – nel modo di vivere, di parlare, di
scrivere, di approcciarmi agli altri, ecc. – ma al fondo c’è ancora questa
convinzione, in me, di avere qualche dote particolare, di poter affrontare a
muso duro le grandi domande della vita (come avesse davvero senso chiedersi
“dov’è Dio?”, ecc.), di avere strumenti speciali, di voler essere visto,
apprezzato, e via discorrendo. Sono ancora pieno di vanità, e questo mi causa molta
frustrazione.
La vita dei borghi, le strade di periferia, la
gente vera, fanno da contraltare ad un desiderio sottratto di vera sintonia con
quei luoghi, quella gente, quella vita? O sono idillio sofferto, mi si perdoni
l’ossimoro, e perduto per sempre e, per questo, sempre inseguito?
Tendo a voler stare nei paesaggi terreni e umani
dove la vita è meno agghindata o mascherata. Perché, come dicevo prima, mi
piacerebbe stare in un punto di verità e di essenzialità. E di vera umiltà. Non
sono riuscito ancora a spogliarmi di tutte le mie vanita è dei miei orgogli, e
questo mi porta a dire che sono ancora in cammino, ancora incompiuto. Più la
vita è intorno a me nuda e povera ed essenziale, e più sento che non mi sto
illudendo. Ma non mi nascondo gli estetismi di certe pulsioni, e il rischio di
stare in una retorica, sia pure mascherata, magari inconsapevolmente. Vivo
sapendo che sto costruendo moralmente castelli di sabbia che un’onda può
distruggere da un momento all’altro. Sto in una precarietà assoluta.
Tra tutti gli autori/autrici che ti hanno
formato, chi vorresti abbracciare l’ultimo giorno sul mondo?
Tra i viventi, gli amici, tutti gli amici e le amiche.
Tra i morti, Franco Scaglia. Per me è stato come un secondo padre. Anche se con
me era sempre severo. Mi piacerebbe abbracciarlo come non ho mai fatto in vita.
C’è un libro che avresti voluto non leggere?
Se sì, perché?
Non avrei voluto mai leggere tutti quei libri, e
sono tanti, che sono stati scritti per soldi, per dovere editoriale, per smania
di successo, per vanità da scrittori. I libri scritto senza necessità, senza
urgenza, senza cuore, senza un vero perché, ma solo per il bisogno di avere
successo, visibilità, attenzioni narcisistiche. Li trovo, e uso una parola
moralistica, offensivi.
E uno che avresti voluto scrivere tu, invece
di altri? Perché?
Tanti, troppi. L’elenco occuperebbe un libro
intero.
Tra tutta la tua attività, cosa ami
maggiormente e come senti più idoneo e naturale esprimerti? Sono le parole, in
prosa o poesia, o le immagini, la cinepresa, il tuo veicolo espressivo più
naturale?
Dipende dai periodi, dalle fasi, dai momenti della
vita. Ultimamente mi piace scrivere narrazioni in forma poetica, qualcosa che
sta a metà strada tra prosa e poesia. Per ora mi sento a mio agio, in questa
forma.
Veniamo a una amicizia che non manchi di
rinnovare e cui dimostri da sempre il tuo legame, quella con Franco Arminio.
Una persona molto divisiva, soprattutto negli ultimi anni, anni in cui, come è
a tutti evidente, ha bene impiegato i social per fare conoscere la sua già
decennale attività poetica e in prosa. Credi sia, la sua poesia, ancora sentita
e vera, come a mio parere lo era agli inizi e fino a Cedi la strada agli
alberi, o hai, dei suoi metodi e modi espressivi, qualcosa che all’amico Andrea
non appartiene?
Io e Franco siamo anche diversi in tante cose, ma
il suo punto di vista sulla vita, sulla letteratura, sul mondo, sugli altri è
per me fondamentale. Per me lui è un punto di riferimento importantissimo.
Dopodiché prendo atto che non si è compreso quel che lui sta facendo, ovvero
portare la letteratura fuori dal testo, che non è più l’unico centro della
creazione di un artista. In arte questo è stato fatto e la critica lo ha
capito, in letteratura no. L’opera di Arminio va valutata complessivamente in
tutte le sue articolazioni, solo così se ne comprende la grandezza. Dopodiché
posso apprezzare di più o di meno alcune cose che scrive o che dice, ma
nell’insieme per me il suo punto di vista, il suo esserci, la sua fraternità
sono fondamentali.
La solitudine, quella meravigliosa opportunità
che ha ancora l’uomo per trovarsi, ri-trovarsi nella sua pura essenza, credi
sia possibile incontrarla solo nei luoghi lontani dal clamore metropolitano?
Credi, quello, il lato migliore della solitudine, mentre ritieni impossibile
incontrare in città altro che isolamento?
Non ho grandi competenze a proposito di differenza
tra solitudine e isolamento. So solo che ci sono dei momenti in cui stare da
solo mi fa bene, mi dà equilibrio; e ci sono momenti in cui la solitudine è una
sensazione orrenda, come essere invisibili, abbandonati, sbagliati. Non ho,
complessivamente, un’idea bucolica della solitudine. Quando ci sprofondo
troppo, so che un male oscuro mi sta mordendo dentro. E, in generale, non la
amo.
C’è già in cantiere un’altra pubblicazione? Se
sì, ce ne vuoi raccontare?
Sei la prima a persona a cui lo dico. Ai primi di
giugno uscirà per l’editore Rubbettino un nuovo libro intitolato “Il canto
silenzioso degli amici”. E sarà, come “Dimenticami dopodomani”, un libro di
racconti in forma poetica. L’ho scritto in pochi mesi, come sommerso da un’onda
inaspettata.
Termino, malvolentieri a dire il vero, ma
ripromettendomi di disturbarti ancora, questo nostro scambio con una promessa,
una tua promessa, a chi vuoi e desideri farla.
Prometto a me stesso che amerò ancora. Anche se
raramente so farlo e, quando lo faccio, sbaglio sempre. Ma prometto che
riaccadrà ancora.
Commenti
Posta un commento